Operazione sottoveste (1959)

Non so se esiste una classifica dei film più trasmessi in televisione, ma se esiste, questa pellicola deve essere al primo posto. C’è stato un periodo in cui passava almeno una volta all’anno, talvolta due. Eppure, visto e rivisto, si guarda sempre volentieri. È il primo grande successo di Blake Edwards, regista che ha consegnato alla storia del cinema capolavori come Colazione da Tiffany o La grande corsa, oltre alla lunga serie della Pantera rosa con Peter Sellers.

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Come rubare un milione di dollari e vivere felici (1966)

Una commedia leggera e piacevolissima ancora oggi, pur lontana da altri capolavori di Audrey Hepburn molto più famosi. Un mix perfettamente riuscito di due sottogeneri, che prende in prestito elementi da entrambi senza cadere negli stereotipi dell’uno o dell’altro. Il titolo italiano, più completo dell’originale, tradisce il contenuto della storia e ne anticipa il finale. Il film, infatti, fonde il racconto di un furto, per molti versi comico e di certo originale, con una romantica storia d’amore tra i due protagonisti.

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Susanna! (1938)

Nonostante gli anni che ha sulle spalle, questo film resta una delle commedie più riuscite della storia del cinema, con un ritmo brioso raramente eguagliato e una coppia di attori splendidamente assortiti. La regia impeccabile di Hawks dirige la coppia Hepburn-Grant riuscendo ad armonizzare alla perfezione le differenze e sfruttando a pieno la verve brillante di entrambi. La storia è semplice, ma proprio la sua linearità permette un mix equilibrato tra tutti gli elementi della vicenda.

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2001: Odissea nello spazio (1968)

Il titolo contiene già in sé associazioni di grandezza epica. Molti conoscono il film, cioè la sua fama, ma pochi l’hanno visto davvero. E a volte chi ha provato a vederlo l’ha trovato noioso o incomprensibile. Un amico mi ha raccontato di averlo visto tre volte e di essersi addormentato tutte e tre le volte, e mi ha chiesto come può essere considerato un capolavoro. Con tutto il rispetto per Kubrick, penso che sia una reazione in parte comprensibile. Perché è un film diverso da qualunque altro, particolarmente non convenzionale, sia nella forma che nel contenuto. Un film dove ci sono pochissimi dialoghi, e le prime parole, tutt’altro che significative o illuminanti, sono pronunciate dopo circa una mezz’ora dall’inizio. C’è una ragione ovviamente per questa impostazione: Kubrick voleva lasciare che le immagini e i suoni attirassero l’attenzione dello spettatore e raccontassero la storia.

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La donna dai tre volti (1957)

Un grande classico e un tema che poi sarebbe diventato fonte quasi inesauribile per il cinema. Tre anni dopo Hitchcock ne farà il suo thriller più famoso mentre Shyamalan, quasi sessant’anni più tardi, regalerà a McAvoy il ruolo migliore della sua carriera. L’approccio di questa pellicola, però, è diverso da altri dello stesso genere, sicuramente diversissimo da tutto il filone di film che hanno sfruttato e continuano a sfruttare l’aspetto più inquietante e orrorifico dello sdoppiamento di personalità. A differenza di Psyco o Split, che ci mettono in guardia dai pericoli di una personalità multipla, questa pellicola vuole affrontare il problema dal punto di vista strettamente psicoanalitico.

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A casa dopo l’uragano (1960)

Dramma familiare dalle tinte forti, ma dai toni mai troppo enfatici, imponente nelle caratterizzazioni e torrido nelle tematiche. Un enorme vaso di Pandora pieno di vizi, segreti, passioni e rabbia, ma anche uno straordinario racconto di formazione. La storia è un classico melodramma tipico della vecchia Hollywood, rinnovato nello stile dallo splendido Technicolor di Vincente Minnelli.

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Acqua alla gola (1958)

Anne Baxter aveva interpretato la calcolatrice arrivista in Eva contro Eva, e lo aveva fatto con grande disinvoltura, quasi le venisse naturale la perfidia di quel personaggio. Era talmente malvagio quel ruolo che lo spettatore poteva solo desiderare la sua punizione. Otto anni dopo, la punizione arriva con questa pellicola. Acqua alla gola è un piccolo grande thriller che risente di influssi hitchcockiani, intriso di una suspense a tratti insostenibile, in un crescendo di dubbi e di domande senza risposta, che troveranno la giusta collocazione solo nel sorprendente e imprevedibile epilogo.

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La grande fuga (1963)

Basato sul romanzo autobiografico di Paul Brickhill, il film è un’emozionante avventura ambientata in un campo di prigionia, durante la seconda guerra mondiale. Il titolo sembra dire tutto, ma in realtà rende solo vagamente l’idea di quello che viene mostrato nelle quasi tre ore del film: imprevisti di ogni genere, suspense, umorismo ma anche dramma, e naturalmente uomini duri dal carattere nobile. Anche se la storia è vera, almeno in parte, molte sono le libertà che si prende Hollywood nel metterla in scena. Tanto per cominciare, sebbene i prigionieri della storia originale fossero per lo più ufficiali britannici della Royal Air Force, i produttori hanno aggiunto un certo numero di americani al cast, per rendere il film più attraente per il pubblico americano. E il regista John Sturges non poteva mancare di richiamare Steve McQueen, con cui aveva già lavorato tre anni prima ne I magnifici sette.

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Mary Poppins (1964)

Mary Poppins è uno di quei film di fronte ai quali si cammina in punta di piedi e ci si avvicina con timore reverenziale. Non è pensabile farne una recensione, perché è un capolavoro che credo davvero tutti conoscano. Ho deciso però di parlarne perché ho visto il seguito dell’originale, Il ritorno di Mary Poppins (la recensione martedì, nel caso vi interessasse), e il confronto è inevitabile. Onestamente devo ammettere che il sequel non mi ha deluso del tutto, diciamo che ha i suoi pregi e ne parlerò ma, paragonato al primo, non esiste proprio.

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Bunny Lake è scomparsa (1965)

Splendido thriller, affascinante e ben recitato, in cui una sceneggiatura particolarmente curata mescola le carte, ingarbugliando sempre di più la trama, fino ad un finale che è un piccolo capolavoro. Preminger, regista originale e coraggioso, sembra muoversi sulle orme di Hitchcock e Lang, ma riesce a creare un clima di ambiguità e disvelamento progressivo che rende il film qualcosa di unico, aggiungendovi anche quel tocco di erotismo morboso che caratterizza i suoi capolavori.

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