L’uomo senza volto (1993)

Film intenso, coinvolgente, drammatico e poetico, che segnò l’esordio di Mel Gibson nella regia. Per lui, che fino ad allora aveva interpretato ruoli da uomo d’azione o seduttore che-non-deve-chiedere-mai, un personaggio insolito e difficile, sia come presenza fisica che come profilo caratteriale. L’uomo senza volto è la storia di un’amicizia, sincera e profonda, tra due emarginati, diversi per età, cultura ed esperienze, ma accomunati dal fatto di essere, o di sentirsi, soli, abbandonati e in più vittime innocenti di pregiudizi.

Da una parte c’è Chuck, un ragazzino di dodici anni con una famiglia a dir poco disfunzionale (eufemismo molto attuale, che tradotto significa disastrosa), dove vivono una madre assente, più impegnata a tenere il conto delle sue relazioni sentimentali che ad occuparsi dei figli, e due sorellastre egoiste, che non trovano di meglio da fare che prenderlo continuamente in giro, e farlo sentire uno stupido (credo che uno psicologo le definirebbe castranti, ma a me viene in mente un’altra parola).

Nel clima di totale indifferenza e ostilità in cui vive, Charles ha finito per idolatrare la figura del padre, che non ha mai conosciuto, cercando di seguirne le orme: nonostante i continui insuccessi scolastici, che gli sono valsi più volte l’appellativo di ritardato ad opera delle amorevoli sorellastre, il ragazzino è intenzionato a tentare, per la seconda volta, l’esame di ammissione all’Accademia Militare, che anche il padre aveva frequentato.

E qui entra in gioco l’altro protagonista del film, Justin McLeod, ex professore, ritiratosi dall’insegnamento in seguito ad un incidente che ne ha sfigurato il volto, e segnato profondamente l’esistenza. Col suo carico di solitudine e dolorosi ricordi, vive come un eremita, nella stessa cittadina di Charles, ma in un’abitazione isolata, lontana da occhi indiscreti; non abbastanza lontana, però, dalle maldicenze della gente.

Anche lui vive una condizione da emarginato, in cui si è trovato suo malgrado in seguito ad un evento tragico: l’incidente che lo ha sfigurato è stato in realtà causato da un episodio non del tutto chiarito, che ne ha compromesso la reputazione oltre all’integrità fisica. Ma tutto questo si apprenderà solo più avanti nella storia. Tutto quello che sappiamo di lui, all’inizio, è soltanto che è stato privato della possibilità di esercitare la professione e si è ritirato in isolamento volontario. Tuttavia è risaputo che niente stimola la fantasia e la cattiveria della gente, quanto la mancanza di informazioni.

Così in paese si è cominciato ad inventare di tutto e di più su questo misterioso sconosciuto, attribuendogli, di volta in volta, l’omicidio della moglie o uno squallido lavoro di scrittore pornografico. Naturalmente l’aspetto mostruoso dell’uomo non ha fatto altro che alimentare la fantasia popolare e tenere lontano la gente.

L’incontro tra Chuck e McLeod avviene casualmente, e quando il ragazzino scopre che l’uomo è stato un insegnante, gli chiede di aiutarlo segretamente a prepararsi per l’esame di ammissione. Dopo un primo rifiuto, McLeod accetta e ha inizio da questo momento un rapporto di amicizia tra lui e il ragazzo, che aiuterà i due a sentirsi meno soli, e darà all’ex insegnante la possibilità di riprendere un’attività che evidentemente amava molto, e che gli mancava. Tutto questo è solo la premessa per presentare i personaggi, perché il film in realtà parte da qui, dall’incontro tra due solitudini che si aggrappano l’una all’altra per sopravvivere.

Ma la fantasia distorta e la cattiveria della gente non tardano a manifestarsi, e alla fine il professore sceglierà di allontanarsi dal ragazzo e dal paese. Solo molti anni dopo rivedrà Chuck, ormai cresciuto, e sarà l’occasione per riallacciare un legame affettivo che in realtà non si è mai spezzato.

La storia riprende il tema narrativo dell’incontro tra un essere dall’apparenza mostruosa, ma in realtà di animo buono e gentile, e una creatura fragile, che in lui trova tutti i valori di riferimento di cui ha bisogno per crescere, e che nessun altro riesce a dargli. E se nella favola della Bella e la Bestia l’incontro si materializza in una storia d’amore, qui diventa una grande amicizia che saprà superare i pregiudizi e le cattiverie della gente, regalando ad entrambi quello di cui hanno bisogno.

La parte più bella del film è quella in cui ha inizio e si sviluppa il rapporto tra il professore e il piccolo studente: il primo è severo ed esigente, e il ragazzo capisce subito che non ci saranno concessioni all’indulgenza. Impara o vattene è il motto educativo di McLeod, e questa sfida servirà al ragazzo per acquistare sempre più fiducia in se stesso; lui, abituato ad essere considerato un incapace, sulla cui riuscita nessuno osa scommettere, per la prima volta si trova di fronte ad una persona che crede in lui, e che non solo ha fiducia nel suo successo, ma se lo aspetta e lo pretende. Così studia e si impegna con costanza, superando le difficoltà e riuscendo a passare il tanto agognato esame di ammissione.

La regia di Gibson riprende elementi de L’attimo fuggente, ma anche di Dietro la maschera, film che aveva trattato efficacemente il tema della diversità. Tuttavia il suo scopo sembra essere un racconto di formazione che esalta l’importanza dell’amicizia, e diventa poi una storia di iniziazione alla vita, narrata con equilibrio, senza cedere alla retorica e senza indugiare troppo sugli aspetti più patetici. Anche per questo motivo, pur ispirandosi al romanzo omonimo di Isabelle Holland, ne accorcia volutamente tutta la parte legata alla questione omosessualità e pedofilia.

Splendida la scelta registica di iniziare e finire il film con due scene analoghe: all’inizio vediamo la rappresentazione del sogno di Chuck, ingenua e dolcemente infantile come sono i sogni dei bambini, angosciata solo dall’assenza del padre, dalla mancanza di quel volto che cerca disperatamente nella folla, senza trovarlo; alla fine invece assistiamo al realizzarsi del suo desiderio, e il saluto del Maestro all’allievo, discreto e silenzioso oltre il mare di gente, realizza la riunione delle due solitudini e incarna l’idealizzazione di quel padre mai conosciuto, toccandoci le profondità del cuore. Un film che commuove con sincerità, evitando sia il trionfalismo tipicamente americano sull’uomo che si fa da solo, sia le scene patetiche che vogliono solo strappare lacrime.

16 pensieri riguardo “L’uomo senza volto (1993)

  1. All’epoca il film è stato molto pubblicizzato e ricordo di averlo molto seguito sulle riviste, però poi appena visto sarò onesto: la delusione è stata tanta. Per carità, mi è piaciuto e non ricordo particolari fastidi – all’epoca i film erano così ben fatti che raramente risultavano fastidiosi – però trovai un po’ “piaciona” l’idea del volto sfregiato, perché era ovvio che facesse ancora più bello Mel Gibson. Tipo David Beckham “imbruttito” per il recente Re Artù e che invece è solo migliorato! 😀
    La storia la trovai decisamente lineare, succedeva esattamente quello che ci si aspettava e nel momento esatto in cui era giusto che succedesse: forse da un divo appena diventato immortale era lecito aspettarsi qualche guizzo coraggioso in più. Mi colpì il fatto che dopo una enorme campagna pubblicitaria a tappeto, un secondo dopo l’uscita in sala nessuno ha più citato il film: sei la prima persona in trent’anni a cui lo sento nominare! Temo non abbia ottenuto il successo sperato.

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    1. Forse non gli hanno perdonato i difetti che citi tu, una certa prevedibilità e il finale scontato. Io, come insegnante, ho apprezzato soprattutto la figura di Gibson e la sua capacità di tirar fuori il meglio del ragazzo, in modo, quello sì, davvero poco banale.

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  2. Sempre brava!… e i trent’anni di silenzi, più sopra citati come giudizio negativo sull’opera che esponi, confermano la tua bravura di lettrice e di commentatrice, fuori dal comune.

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