La parete di fango (1958)

Alla fine degli anni ’50, Sidney Poitier era già famoso, ma non ancora considerato un grande. Il suo ruolo decisivo ne Il seme della violenza era stato un successo e lo aveva fatto conoscere al grande pubblico, ma La parete di fango è stato sicuramente un trampolino di lancio per l’Oscar che avrebbe vinto nel 1963 come miglior attore. Per questo film, infatti, ha ricevuto la nomination ed è stata la prima volta che l’Academy ha preso in considerazione un attore afroamericano per un Oscar così importante.

La storia segue Joker e Noah, due detenuti evasi, uno bianco e uno nero, che si ritrovano improvvisamente liberi, dopo che il furgone che li trasportava ha avuto un incidente. Sono incatenati l’uno all’altro, perciò devono trovare il modo di darsi da fare insieme per sfuggire alla cattura, mentre lo sceriffo e una squadra di ricerca si gettano all’inseguimento. Il messaggio centrale è quello dell’uguaglianza e della tolleranza razziale, ma il film riesce a essere un thriller a più livelli dal ritmo magistrale, che armonizza perfettamente dramma e azione.

Una delle cose più importanti era fornire una rappresentazione realistica dell’uomo di colore, lontana dagli stereotipi dell’epoca, e Poitier trionfa in questo senso. Del resto era un obiettivo che non ha mai avuto problemi a raggiungere, anche se più avanti nella sua carriera ha avuto la tendenza a interpretare personaggi neri senza difetti. Ma non è solo Poitier a brillare. Joker ha il volto e la fisicità di Tony Curtis, scelto dal regista Stanley Kramer dopo il rifiuto di Marlon Brando, che era impegnato a girare Gli ammutinati del Bounty.

Curtis accettò più che volentieri, visto che fino ad allora era stato scelto principalmente per l’aspetto fisico e non aveva avuto quasi mai la possibilità di mostrare le proprie capacità espressive, soprattutto drammatiche. E ci riuscì talmente bene da ricevere l’unica nomination all’Oscar della sua carriera. Una delle sequenze più belle vede i due prigionieri seduti in un momento di riposo dalla fuga, e mentre sono fermi, in attesa, ognuno racconta di come è finito in prigione.

Così, parlando, si rendono conto di essere molto simili: entrambi hanno un brutto carattere che fanno fatica a controllare, e covano una rabbia repressa nei confronti della vita che con loro non è stata generosa. Joker sogna ricchezza e fama, mentre Noah vorrebbe solo essere trattato come tutti gli altri e soffre nell’essere discriminato. Il capolavoro della sceneggiatura, premiata con l’Oscar, sta nel mostrare il lento cambiamento nel rapporto tra i due, che all’inizio si odiano e forse si disprezzano anche, arrivano persino a picchiarsi, poi capiscono che devono allearsi per poter sopravvivere, e infine, gradatamente, diventano amici.

Si accettano a vicenda, anche se forse i pregiudizi di entrambi non sono completamente sradicati. E sul finale del film, una volta separati dopo la rottura delle catene, arrivano a compromettere ognuno la propria salvezza, per quella dell’altro. Questa lenta trasformazione è molto commovente, anche se forse a tratti poco credibile. Ma a Kramer interessava che arrivasse il messaggio, e il messaggio arriva forte e chiaro.

Il film lanciò Kramer nell’Olimpo dei registi hollywoodiani e da quel momento cominciò a farsi la fama di autore impegnato, che avrebbe poi confermato con i film successivi, come Indovina chi viene a cena? e Vincitori e vinti. Una regia semplice la sua, senza particolari ricercatezze, ma comunque capace di raccontare una storia cogliendone tutte le sfaccettature, dando ai personaggi l’opportunità di svilupparsi con una costante ricerca psicologica, completando la propria evoluzione nell’arco della vicenda.

Anche il montaggio di questo film è ben assemblato, con un tempismo perfetto, che conferisce ritmo all’azione. L’altro Oscar che la pellicola si è portata a casa è andato a Sam Leavitt per la migliore fotografia in bianco e nero, e guardando il modo con cui manipola ombre e luci si capisce il perché. Nel complesso è un film sobrio, ottimamente interpretato e con un messaggio che allora poteva essere rivoluzionario, e che oggi è più che mai valido. Un film da rivalutare, soprattutto se per sbaglio siete inciampati nel remake del 1996, con Laurence Fishburne e Stephen Baldwin, assolutamente da dimenticare.

11 pensieri riguardo “La parete di fango (1958)

  1. Non l’ho mai viso; a dire il vero, mi manca un po’ questa formazione cinematografica in bianco e nero… Ad ogni modo, ecco un altro film, tra quelli che voglio vedere, grazie ale tue recensioni! 😉 Buon pomeriggio. 🙂

    Piace a 1 persona

      1. Ciao Raffa, è sempre un piacere passare a leggerti! Faccio una piccola precisazione: non è vero che non ho mai visto film in bianco e nero: ho visto tutti (o buona parte) dei film del grande Alfred Hichcok e “La parola ai giurati” di Sidney Lumet: meraviglioso!

        Piace a 1 persona

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...