L’attimo fuggente (1989)

“Carpe diem, cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita”
E’ la frase che tutti ricordiamo di questa meravigliosa pellicola, quella che tutti siamo pronti a citare, anche chi non conosce il latino. Perché il messaggio che il film ci lascia è uno di quelli che restano dentro e che ti porti dietro per sempre. Dovremmo goderci la vita, vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, approfittare di ogni attimo, prima che fugga per sempre. E non è l’unica lezione che questo film ci insegna.

Siamo nel New England degli anni ’50: in un college molto tradizionale ed esclusivo arriva un professore affabile e amichevole ma del tutto fuori dagli schemi, che esorta i ragazzi a ribellarsi alle regole imposte che impediscono di ragionare con la propria testa, e li stimola ad affrontare la vita lottando senza timore per realizzare i propri sogni. I ragazzi che frequentano questa scuola sono tutti spinti da genitori ambiziosi e conservatori, per i quali il successo è tutto nella vita. Non si interessano ai loro sogni o alle loro aspirazioni, ma li spingono a concentrarsi solo sullo studio, mettendo da parte il divertimento e tutto il resto. Tutto è già deciso nella loro vita, e non è previsto che prendano direzioni diverse.

Con John Keating come nuovo insegnante, le cose cambieranno. Scopriranno che le lezioni di letteratura possono essere divertenti e inizieranno a comportarsi in modo sempre più disinvolto; impareranno a guardare le cose da un altro punto di vista e cominceranno a formarsi una propria opinione. Lui gli insegnerà a volare coraggiosamente verso le occasioni che la vita offre, ma la realtà li farà atterrare inesorabilmente tutti quanti. Non mi dilungo ulteriormente sulla trama perché penso sia un film talmente famoso che davvero pochi ne ignorino la storia.

Sono passati più di 30 anni da quando il film è uscito, e sembra ieri: è ancora splendido, immortalato da una fotografia incantevole, accompagnato da una colonna sonora coinvolgente, esaltato da una sceneggiatura raffinata e dalla sensibilità interpretativa degli attori. Oltre che, naturalmente, da una regia che ha saputo amalgamare il tutto con un tocco di grazia ineguagliabile.

I ragazzi, tutti esordienti e giovanissimi, sono bravi a calarsi in un’epoca che sicuramente non gli appartiene: tra gli altri si fanno notare Robert Sean Leonard, nella parte di Neil, e Ethan Hawke in quella di Todd, che offrono ai rispettivi personaggi una particolare intensità espressiva. Tuttavia solo per il secondo si aprirà una carriera cinematografica di tutto rispetto, mentre il primo, dopo essere stato protagonista di Swing kids e aver partecipato ad altri film, tra cui Molto rumore per nulla e L’età dell’innocenza, finirà coprotagonista in televisione a fianco del Dottor House.

Robin Williams è fantastico, e il professor Keating a cui dà vita, è l’insegnante che tutti avremmo voluto avere, con quell’aura di sana follia e di vago disprezzo per le regole, che tanto piace a chi deve subirle. Eppure qualche critico sostenne che fosse inadatto alla parte, e biasimò la sceneggiatura, sostenendo che il film distribuisce i ruoli di buoni e cattivi in maniera troppo netta e scontata, facendo pendere la ragione tutta da una parte e il torto tutto dall’altra.

In effetti le parti sono rigidamente definite, senza sfumature e senza punti di contatto, e soprattutto senza alcun tentativo di comprendere le ragioni dell’uno e dell’altro. La figura originale e rivoluzionaria di Keating si contrappone alla rigidità accademica dei colleghi, mentre la sua bonaria tolleranza e il suo entusiasmo quasi infantile contrastano con la severa inflessibilità dei genitori, in particolare del padre di Neil, che porterà purtroppo a drammatiche conseguenze.

E’ fin troppo facile stare dalla parte del nuovo insegnante, farsi trascinare dalla sua simpatia e detestare il preside, noioso ed accademico; è troppo semplice compatire il povero ragazzo incompreso, vittima di un padre ostinato e insensibile. Forse questo manicheismo può essere un difetto, ma è ampiamente superato dal respiro generale del film, dalla sua bellezza stilistica e narrativa, dal suo finale indimenticabile.

E’ un film onesto, bello e sincero. Non diventa mai troppo sdolcinato, né tanto meno patetico, ma racconta una storia credibile di giovani adolescenti, vittime di una scuola severa. Keating cerca di liberarli, perché vivano, respirino e si godano ogni momento della loro giovinezza. Ma è drammaticamente chiaro fin dall’inizio che questo non è possibile in una scuola rigida come la Welton. Quando un tragico evento sconvolgerà le vite dei ragazzi e gli equilibri dell’istituto, sarà un’ottima scusa per liberarsi dello scomodo insegnante, ma la lezione di Keating darà comunque i suoi frutti. Ed è così che si arriva alla sequenza finale.

Ci sono alcune scene nella storia del cinema che restano nel cuore e nella memoria, perché sono splendide, intense e struggenti, al punto da arrivare fino all’anima e di restarci impresse in modo indelebile. Sono scene che non smetteresti mai di guardare, anche se le conosci a memoria, e il miracolo che riescono a compiere è che, nonostante tu le abbia viste e riviste, ogni volta sono capaci non solo di darti la stessa emozione, ma di aggiungere sensazioni nuove, come se cogliessi qualcosa che la volta prima ti era sfuggito.

Così è la scena finale de L’attimo fuggente, con gli studenti che si alzano in piedi sui banchi per salutare il professor Keating, cacciato dalla scuola. Ogni inquadratura è studiata apposta per toccare le corde del cuore: il banco vuoto di Neil, la timida esitazione di Todd, l’incertezza iniziale e poi l’impeto appassionato dei ragazzi, il lento crescendo del commento musicale, il sorriso sorpreso e dolcissimo di Keating e la malinconia di quel “Grazie, figlioli” che è il suo addio. Eppure non c’è retorica, l’insieme è un omaggio spontaneo, un abbraccio sincero e affettuoso a chi ha insegnato loro ad essere liberi. Non è una scena, è un’opera d’arte.

Concludo con una curiosità, proprio a proposito di questa sequenza. Robin Williams, con la sua meravigliosa ironia, disse: “Ho capito che avevamo fatto qualcosa di speciale quando ho visto un cameraman, tutto muscoli e tatuaggi, che piangeva come un bambino”.

43 pensieri riguardo “L’attimo fuggente (1989)

  1. “carpe diem”
    cogliere l’attimo…
    dovrebbe diventare un promemoria di vita…
    questo film… è molto di più di un capolavoro…
    lo dovrebbero far vedere anche nelle scuole… potrebbe aiutare molti ragazzi moderni…

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  2. Vado controcorrente: ho spesso trovato il professore, come dire, pericolosamente vicino a un predicatore demagogo, categoria per cui non nutro nessuna stima o attrazione. Ben venga favorire l’apertura delle menti a dimensioni nuove, ovviamente, e soprattutto in una dimensione mummificata come quella del college del film, ma le personalità “magnetiche” e i leader carismatici non fanno per me. Non dico che il professore lo sia in toto: ma, appunto, il passo è molto breve

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    1. So che molti la pensano come te, infatti il film non ha vuto giudizi unanimi e, come ho scritto anch’io, pecca di una lettura un po’ troppo schematica dei personaggi.

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      1. Soprattutto ad altissimo rischio di retorica. L’ho visto molte volte, e ogni volta mi ha convinto un po’ meno: forse perché da ragazzo sarei impazzito per un prof così, ma da adulto ho imparato a diffidare dei leader… E non mi importa se sono più o meno vicini alla mia idea di vita: è lo stile carismatico che trovo pericoloso.

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  3. Io l’ho sempre visto invece come lontanissimo da leader carismatici e guru vari, che anch’io rifuggo come la peste (hai per caso visto “The Survivors – Come ti ammazzo un killer”? Secondo me un film che deliziosamente ridicolizzava appunto quel genere di predicatori, che in realtà spesso sono gli stessi che straparlano di libertà per intendere tutt’altro). Mi è sempre parso che il film mettesse ben in chiaro il prezzo altissimo che si rischia di pagare (o si paga sempre, forse) per la libertà, e però cercasse di ribadire un concetto per me prezioso: meno male che esistono persone (poche) che ispirano nei ragazzi che decidono di seguirle quei valori di resistenza che, ad esempio, alcuni (pochi) avevano cercato di instillare durante il fascismo. E’ un dilemma etico, certo (come in molti film con Robin Williams in effetti): perché se “vivi come le cose che dici” crei scompiglio, e uno scompiglio che appunto, può avere conseguenze tragiche. Ma si dovrebbe allora tacere? Mi aveva anche colpito un dettaglio di cui non si parla quasi mai: il dramma nasce dalla ribellione sì, ma anche dal fatto che Neil (concordo con te, Robert Sean Leonard era straordinario in questo film) non riesce a viverla mai fino in fondo, non ha il coraggio di affrontare davvero i suoi con chiarezza (come Keating aveva più volte cercato di convincerlo a fare). Non che fosse facile, certo. Ma era uno dei nodi, a mio parere. Commento fiume, lo so, e non è nemmeno il mio film preferito, con Robin Williams. Ma un caposaldo della mia adolescenza comunque 🙂

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    1. Infatti il discorso è che non tutti sono pronti per la cosiddetta “vita piena”, non sempre e non in qualunque momento della vita. E il bravo maestro dovrebbe anche capire questo. L’importante è essere se stessi fino in fondo: e a volte il “noi stessi” è anche un pulcino. Errore è fare il pulcino se sei un’aquila: ma pericoloso comportarsi da aquila se sei un pulcino!

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      1. Vero anche questo. È che io, che mi sentivo molto pulcino anche perché mi ci facevano molto sentire, da lì ho cominciato a pensare che si poteva provareva vedersi diversamente. Sperimentare. Non credo che nessuno sia stato indotto a fare cose folli o così contrarie alla propria natura. Ma a riflettere, e chiedersi quale fosse, tutto sommato, la propria natura, sì, questo posso dirlo per me e per altri, figli compresi.

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    2. Ti ringrazio per il commento, molto ben argomentato. Mi piace confrontarmi, quando i commenti non sono semplicemente “non mi è piaciuto”… Io penso che si debba dividere il giudizio in due: da una parte quello sul film, e lì credo che non ci sia nulla da dire. E’ un capolavoro, cinematograficamente parlando, fotografia, regia, musiche, interpretazioni, sono tutte meravigliose, e nell’insieme è un film che ti resta davvero dentro e ti dà delle emozioni difficilmente dimenticabili. Dopo aver inserito la scena finale nel mio post, l’ho riguardata tre volte, in momenti diversi, e per tre volte ho pianto. Non aggiungo altro.
      Il giudizio sulla storia e sui personaggi è un discorso diverso. Io ho visto il film quando uscì al cinema che facevo il liceo, e l’ho adorato, come tutti i ragazzi, senza farmi tante domande. Ricordo che detestai il padre di Neil, attribuendogli tutte le responsabilità, anche della cacciata di Keating. Poi l’ho rivisto da adulta, madre e insegnante, e il giudizio è stato un po’ più critico. In effetti la fine tragica di Neil si può in qualche modo attribuire a Keating perché, da adulto, avrebbe dovuto capire che il padre del ragazzo era irremovibile, e che Neil non aveva abbastanza carattere per lottare fino in fondo. E sicuramente il professor Keating non era adatto a insegnare in una scuola del genere. Resta, come hai detto tu, il suo insegnamento ai ragazzi di pensare con la loro testa (importantissimo) e, soprattutto, quello che più ho apprezzato da studentessa e apprezzo da insegnante, il fatto di non giudicare la poesia dalla metrica o da un’arida parafrasi, ma dalle emozioni che riesce a trasmettere.

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  4. Un film che si apprezza su più livello. Dove chi non si conforma viene punito. Dove i figli vengono considerati estensione dei genitori. Dove l’arte non viene vista come una cosa seria. Dove i sentimenti devono essere messi da parte a favore di cose materiali. E tante altre cose ancora. Film che è difficile non adorare.

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  5. Ho amato quel film: per la storia, per le interpretazioni, per la delicatezza con cui tutto è narrato… L’interpretazione di Robin Williams è stratosferica: non era facile per un professore andare controcorrente come ha fatto lui. Il film è semplicemente bellissimo! ❤

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  6. Nel 2018 Ethan Hawke ha partecipato alla trasmissione britannica “The Graham Norton Show” per presentare un suo film e ovviamente il discorso è caduto su “L’attimo fuggente”, che i suoi figli avevano appena visto… senza riconoscere il genitore da giovane!
    Al che Hawke racconta che durante le riprese Robin Williams faceva ridere tutti ma lui, appena 18enne, resisteva e non voleva dargliela vinta. «Più io non ridevo, più lui esagerava. Quello che non capiva è che stavo cercando di fare un buon lavoro: volevo essere Montgomery Clift, lui invece faceva Zero Mostel».
    Per tutte le riprese Hawke è stato l’unico della comitiva a non ridere alle battute di Robin Williams, ed ecco com’è finita:
    «Pensavo che lui [Robin] mi odiasse. Il film è finito e sono tornato a scuola, ma poi ho ricevuto una telefonata da questo grande agente di Hollywood. “Sono l’agente di Robin Williams: lui dice che lei diventerà qualcuno e che le devo fare subito un contratto”. Così Robin Williams mi ha rimediato quello che è ancora oggi il mio agente cinematografico.»

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      1. Infatti continuavo a incontrare gente che mi diceva di andarlo a vedere, e io, testa dura, non ero convinta. Poi alla fine ho ceduto, al cinema estivo, in seconda visione.

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  7. Senza dubbio è un bellissimo film, commovente, e quando lo vidi mi piacque moltissimo, però negli anni ho sviluppato una vera e propria antipatia verso Robin Williams, troppo gigione e compiaciuto… ed è vero quello che dici, Raffa: le parti sono rigide, tagliate con l’accetta, e questo non è mai un bene…

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    1. Infatti è un difetto della sceneggiatura, ma forse vuol essere un ritratto realistico della società del tempo. Comunque io l’ho visto in età diverse, l’ho scritto in un commento: da ragazza mi ha fatto un effetto, da adulta, madre e insegnante a mia volta, l’ho guardato in un modo diverso.

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