Marnie (1964)

Adattamento del romanzo omonimo di Winston Graham, è uno dei film più complessi di Hitchcock, un thriller psicologico dai risvolti freudiani, tanto cari al regista britannico, che qui sono più evidenti che in altre sue opere. Il film non fu ben accolto dal pubblico americano, forse perché si aspettavano una storia d’amore romantica, anche per la presenza di Sean Connery, e invece si trovarono di fronte a una vicenda con risvolti psicanalitici, per di più dai contorni torbidi. Marnie è prima di tutto il ritratto di una donna mentalmente contorta, la cui personalità è un misto di freddezza e isteria. Sotto una calma apparente cela, infatti, un’ossessiva paura di molte cose, tra cui il sesso, i tuoni e il colore rosso.

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La congiura degli innocenti (1954)

Nello stesso anno di Caccia al ladro, Hitchcock ci regala questa bizzarra incursione nella commedia. Il maestro del brivido, in realtà, ha sempre impreziosito i suoi film con un pizzico di umorismo nero, ma questa volta si supera, mettendo in scena una storia originale e a tratti grottesca, partendo da un cadavere. Anche il titolo originale, The Trouble with Harry, è ironico, perché fa riferimento al morto come ad un problema, qualcosa da risolvere, mentre il titolo italiano in qualche modo svela il finale.

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Rebecca – La prima moglie (1940)

Il romanzo di Daphne Du Maurier è uno splendido melodramma gotico e materiale perfetto per il macabro gioco psicologico di Hitchcock. I libri della scrittrice britannica, carichi di suspense e talvolta anche tendenti all’horror, sono stati un’importante fonte di ispirazione per il regista. Nel 1939 aveva girato La taverna della Giamaica, tratto dal romanzo omonimo di Du Maurier, e anche Gli uccelli si ispirerĂ  a un suo racconto. Il piĂą grande successo, tuttavia, fu Rebecca del 1940, il primo film realizzato da Hitchcock negli Stati Uniti, anche se è stato girato principalmente in Gran Bretagna e la maggior parte del cast è inglese.

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Psyco (1960)

Capolavoro assoluto del grande regista, è diventato nel tempo qualcosa di più di un cult, un vero e proprio simbolo del cinema giallo/horror, un’icona del bianco e nero, copiato, rifatto (purtroppo!), benevolmente preso in giro, fonte d’ispirazione insuperabile e archetipo di gusto e stile d’altri tempi. Per la prima volta un regista, universalmente riconosciuto come maestro del cinema, tratta non solo una tema legato al genere horror, ma un disturbo complesso e, per allora sconosciuto, come quello della schizofrenia.

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La donna che visse due volte (1958)

Difficile parlare di un capolavoro come questo, uno dei film più complessi di Hitchcock, da sempre oggetto di studi e analisi approfondite da parte di chi se ne intende davvero. Mi infilo, in punta di piedi, dietro la folla di critici ed esperti che ne hanno parlato prima di me, esaltandone i pregi e mettendo anche in risalto qualche difetto veniale. Ne parlo da cinefila, come uno dei film che mi ha colpito di più per la vicenda, per le tecniche di ripresa, per l’interpretazione degli attori.

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Il ladro (1956)

Questo film può sembrare anomalo nella produzione di Hitchcock, e in parte lo è. A cominciare dal titolo, che nell’originale svela in pratica la trama: The wrong man, ovvero l’uomo sbagliato, ci racconta, infatti, la storia di un uomo innocente che viene erroneamente scambiato per un rapinatore. Considerando quanto Hitchcock fosse riservato sulle sue trame, e quanto per lui fosse importante catturare l’attenzione dello spettatore con la suspense, sembra strana la scelta di un titolo così esplicito. Ma non dobbiamo farci trarre in inganno dall’apparente semplicità della storia.

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La finestra sul cortile (1954)

L’origine di questo capolavoro va cercata in un racconto di sole 30 pagine, pubblicato 10 anni prima dal celebre giallista Cornell Woolrich, lo stesso autore da cui attinse Truffaut per La sposa in nero e La mia droga si chiama Julie. Hitchcock chiamò ad integrare la storia, forse troppo breve, lo sceneggiatore John Michael Hayes, con cui avrebbe poi collaborato di nuovo per Caccia al ladro, L’uomo che sapeva troppo e La congiura degli innocenti.

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Il delitto perfetto (1954)

Una coppia di amanti, un marito interessato solo a vendicarsi e a ereditare, un disegno diabolico che apparentemente fallisce, sostituito subito da un piano B ancora più perverso, e una verità da scoprire, ma solo per la polizia, perché lo spettatore sa già tutto dall’inizio, e nonostante questo rimane incollato allo schermo senza conoscere un attimo di noia. Questi gli ingredienti che fanno de Il delitto perfetto uno dei migliori film di Hitchcock, un gioco a incastri affascinante e senza sbavature.

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Io confesso (1953)

Considerata uno dei film minori di Hitchcock, questa pellicola arrivò dopo una serie di grandi successi del regista, l’ultimo in ordine di tempo, L’altro uomo, di appena due anni prima. Il film non incontrò il favore del pubblico, secondo alcuni per la recitazione un po’ rigida di Montgomery Clift. In realtà la storia era molto intrigante, non solo per gli aspetti religiosi della vicenda, quanto per il concetto di senso di colpa e la tensione magistralmente creata intorno ad un protagonista innocente che non può discolparsi.

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Paura in palcoscenico (1950)

Considerato un giallo “minore” del grande Hitchcock, e poco amato anche dallo stesso regista, è in realtà un buon noir, con una trama complessa che lascia spazio a diversi colpi di scena e a ribaltamenti di prospettiva che cambiano più volte le carte in tavola. In più la vicenda si colora piacevolmente di rosa grazie a una digressione sentimentale ed è arricchita dall’humour tipicamente inglese tanto caro a Hitch.

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