Bullitt (1968)

Questo primo film diretto da Peter Yates in America, è stato uno dei titoli che ha contribuito a creare la leggenda di Steve McQueen. Un poliziesco con sfumature noir, caratterizzato da una sceneggiatura molto stringata e da scene d’azione che sono rimaste negli annali del cinema, in particolare un incredibile inseguimento di circa dieci minuti girato dal vivo, sulle strade di San Francisco, che fa impallidire le corse sfrenate di Fast and Furious. La trama non è spettacolare, anzi è quasi banale nella sua semplicità, tuttavia il film è speciale. Tanto che diventa il prototipo di tutta una serie di polizieschi che da esso trarranno ispirazione, come Il braccio violento della legge o la serie dell’ispettore Callaghan.

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I magnifici sette (1960)

Ho già parlato della mia passione per il western, e I magnifici sette è un classico imperdibile. In realtà nasce come omaggio a I sette samurai di Akira Kurosawa, ma preferisco parlarne come film a sé stante, anche perché le differenze rispetto all’originale, ambientato nel Giappone del 1500 e intriso del fascino della cultura nipponica, non giocano a favore del film di Sturges, in cui la storia si sposta nelle praterie del west e si qualifica chiaramente come puro intrattenimento. Le affinità tra i due film si fermano alla linea generale della trama, con i cambiamenti necessari per mantenerla credibile in un contesto culturale diverso.

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Marnie (1964)

Adattamento del romanzo omonimo di Winston Graham, è uno dei film più complessi di Hitchcock, un thriller psicologico dai risvolti freudiani, tanto cari al regista britannico, che qui sono più evidenti che in altre sue opere. Il film non fu ben accolto dal pubblico americano, forse perché si aspettavano una storia d’amore romantica, anche per la presenza di Sean Connery, e invece si trovarono di fronte a una vicenda con risvolti psicanalitici, per di più dai contorni torbidi. Marnie è prima di tutto il ritratto di una donna mentalmente contorta, la cui personalità è un misto di freddezza e isteria. Sotto una calma apparente cela, infatti, un’ossessiva paura di molte cose, tra cui il sesso, i tuoni e il colore rosso.

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Piano… piano, dolce Carlotta (1964)

Doveva essere il seguito di Che fine ha fatto Baby Jane?, ma Bette Davis si rifiutò di recitare di nuovo accanto all’eterna rivale Joan Crawford, e il regista fu costretto a scrivere una nuova sceneggiatura e cercare un’attrice che potesse andare d’accordo con la Davis. Il risultato è un riuscito giallo d’atmosfera, con attori di grande spessore, che tiene letteralmente incollati alla sedia, dall’inizio alla fine. Anche questo film rientra nella categoria di quel favoloso bianco e nero che creava emozioni e suggestioni solo con la luce e con le ombre, dove il sangue, anche se non era rosso, spiccava sul candore di un abito bianco, creando un risultato ad effetto.

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Quarto potere (1941)

Considerato uno dei migliori film nella storia del cinema, se non il migliore in assoluto, Citizen Kane, ribattezzato in italiano con l’efficace Quarto potere, è una pellicola straordinaria, in cui Welles mostra tutte le sue doti non solo di regista, ma di uomo di cinema in senso completo. L’attore, che all’epoca aveva appena 25 anni, non solo dirige e interpreta il film, ma è autore del soggetto e della sceneggiatura, insieme a Herman Mankiewicz. Molte le sfaccettature di questa pellicola, che riesce a raccontare una storia singolare e avvincente, senza cadere nelle tradizioni melodrammatiche dell’epoca. Anzi, lo stile oggettivo e quasi documentaristico con cui viene narrata la vicenda, diventa un punto di forza distintivo del film.

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La parola ai giurati (1957)

Se qualcuno si è chiesto almeno una volta cosa significa ragionevole dubbio, può trovare in questo film una risposta esauriente. La pellicola di Lumet indaga a fondo e cerca di mostrarci non solo quand’è che un dubbio può essere considerato ragionevole, ma soprattutto quando un’incertezza di questo tipo può e deve influire sul verdetto, impedendo la condanna, anche solo potenzialmente ingiusta, di un innocente.

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Fahrenheit 451 (1966)

Tratto da un racconto di Bradbury, è uno dei film piĂą toccanti di François Truffaut. Il regista era un avido lettore, amava molto la letteratura, e questa pellicola è la sua dichiarazione d’amore per i libri. Il film si inserisce nel filone della fantascienza distopica, ma Truffaut sceglie di dare un taglio piĂą classico, perchĂ© il vero protagonista della pellicola è il libro, desiderato, esaltato, e demonizzato, e la letteratura diventa materiale della trama, un personaggio quasi piĂą vivo e presente degli attori in carne e ossa. Quello che preme al regista è il valore del passato, rappresentato dai libri, molto piĂą della raffigurazione di una immaginaria societĂ  del futuro. Per questo Truffaut colloca la storia fuori dal tempo, piuttosto che situarla in un convenzionale universo fantascientifico.  

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Assassinio sull’Orient Express (1974)

Questo film è universalmente considerato uno dei miglior adattamenti cinematografici del romanzo di Agatha Christie. Diretta da Sidney Lumet, famoso per la cura dei particolari e l’attenzione alle sfumature, oltre che per la precisione e l’assoluta fedeltĂ  ai testi originali, la pellicola si avvale di un cast straordinario, scelto accuratamente per dare vita nel modo migliore ai personaggi della Christie.

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Assassinio sul Nilo (1978)

Il film segna il debutto del versatile Peter Ustinov nei panni di uno dei detective piĂą amati di Agatha Christie, che interpreterĂ  un’altra volta per il cinema, in Delitto sotto il sole, e ben tre volte per la televisione. Poirot è un detective molto particolare e le sue indagini sono sempre fuori dall’ordinario: mentre Miss Marple di solito è occupata a risolvere omicidi in piccoli villaggi inglesi, ordinati e apparentemente molto tranquilli, anzi, quasi noiosi, a Poirot toccano generalmente luoghi piĂą esotici, in questo caso la terra del Nilo. Questo dĂ  l’opportunitĂ  di inserire bellissime immagini dell’Egitto e dei suoi angoli piĂą intriganti, che vengono ampiamente utilizzati per creare un’atmosfera affascinante e misteriosa. Tuttavia, il regno dei faraoni fa solo da sfondo alla trama vera e propria.

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Il mago della pioggia (1956)

Una favola romantica, su misura per i due protagonisti, che danno qui il meglio di sé, favoriti anche dalla struttura decisamente teatrale della pellicola, che non si perde in dettagli inutili ma concentra tutta l’attenzione sugli attori e i dialoghi. Il film è tratto da un lavoro teatrale di Richard Nash sull’incapacità di amare, anche se la storia, all’apparenza semplice, sembra ruotare intorno ad un imbroglio.

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