Bullitt (1968)

Questo primo film diretto da Peter Yates in America, è stato uno dei titoli che ha contribuito a creare la leggenda di Steve McQueen. Un poliziesco con sfumature noir, caratterizzato da una sceneggiatura molto stringata e da scene d’azione che sono rimaste negli annali del cinema, in particolare un incredibile inseguimento di circa dieci minuti girato dal vivo, sulle strade di San Francisco, che fa impallidire le corse sfrenate di Fast and Furious. La trama non è spettacolare, anzi è quasi banale nella sua semplicità, tuttavia il film è speciale. Tanto che diventa il prototipo di tutta una serie di polizieschi che da esso trarranno ispirazione, come Il braccio violento della legge o la serie dell’ispettore Callaghan.

Frank Bullitt gode di una certa reputazione all’interno del dipartimento di polizia: è un poliziotto duro e testardo, che si è spesso scontrato con i superiori perché abituato ad agire di testa propria, a volte fuori dagli schemi, ma proprio per questo è considerato il migliore nel suo campo. A lui si rivolge il procuratore Walter Chalmers per risolvere una questione delicata. Johnny Ross è braccato dai criminali che intende denunciare e ha bisogno della protezione della polizia fino a quando non renderà la sua testimonianza e soddisferà le aspettative di Chalmers, che spera di veder decollare la sua carriera dopo una tale vittoria contro il crimine organizzato.

La situazione si complica quando Ross viene ucciso. Bullitt non intende lasciar perdere e si propone di perseguire i responsabili ad ogni costo. E’ chiaro che si tratta di un film pieno di quelli che sono diventati stereotipi del poliziesco: un protagonista duro e senza scrupoli, nessun ritegno nell’uso di violenza, quasi sempre brutale, e donne che fanno da cornice nei soliti ruoli ad esse riservati, prostitute, femme fatali o vittime indifese.

Ma quello che lo rende speciale è la presenza di Steve McQueen, che disegna il personaggio di Bullitt dandogli un carattere e una personalità talmente forti da permettere di ridurre i dialoghi a poche battute; il suo viso scolpito, su cui rimane imperturbabile la stessa espressione per quasi tutto il film, fatta eccezione per l’angolo della bocca che si solleva abbozzando un sorriso, è diventato memorabile almeno quanto l’inseguimento a bordo della Mustang verde. Nella sequenza, che dura circa dieci minuti ed è ripresa in tempo reale, lo spettatore può vedere esattamente quello che è successo sulle strade di San Francisco, grazie a una serie di macchine da presa sistemate lungo il percorso e all’interno delle auto: le inquadrature sono incredibili e l’unico suono che si sente è quello provocato dallo stridio dei pneumatici e dal rombo dei motori.

La scelta di non aggiungere nessun commento musicale si rivela vincente, perché l’intera scena assume un realismo straordinario, anche grazie al successivo montaggio. Certo un film non può reggersi solo su un personaggio e su una sequenza, sia pure memorabili entrambi. Allora cos’è che rende Bullitt una pellicola così speciale? Proprio la personalità del suo protagonista arricchisce di significato eventi che potrebbero sembrare banali, perché nonostante alcuni colpi di scena, il film segue una sceneggiatura molto schematica per il genere, ed è solo il magnetismo di McQueen e la sua imperturbabilità a fare la differenza. 

E anche gli inseguimenti, che si ripeteranno più o meno simili in tanti altri polizieschi, qui hanno una forza particolare, perché ogni scena si collega alla precedente e alla successiva con una fluidità e un ritmo che trasportano lo spettatore per tutta la durata del film. Non si tratta solo di energia e rapidità dell’azione, ma di assemblare il contenuto delle sequenze in modo che ci sia una relazione causale logica; solo così le scene non vengono percepite come frammentarie e finalizzate semplicemente ad uno spettacolo puramente visivo, ma assumono tutto un altro significato.

In altre parole, Bullitt si differenzia rispetto ad altri prodotti successivi, dello stesso genere, perché non si concentra solo sull’adrenalina, ma si preoccupa di creare anche un protagonista interessante. Ed è Steve McQueen a fare la grande differenza: tutti gli altri non sono che comprimari minori in una trama già di per sé molto sottile, incentrata principalmente sull’indagine e sui piani del protagonista per risolvere la sua complicata situazione. E’ lui che riesce a trasformare le poche battute che la sceneggiatura gli riserva nel tratto caratteriale di un uomo che per lavoro è costretto a guardare spesso la morte in faccia.

Per quanto ci siano dei piccoli difetti nei dialoghi fin troppo stringati e in alcuni salti logici improvvisi, questo classico conserva ancora oggi il suo valore e gli va riconosciuto il merito di aver ispirato molti dei migliori polizieschi degli anni successivi.

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