Swing kids (1993)

Il film disegna un ritratto amaro e realistico della Germania nazista di Hitler attraverso gli occhi di un gruppo di giovani ribelli, gli Swing Kids, accomunati dalla passione per la musica scatenata proveniente dall’America; mentre loro amano suonarla, ascoltarla e ballare sul suo ritmo travolgente, il governo ne vieta la diffusione per l’origine ebraica ed afroamericana degli artisti che la producono.

Il presupposto storicamente accertato è la condanna della nuova musica da parte del governo nazista: da qui la sceneggiatura ricama e forse inventa un po’, ma non più di tanto. Quello che preme al regista è mostrare l’ascesa del nazismo da un’angolatura molto particolare, quella delle giovani menti plagiate dall’ideologia razzista. I giovani protagonisti saranno costretti a crescere in fretta, in una società che muta rapidamente e non lascia il tempo per riflettere: passeranno gradatamente dalla spensieratezza del ballo e dei primi amori, alla consapevolezza di una realtà dove non c’è posto per la musica e neppure per la tolleranza.

Una storia di formazione, dunque, in un periodo storico tormentato e difficile da comprendere, in cui mancavano punti di riferimento per chi vedeva intorno a sé una realtà in continua evoluzione, dove valori come le libertà di pensiero e di parola sembravano ogni giorno più compromessi, nell’indifferenza generale, e passavano sempre più in secondo piano, di fronte alle necessità quotidiane come il lavoro o addirittura la sopravvivenza stessa.

Il passaggio all’età adulta non sarà indolore e metterà a dura prova la loro amicizia quando, di fronte alle scelte imposte dalla vita e dalle loro coscienze, prenderanno strade diverse: Arvid sceglierà il suicidio come via di fuga da una realtà che non può accettare né cambiare, Thomas subirà il fascino della propaganda, arruolandosi con convinzione nella Gioventù Hitleriana e arrivando a denunciare il proprio padre, mentre Peter, dopo un doloroso percorso di riflessione interiore, sceglierà di ribellarsi al fanatismo dominante, a prezzo della propria libertà. Solo alla fine, di fronte al coraggio dell’amico Peter, Thomas sembra aprire gli occhi e trovare la forza di rivoltarsi alla divisa nella quale aveva creduto.

Quello che preme al regista non è tanto raccontare la tragedia degli ebrei, quanto descrivere i mutamenti della società tedesca per effetto della propaganda nazional socialista, e le reazioni del popolo germanico, spettatore spesso inconsapevole di questi cambiamenti graduali, a volte impercettibili, ma irreversibili. Il razzismo, la violenza e la repressione nei confronti del dissenso, erano sotto gli occhi di tutti, eppure si stentava a crederci oppure si preferiva fingere di non vedere. Ed è proprio la gradualità con cui le nuove idee vengono imposte e fatte metabolizzare all’opinione pubblica, che permetterà l’ascesa e l’affermazione del nazismo, con tutte le conseguenze che purtroppo conosciamo.

Persecuzioni e campi di sterminio non appaiono mai direttamente, ma il loro spettro si aggira silenzioso nelle stelle di David dipinte sui portoni, fino a materializzarsi in tutta la sua disumanità nella scena più cruda di tutto il film, quando Peter è incaricato di consegnare ad una donna ebrea un pacchetto, di cui ignora il contenuto, e scopre con raccapriccio che all’interno vi sono le ceneri del marito.

Il film si avvale di un’accurata ricostruzione storica dell’epoca, accentuata dalla cura di costumi e scenografie, e sottolineata da una suggestiva fotografia seppiata in cui si inseriscono spezzoni di filmati originali in bianco e nero, che danno al film un taglio documentaristico, accentuandone il realismo. Nei ruoli principali troviamo Robert Sean Leonard, reduce dal successo de L’attimo fuggente e Christian Bale, che all’epoca non aveva nemmeno vent’anni. A loro si aggiunge il meno conosciuto, ma incisivo, Frank Whaley, nel ruolo dell’amico suicida.

Tutti e tre furono nominati per questo film come migliori giovani talenti. Non accreditato, Kenneth Branagh interpreta il comandante della Gestapo, con una recitazione per lui insolitamente misurata, che rende il suo personaggio forse meno credibile, ma sicuramente più umano e intenso.

Pur essendo indiscutibilmente un dramma, i toni sono volutamente smorzati, senza mai scendere nel sentimentalismo né tanto meno nel patetico, neppure nella scena del suicidio, mostrato con pudore ed estrema delicatezza. Ne deriva una pellicola che non colpisce allo stomaco come Schindler’s list, ma che comunque commuove, fa riflettere e offre un punto di vista nuovo su un argomento di cui non si parlerà mai abbastanza.

Trailer originale

13 pensieri riguardo “Swing kids (1993)

  1. Quanto ho adorato questo film. Spuntato nel catalogo di Tele+1, mai mi sarei aspettato di vederci spuntare all’improvviso Branagh, e per di più in un ruolo così particolare. Il suo duetto con Leonard, dove deve dare voce a uno spregevole nazista, è da applauso. Proprio perché non fa il nazisten dei film americani bensì una persona “normale” con idee decisamente discutibili che per me funziona, proprio la sua pacatezza mostra quella “banalità del male” che ha funestato il Novecento.
    Curioso poi che all’epoca seguissi da vicino le carriere di Robert Sean Leonard e Frank Whaley mentre ignorassi Christian Bale, che invece è l’unico che ha conquistato una fama di serie A.
    Per finire, all’epoca trovai geniale la risposta del giovane Leonard al gerarca Branagh:
    So much passion, for nothing.
    It don’t mean a thing… If it ain’t got that swing.

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    1. Bale ha avuto la fortuna di cogliere le occasioni giuste, poi con Batman ha imbroccato il filone. A me è sempre piaciuto più Leonard. Il film mi piacque moltissimo e negli anni mi sono meravigliata di vedere che è poco conosciuto.

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  2. Detesto la retorica che si fa intorno la giornata della memoria e compagnia. Si dice sempre: non deve più accadere, non deve più accadere! Poi, se uno lo vuol vedere, continua ad accadere ogni santissimo giorno, da qualche parte nel mondo: in Cina, in Africa, in Sud America, con le leggi liberticide e razziste. Qui in Italia… E la gente, gli stessi che dicevano che non doveva più accadere, sta muta!
    Ne riparleremo… 😉

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    1. L’ho detto anche da un’altra parte oggi: scrivendo la recensione, in alcuni punti, mi sembrava di parlare dell’Italia di oggi, che sta accettando supinamente regole liberticide che non hanno nessuna giustificazione logica.

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