La parete di fango (1958)

Alla fine degli anni ’50, Sidney Poitier era già famoso, ma non ancora considerato un grande. Il suo ruolo decisivo ne Il seme della violenza era stato un successo e lo aveva fatto conoscere al grande pubblico, ma La parete di fango è stato sicuramente un trampolino di lancio per l’Oscar che avrebbe vinto nel 1963 come miglior attore. Per questo film, infatti, ha ricevuto la nomination ed è stata la prima volta che l’Academy ha preso in considerazione un attore afroamericano per un Oscar così importante.

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Swing kids (1993)

Il film disegna un ritratto amaro e realistico della Germania nazista di Hitler attraverso gli occhi di un gruppo di giovani ribelli, gli Swing Kids, accomunati dalla passione per la musica scatenata proveniente dall’America; mentre loro amano suonarla, ascoltarla e ballare sul suo ritmo travolgente, il governo ne vieta la diffusione per l’origine ebraica ed afroamericana degli artisti che la producono.

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Fronte del porto (1954)

Elia Kazan è stato uno dei membri più autorevoli dell’élite di Hollywood che è apparso davanti alla commissione McCarthy negli anni ’50, dietro la cui pressione fece numerosi nomi di attori, registi e sceneggiatori che avevano avuto un passato da simpatizzanti di sinistra.
A seguito della sua soffiata, molti dei colleghi si ritrovarono la carriera finita o addirittura la vita rovinata, e nell’ambiente cinematografico il suo comportamento fu fortemente criticato. Questo film, realizzato poco dopo, può essere visto come la risposta artistica più o meno velata di Kazan, emarginato dal mondo del cinema a causa delle sue denunce. E non per niente i temi principali sono la morale, la coscienza e il tradimento.

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I segreti di Osage County (2013)

Una madre orribile, egoista, opportunista, bugiarda, eppure con una sua fragilità, una malattia che non lascia scampo, una riunione di famiglia in occasione della scomparsa del marito. Un melodramma moderno dai contorni classici della tragedia greca, di stampo più teatrale che cinematografico, ottimamente servito da un cast di prima qualità e da una regia discreta, ma mai noiosa.

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Una preghiera per morire (1987)

Cambio di registro notevole dopo Nove settimane e mezzo, che l’anno prima lo aveva lanciato come sex symbol. Qui Mickey Rourke affronta una storia dura, che mescola terrorismo e fede, e parla di coscienza e pentimento, e di una guerra che oggi sembra una follia lontanissima, ma che per tanti anni ha riempito le pagine dei giornali. Rourke offre una delle sue migliori interpretazioni nei panni di Martin Fallon, un tiratore scelto dell’IRA la cui coscienza sepolta da tempo viene risvegliata improvvisamente quando assiste alle tragiche conseguenze di un attentato: un ordigno esplosivo sistemato sul ciglio della strada, per colpire un convoglio militare britannico che deve passare di lì, fa esplodere per errore uno scuolabus, uccidendo i piccoli passeggeri.

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Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975)

La cronaca drammatica di una rapina, forse la più disorganizzata che si sia mai vista al cinema, tratta da un fatto realmente accaduto, e anche un dramma umano di grande spessore. Ma il film di Lumet non è solo questo, naturalmente. È uno dei film meglio riusciti sull’influenza che i mass media, soprattutto la televisione, hanno sul comportamento umano, particolarmente in situazioni critiche.

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È nata una stella (1954)

Forse non tutti sanno, soprattutto i giovanissimi, che il film di Bradley Cooper che ha regalato l’Oscar a Lady Gaga, è in realtà un remake, addirittura il quinto di una serie di rifacimenti. Il primo film, l’unico con un titolo diverso, è A che prezzo Hollywood?, del 1932, firmato da George Cukor, dove la protagonista era un’umile cameriera che sognava di fare l’attrice. Nel 1937 Wellman ne fa il primo remake, mantenendo invariata la storia ma cambiando il titolo in È nata una stella. Nel 1954 è la volta di Cukor che riprende il titolo ma cambia leggermente la storia, trasformando l’aspirante attrice in una talentuosa cantante, e firmando uno dei migliori musical di Hollywood. Per la cronaca, prima di Cooper, c’è stato un altro remake musicale con Barbra Streisand e Kris Kristofferson, che ha cambiato leggermente il finale della storia, trasformando il suicidio di lui in una morte accidentale.

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Lost in translation (2003)

Una commedia romantica moderna, una bellissima storia d’amore, semplice ma profondo, di quello che si costruisce lentamente, con la conoscenza reciproca, non necessariamente carnale, ma proprio per questo più vera. Due persone diversissime per età ed esperienze di vita, che si incontrano e si completano a vicenda, scoprendo il piacere della reciproca compagnia.

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Il filo del rasoio (1946)

Un film di due ore e mezza, incentrato su un protagonista che vaga dall’America all’Europa, fino all’Himalaya, alla ricerca del senso della vita, potrebbe apparire noioso. Invece è una pellicola avvincente, ricca di personaggi interessanti, molto ben delineati da un cast di prim’ordine. Tratto dal romanzo omonimo di Somerset Maugham, è una storia affascinante e coinvolgente, in cui si intrecciano le vicende di uomini e donne, toccati in vario modo dalla vita, e uniti da un unico filo conduttore che è il protagonista, alla costante ricerca di un significato da dare alla sua esistenza.

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