Magnolia (2000)

È uno di quei film che si ama o si odia, e per amarlo non bisogna cercare di capirlo, ma solo guardarlo e lasciare che i personaggi ti catturino e ti invitino a partecipare alle loro storie. Non è un film facile: più di tre ore per raccontare gli scherzi giocati dal destino in un solo giorno, nella vita di nove persone. Avrebbe potuto essere un pasticcio disordinato e frammentato e forse nelle mani di un altro regista lo sarebbe diventato. Ma Anderson si assicura che i suoi personaggi abbiano spazio per respirare e che le varie storie abbiano il giusto tempo per svolgersi. I temi centrali del film sono due: uno è il passato con cui si deve necessariamente fare i conti, perché torna comunque a bussare alla nostra porta, prima o poi, e l’altro è la casualità, che domina la vita degli uomini sotto la forma di coincidenza, influenzando le nostre esistenze al di fuori del nostro controllo.

In apertura del film una voce narrante racconta tre episodi molto particolari, realmente accaduti, in cui il caso sembra aver avuto un ruolo fondamentale. Ma nello stesso tempo lascia intendere che non possono considerarsi semplici coincidenze. Un incipit geniale, che cattura subito l’attenzione dello spettatore rivelando in parte quello che si deve aspettare. Poi inizia il film vero e proprio: nove storie che si intrecciano, nove personaggi con un passato da dimenticare, che provano a cambiare il presente, nove personaggi apparentemente senza legami tra loro ma destinati forse ad incontrarsi in futuro. L’idea di base è che gli avvenimenti siano dominati dal caso, ma nello stesso tempo si avverte una connessione tra i personaggi all’interno della casualità, una connessione che non viene però esplicitata.

Tutto il film è un gioco ad incastro tra storie diverse, che si sviluppano nel giro di poche scene, grazie ad una sceneggiatura curatissima, fatta di dialoghi precisi al millimetro, dove ogni parola non è mai casuale ma possiede un significato molto più ampio di quello letterale. I personaggi appaiono sullo schermo come perfetti sconosciuti, ma si rivelano in poche inquadrature con un’intensità sorprendente, tanto che lo spettatore ha la sensazione di conoscerli da sempre. Quello che il regista ci mostra sono solo frammenti della loro giornata, eppure ci permette di capire esattamente cosa c’è alle loro spalle, qual è il passato che ognuno di loro si porta dietro, più o meno consapevolmente.

E questo è l’altro tema fondamentale della narrazione: il passato, che incide inevitabilmente sulle nostre vite, anche quando pensiamo di averlo superato. Un girotondo di attori, uno più bravo dell’altro, e non era così scontato, dopo tutto: tanti personaggi diversi, in ruoli sicuramente complessi, potevano creare confusione. Invece creano un amalgama perfetta, in cui ognuno dà il meglio di sé nel suo ruolo: da Julianne Moore, moglie pentita di un uomo che ha sposato per soldi e che solo adesso, in punto di morte, si accorge di amare davvero, a Tom Cruise, superbo nei panni del sessista egocentrico che si nasconde ostinatamente dietro una maschera aggressiva, solo per paura di soffrire; da Jason Robards, all’ultima apparizione sugli schermi, nei panni del magnate dei media a un passo dalla morte, che rimpiange l’amore perduto del figlio, a John C. Really, attore terribilmente sottovalutato, che nel ruolo del poliziotto di quartiere disegna una figura molto sensibile e umana, e riesce a distinguersi in mezzo agli altri personaggi, attirando l’attenzione dello spettatore su di sé e sulla sua piccola grande avventura.

E poi Philip Seymour Hoffman, che entra timido e in punta di piedi nella storia, ma diventa poi l’anello di congiunzione tra padre e figlio, l’elemento casuale che cambia le vite di entrambi. Inizialmente sembra che solo alcune di queste storie siano collegate, ma il caso e le tracce indelebili del passato a un certo punto prendono il sopravvento. Tutti i personaggi sono accomunati dal rimpianto, da un passato doloroso di cui non riescono a disfarsi, ma proprio quando la disperazione sembra avere il sopravvento, il regista ci sorprende con un evento inaspettato e misterioso, che se da una parte ci spiazza, dall’altra riporta il film al suo incipit, portando a compimento il destino di ognuno dei personaggi.

Di nuovo, come all’inizio, la voce del narratore, questa volta per tirare le fila delle storie narrate: dopo che tutto il film sembra un insieme di vicende intrecciate dal caso, il narratore non può far altro che ammettere l’impossibilità che tutto sia avvenuto solo per caso. Questa sembra dunque essere la tesi di Anderson: che il caso e le coincidenze non esistono, e quando si verificano sono in realtà parte di un disegno più grande, che comunque domina la nostra vita. Avrebbe potuto realizzare un film noioso e filosofico per dimostrare la sua tesi; invece ci ha regalato un intreccio che ha del miracoloso, grazie anche ad attori validissimi, una sceneggiatura intelligente e una splendida colonna sonora che lo rende indimenticabile.

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