Tutte le recensioni

L’uomo della pioggia (1997)

Da non confondere con l’omonimo e più conosciuto Rain man, questo film è tratto da un romanzo di Grisham, che sappiamo essere una sicurezza in materia di gialli giudiziari. Mentre il titolo del film con Dustin Hoffman e Tom Cruise, Rain man, derivava dalla storpiatura del nome del protagonista (Raymond), il titolo di questa pellicola, Rainmaker, viene dal gergo legale americano: l’uomo della pioggia in uno studio legale è il socio capace di portare grossi guadagni, una specie di uomo della Provvidenza.

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Quattro fantasmi per un sogno (1993)

Gli anni ’90 non hanno prodotto solo bellissimi thriller, ma sono stati anche terreno fertile per commedie metafisiche, popolate di anime trapassate, in attesa di un paradiso a cui approdare. Anime che avevano lasciato qualcosa di incompiuto sulla Terra, o che cercavano l’occasione per tornare. Se gli anni ’80 ci hanno fatto ridere con Ghostbuster, gli anni ’90 ci hanno commosso con Ghost e L’uomo dei sogni. Ma ci sono state anche pellicole minori, come quella di cui voglio parlare oggi, che pur non rientrando tra i film di maggiore successo, sono tuttavia degne di nota e per certi versi deliziose.

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The island (2005)

Michael Bay è una garanzia di successo al botteghino. E’ famoso infatti per grandi titoli commerciali, caratterizzati da un ampio uso di effetti speciali, soprattutto esplosioni e inseguimenti, ma proprio per questo i suoi film non sono molto considerati dalla critica, perché spesso poveri di contenuti e basati su una narrazione elementare.
Questo film è una piacevole eccezione, perché parte da uno spunto più che interessante e, con un colpo di scena sistemato al momento giusto, riesce a dare vitalità alla storia. Una trama affascinante di fantascienza intelligente, che è in realtà un remake non ufficiale di un film del 1979, Clonus, tratto da un racconto di Bob Sullivan.

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Les choristes – I ragazzi del coro (2004)

Una splendida storia di formazione, toccante e coinvolgente, ma anche non priva di una lieve ironia, ambientata nella Francia degli anni ’50. Il film è tratto da un’altra pellicola francese, La gabbia degli usignoli, del 1945 ed è caratterizzato da quell’ incantevole leggerezza con cui il cinema francese sa raccontare anche le storie più drammatiche.

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Fino all’ultimo respiro (1960)

Nato da un soggetto di François Truffaut, liberamente ispirato da una notizia di cronaca, questo primo lungometraggio di Jean-Luc Godard ebbe l’effetto di una bomba estetica nel cinema francese, dopo I 400 colpi e Hiroshima mon amour, uscito qualche mese prima, e diventò il manifesto della Nouvelle Vague. Godard inventa un cinema della libertà, ricamando la storia da uno scenario di dieci righe, fuggendo dalle riprese in studio, e filmando le strade della capitale e quelle provinciali, come non erano mai state riprese, con uno stile da finto dilettante.

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Rumori fuori scena (1992)

Basato sulla commedia omonima di Michael Frayn, il film ci porta nel mondo del teatro, dove una sgangherata compagnia di second’ordine lotta per mettere in scena una complicata commedia. Ne seguiremo le repliche, serata dopo serata, in un continuo alternarsi tra il palcoscenico e il dietro le quinte, assaporando l’odore del teatro e le mille complicazioni della messa in scena.

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Analisi finale (1992)

Intrigante thriller psicologico che non fa mistero di rifarsi a Hitchcock, di cui richiama in varie scene i temi e le atmosfere. Uno dei tipici noir anni ’90, che aggiunge all’erotismo patinato di Basic Instinct, una discreta suspense ben dosata e un interessante intreccio psicologico a più voci tra due sorelle, il marito di una e lo psichiatra di entrambe. Amore, gelosia, avidità e violenza sono solo alcuni dei sentimenti in gioco in questa affascinante pellicola.

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Che mi dici di Willy? (1989)

Siamo di fronte alla prima cruda rappresentazione sul grande schermo della piaga chiamata AIDS. Quattro anni prima la televisione ne aveva parlato in maniera un po’ più edulcorata nel tv movie Una gelata precoce, ma la pellicola in questione ha il merito di aver affrontato la malattia come un problema sociale di vaste dimensioni, e non come la tragedia personale di un solo protagonista. Poi arriverà quel capolavoro che è Philadelphia, e avrà un’altra risonanza, grazie anche al richiamo di regista e attori più conosciuti, ma questo è il primo film in cui l’AIDS è davvero protagonista. Tra l’altro il titolo italiano può trarre in inganno, perché fa pensare che si tratti solo della storia di Willy, mentre il titolo originale, Longtime companion, è molto più efficace e significativo: quella era infatti l’espressione usata nei necrologi per indicare i compagni delle vittime dell’AIDS.

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Mogambo (1953)

Uno dei film più popolari di Clark Gable degli anni ’50, è il remake di John Ford del film del 1932, Lo schiaffo, diretto da Victor Fleming, anche quello interpretato, a suo tempo, da Gable. Ford lavora su una sceneggiatura di John Lee Mahin, autore anche del film originale, creando un remake colorato, vivace e divertente, un film commerciale che fu un grande successo al botteghino, forse anche perché poteva contare su tre stelle al top della loro forma: Ava Gardner al massimo dello splendore, Grace Kelly nella pienezza del suo fascino e Gable, che pur avendo superato i 50 anni, era ancora un dignitoso sex symbol.

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