Le idi di marzo (2011)

Già dal titolo si comprende come questo film abbia la pretesa di essere molto serio, come lo sono di solito i film che hanno come argomento la politica. Nel caso specifico, si tratta della campagna elettorale per la presidenza di un governatore liberale della Pennsylvania, interpretato da George Clooney, che ha anche collaborato alla sceneggiatura e diretto. Un film che continua la filmografia di Clooney come regista, dopo Confessioni di una mente pericolosa e soprattutto Good Night and Good Luck, mostrando quanto sappia apprezzare e utilizzare al meglio gli strumenti del cinema, offrendo un prodotto finemente rifinito e senza sbavature. Sebbene il film non sia particolarmente inventivo, creativo o audace nella regia, è certamente molto sofisticato e testimonia l’eleganza di Clooney dietro la macchina da presa.

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Truman Capote – A sangue freddo (2005)

Il film è incentrato sulla figura di uno dei più controversi scrittori del ventesimo secolo, ma non siamo di fronte a un’arida biografia. La storia si concentra infatti su un episodio specifico della vita di Capote, ovvero la genesi e la scrittura del suo romanzo più famoso, che gli ha dato la vera celebrità, aprendogli le porte dei salotti più esclusivi. Nel 1959 Capote era un giornalista e scrittore già abbastanza conosciuto nel circuito culturale di New York. Quando la sua attenzione viene attirata da un raccapricciante omicidio avvenuto in una cittadina rurale del Kansas, intravede la possibilità di sfruttarne le potenzialità letterarie e si reca sul posto per indagare personalmente sull’accaduto e scrivere un articolo per il quotidiano The New Yorker.

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Magnolia (2000)

È uno di quei film che si ama o si odia, e per amarlo non bisogna cercare di capirlo, ma solo guardarlo e lasciare che i personaggi ti catturino e ti invitino a partecipare alle loro storie. Non è un film facile: più di tre ore per raccontare gli scherzi giocati dal destino in un solo giorno, nella vita di nove persone. Avrebbe potuto essere un pasticcio disordinato e frammentato e forse nelle mani di un altro regista lo sarebbe diventato. Ma Anderson si assicura che i suoi personaggi abbiano spazio per respirare e che le varie storie abbiano il giusto tempo per svolgersi. I temi centrali del film sono due: uno è il passato con cui si deve necessariamente fare i conti, perché torna comunque a bussare alla nostra porta, prima o poi, e l’altro è la casualità, che domina la vita degli uomini sotto la forma di coincidenza, influenzando le nostre esistenze al di fuori del nostro controllo.

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Happiness (1998)

Film caustico, sicuramente coraggioso e in parte sfrontato, che dipinge in maniera cinica e spietata la media borghesia americana, così impegnata nella ricerca affannosa della felicità da essere sempre più infelice e sola. Non è però un dramma, anzi, è più una commedia grottesca, in cui sofferenza e solitudine vengono raccontate con un’ironia beffarda, a partire dal titolo. Questo film infatti parla di tutto fuorché di felicità, ma lo fa in modo da riuscire a farci sentire incredibilmente soddisfatti delle nostre vite, se rapportate a quelle dei protagonisti.

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Il dubbio (2008)

Adoro la lentezza quando è necessaria. In questo film non solo è essenziale, ma diventa indispensabile. La trama è talmente esigua che va dilatata al massimo, l’azione, praticamente inesistente, viene rallentata all’infinito per coglierne tutti i particolari, per goderne tutte le sfumature. E qui la lentezza non annoia mai, perché non è vuota attesa fine a se stessa, ma arricchisce ogni immagine di dettagli preziosi e significativi, e usa le parole al pari dei gesti e delle espressioni dei volti, dando un peso anche ai silenzi.

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Onora il padre e la madre (2007)

Una spirale autodistruttiva verso la follia, sulla stessa scia di Requiem for a Dream o anche Scarface, il film è un dramma psicologico prima ancora che un thriller d’azione, dove lo studio intimo dei personaggi e dei rapporti tra loro è la cosa che più interessa al regista. E sappiamo che Lumet riesce sempre a radunare un buon cast e a tirarne fuori il massimo. Anche in questo caso, le interpretazioni di Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke e Marisa Tomei, oltre ad Albert Finney, rendono questo film assolutamente non convenzionale.

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