Orizzonti di gloria (1957)

E’ difficile parlare di un’opera d’arte come Orizzonti di gloria. Difficile perché si è già detto tutto, difficile perché è qualcosa di prezioso, che va maneggiato con cura, difficile perché si rischia di dire qualcosa di superfluo. Allora proverò un approccio diverso, tenterò un’analisi dei dettagli. Per comprendere meglio la portata di novità di questa pellicola, va detto che negli anni ’50 i film di guerra avevano quasi tutti un taglio patriottico, erano per lo più ambientati nella seconda guerra mondiale e i protagonisti erano spesso combattenti eroici e onorevoli, che non avevano dubbi sull’utilità della guerra e non vedevano l’ora di combattere per la salvezza della patria. Ma Kubrick fa qualcosa di completamente diverso, ci mette di fronte al lato più assurdo della guerra, firmando un film controverso che solo nel tempo è diventato un classico.

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Il momento di uccidere (1996)

Emozionante legal movie tratto dall’ennesimo capolavoro di Grisham e uno dei film più belli che abbia mai visto sul tema della giustizia e del razzismo. La storia è chiaramente improntata ad un rigido manicheismo, per cui da una parte ci sono i buoni, che rasentano la santità, fino all’estremo sacrificio in nome dei propri princìpi, dall’altra ci sono i cattivi, minacciosi, violenti, e disgustosamente vigliacchi.

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Trappola mortale (1982)

Un film di chiaro stampo teatrale, trasposizione di una commedia nera di Ira Levin che aveva riscosso un grande successo a Broadway. Il cinema ha spesso attinto ai romanzi di Levin, da Rosemary’s baby a Un bacio prima di morire, da I ragazzi venuti dal Brasile a La donna perfetta; in questo caso c’è Sidney Lumet alla regia, un cast abbastanza convincente, una sceneggiatura spiritosa che sconfina nel grottesco, e una trama complessa con più di un colpo di scena ben piazzato.

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Vacanze romane (1953)

Splendida commedia brillante, direi ineguagliata a tutt’oggi, frutto di un favorevolissimo allineamento astrale, che riunisce il grande William Wyler alla regia, la deliziosa Audrey Hepburn e l’affascinante Gregory Peck nei panni dei due protagonisti, e la meravigliosa location romana che allora aveva davvero tutta la sua Grande Bellezza da mostrare. Un capolavoro assoluto, misto di classe indiscutibile, romanticismo fresco e pulito, e quell’umorismo leggero che riempie il cuore di gioia e fa sorridere l’anima.

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Il sospetto (2012)

Diciamo subito che non si tratta di un remake del film di Hitchcock, il che depone sicuramente a suo favore. Mai fare il remake di un capolavoro, come ha ampiamente dimostrato Michael Douglas con il rifacimento de Il delitto perfetto. Il sospetto in questione è tutt’altra cosa rispetto a quello hitchcockiano, molto peggio. E’ quel dubbio strisciante che può colpire chiunque e in qualunque momento, stravolgendone completamente la vita e non lasciando alcuna via di salvezza. E’ l’incertezza più infida, perché nasce dall’equivoco e dalla diffidenza, e porta inesorabilmente alla perdita della fiducia. Non più recuperabile.

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The Vanishing – Scomparsa (1993)

Un thriller interessante e originale, banalizzato purtroppo da un finale un po’ prevedibile e poco realistico, ma decisamente liberatorio. Ho scoperto, molto tempo dopo averlo visto al cinema, che era il remake di un thriller franco olandese, diretto dallo stesso regista cinque anni prima, distribuito in Italia con il titolo Il mistero della donna scomparsa. Pare che l’originale fosse molto più cupo, ma anche più filosofico nelle ambizioni, mentre per il mercato americano il regista, olandese, si è adattato a girare una pellicola più banalmente commerciale e con un finale che potesse essere gradito al pubblico statunitense. Io non ho visto l’originale, ma questo remake mi è piaciuto, pur con i suoi difetti, e ho applaudito il finale.

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Ricatto d’amore (2009)

Questa riuscita commedia sentimental-brillante è più o meno l’esatto contrario di Due settimane per innamorarsi, dove al posto del capo egocentrico ed esigentissimo c’è una dirigente rigidissima ed estremamente pretenziosa, mentre l’assistente vessato e sfruttato oltre misura questa volta è il maschietto, costretto ad assecondare le pretese della sua insopportabile principale oltre ogni immaginazione.

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Terremoto (1974)

Film catastrofico per eccellenza, fa parte del filone dei disastri naturali, come inondazioni, eruzioni vulcaniche, naufragi e via dicendo, e ha tutte le caratteristiche del genere: un cast a cinque stelle, effetti speciali grandiosi (qui aumentati dal Sensurround, inventato in quegli anni) e una storia popolata di personaggi che riescono ad avere più o meno tutti il loro momento di gloria. Uscito nello stesso anno de L’inferno di cristallo, e un paio d’anni dopo L’avventura del Poseidon, non è riuscito a raggiungere il loro successo, forse perché la storia è più dispersiva. Non c’è, infatti, un unico luogo in cui si concentra il pericolo, delimitato e claustrofobico come un grattacielo in fiamme o una nave in alto mare, ma un insieme di singoli ambienti, teoricamente sicuri, come abitazioni, uffici o addirittura strade, che vengono messi a soqquadro dal terremoto, e non lasciano scampo agli occupanti.

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Ben Hur (1959)

Parliamo della versione cinematografica più famosa di Ben-Hur, il romanzo di Lew Wallace, ambientato durante l’impero di Tiberio: un vero kolossal, diretto da William Wyler, uno dei successi hollywoodiani più premiati della storia del cinema. Il film ottenne dodici nomination, undici delle quali trasformate in Oscar. C’erano già state due pellicole con questo titolo, entrambe mute, nel 1907 e nel 1926, ma è solo con questa edizione che si raggiunge un ottimo risultato, caratterizzato da grande equilibrio tra l’aderenza al racconto originale e la riuscita artistica. Ben-Hur può essere considerato il più importante film del cosiddetto genere peplum, legato cioè all’antichità, e il più prestigioso e spettacolare dei kolossal storici. La trama dovrebbero conoscerla anche i più giovani, grazie al remake del 2016. Ma diamo comunque una ripassata.

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Royal affair (2012)

Una pagina poco conosciuta della storia europea, che arriva dalle fredde e desolate lande danesi. La giovanissima Caroline, principessa inglese, quindici anni, viene data in sposa al cugino Christian, re di Danimarca, senza neppure averlo mai visto. Lei si aspetta un giovane principe colto, sensibile e intelligente, amante delle arti e della conversazione, il marito che ogni donna (dell’epoca) potrebbe desiderare.

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