Psyco (1960)

Capolavoro assoluto del grande regista, è diventato nel tempo qualcosa di più di un cult, un vero e proprio simbolo del cinema giallo/horror, un’icona del bianco e nero, copiato, rifatto (purtroppo!), benevolmente preso in giro, fonte d’ispirazione insuperabile e archetipo di gusto e stile d’altri tempi. Per la prima volta un regista, universalmente riconosciuto come maestro del cinema, tratta non solo una tema legato al genere horror, ma un disturbo complesso e, per allora sconosciuto, come quello della schizofrenia.

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La donna che visse due volte (1958)

Difficile parlare di un capolavoro come questo, uno dei film più complessi di Hitchcock, da sempre oggetto di studi e analisi approfondite da parte di chi se ne intende davvero. Mi infilo, in punta di piedi, dietro la folla di critici ed esperti che ne hanno parlato prima di me, esaltandone i pregi e mettendo anche in risalto qualche difetto veniale. Ne parlo da cinefila, come uno dei film che mi ha colpito di più per la vicenda, per le tecniche di ripresa, per l’interpretazione degli attori.

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Il ladro (1956)

Questo film può sembrare anomalo nella produzione di Hitchcock, e in parte lo è. A cominciare dal titolo, che nell’originale svela in pratica la trama: The wrong man, ovvero l’uomo sbagliato, ci racconta, infatti, la storia di un uomo innocente che viene erroneamente scambiato per un rapinatore. Considerando quanto Hitchcock fosse riservato sulle sue trame, e quanto per lui fosse importante catturare l’attenzione dello spettatore con la suspense, sembra strana la scelta di un titolo così esplicito. Ma non dobbiamo farci trarre in inganno dall’apparente semplicità della storia.

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La finestra sul cortile (1954)

L’origine di questo capolavoro va cercata in un racconto di sole 30 pagine, pubblicato 10 anni prima dal celebre giallista Cornell Woolrich, lo stesso autore da cui attinse Truffaut per La sposa in nero e La mia droga si chiama Julie. Hitchcock chiamò ad integrare la storia, forse troppo breve, lo sceneggiatore John Michael Hayes, con cui avrebbe poi collaborato di nuovo per Caccia al ladro, L’uomo che sapeva troppo e La congiura degli innocenti.

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Il delitto perfetto (1954)

Una coppia di amanti, un marito interessato solo a vendicarsi e a ereditare, un disegno diabolico che apparentemente fallisce, sostituito subito da un piano B ancora più perverso, e una verità da scoprire, ma solo per la polizia, perché lo spettatore sa già tutto dall’inizio, e nonostante questo rimane incollato allo schermo senza conoscere un attimo di noia. Questi gli ingredienti che fanno de Il delitto perfetto uno dei migliori film di Hitchcock, un gioco a incastri affascinante e senza sbavature.

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Io confesso (1953)

Considerata uno dei film minori di Hitchcock, questa pellicola arrivò dopo una serie di grandi successi del regista, l’ultimo in ordine di tempo, L’altro uomo, di appena due anni prima. Il film non incontrò il favore del pubblico, secondo alcuni per la recitazione un po’ rigida di Montgomery Clift. In realtà la storia era molto intrigante, non solo per gli aspetti religiosi della vicenda, quanto per il concetto di senso di colpa e la tensione magistralmente creata intorno ad un protagonista innocente che non può discolparsi.

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Paura in palcoscenico (1950)

Considerato un giallo “minore” del grande Hitchcock, e poco amato anche dallo stesso regista, è in realtà un buon noir, con una trama complessa che lascia spazio a diversi colpi di scena e a ribaltamenti di prospettiva che cambiano più volte le carte in tavola. In più la vicenda si colora piacevolmente di rosa grazie a una digressione sentimentale ed è arricchita dall’humour tipicamente inglese tanto caro a Hitch.

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Nodo alla gola (1948)

Primo film a colori di Hitchcock, considerato, a torto, uno dei meno interessanti del regista britannico, forse per la sua struttura teatrale. E’ tratto da un’opera in un unico atto di Patrick Hamilton, a sua volta ispiratosi ad un fatto di cronaca realmente accaduto, lo stesso che ha dato ispirazione, in tempi più recenti, al film Formula per un delitto. Nel 1924 due giovani amanti omosessuali uccisero un bambino, senza un motivo apparente, e la gratuità del loro gesto fu quello che colpì maggiormente l’opinione pubblica. Hitchcock si lasciò quindi ispirare proprio dall’idea di un delitto compiuto senza movente, solo per il gusto di farlo. Ma a questo aggiunse un risvolto filosofico non privo di notevole fascino.

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Io ti salverò (1945)

Amo moltissimo questo film, per svariati motivi: sicuramente per la storia, che è un intrigante giallo, reso ancora più affascinante dalle complicazioni psicanalitiche, per gli attori protagonisti, Gregory Peck e Ingrid Bergman, due nomi che da soli rappresentano un nuovo sinonimo di cinema, e naturalmente per il regista, quel genio inarrivabile di Hitchcock, che adoro al di là di ogni ragionevole dubbio. Eppure sembra che questo non sia uno dei suoi film migliori.

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Il sospetto (1941)

Giallo tipico della produzione hitchcockiana, più che altro un thriller psicologico, con un tema che verrà ripreso dal regista due anni dopo ne L’ombra del dubbio. Un incontro casuale, quasi come in Delitto per delitto, una donna assalita da dubbi e fantasie frutto della sua insicurezza, come in Rebecca, un uomo ambiguo e sfuggente tanto da alimentare i sospetti, e un finale, una volta tanto, forse un po’ prevedibile. Al punto che sembra che il regista ne avesse già pronto un altro.

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