Che mi dici di Willy? (1989)

Siamo di fronte alla prima cruda rappresentazione sul grande schermo della piaga chiamata AIDS. Quattro anni prima la televisione ne aveva parlato in maniera un po’ più edulcorata nel tv movie Una gelata precoce, ma la pellicola in questione ha il merito di aver affrontato la malattia come un problema sociale di vaste dimensioni, e non come la tragedia personale di un solo protagonista. Poi arriverà quel capolavoro che è Philadelphia, e avrà un’altra risonanza, grazie anche al richiamo di regista e attori più conosciuti, ma questo è il primo film in cui l’AIDS è davvero protagonista. Tra l’altro il titolo italiano può trarre in inganno, perché fa pensare che si tratti solo della storia di Willy, mentre il titolo originale, Longtime companion, è molto più efficace e significativo: quella era infatti l’espressione usata nei necrologi per indicare i compagni delle vittime dell’AIDS.

Protagonisti della vicenda sono otto giovani omosessuali di condizione sociale più che benestante: uno è avvocato, gli altri sette lavorano nel mondo della televisione, alcuni come sceneggiatori e altri come attori. Il film percorre un arco di tempo che va dal 1981 al 1989. L’inizio sulle note di The Tide is High di Blondie è leggero e spensierato, così come relativamente tranquille e inconsapevoli sono le prime reazioni alla notizia di un nuovo virus che sembra colpire solo gli omosessuali. La tragedia degli otto amici viene seguita dalle prime battute ironiche sulla nuova malattia, fino al preoccupante dilagare del contagio. Rapidamente i vaghi allarmi si trasformano prima in consapevolezza e poi in panico, che diventa ben presto ossessione.

Gli amici superstiti cominciano ad essere terrorizzati dal contagio e nello stesso tempo devono affrontare la reazione della società, che tende a criminalizzare ed emarginare gli omosessuali. La loro vita quotidiana si trasforma lentamente in un incubo, e anche la loro amicizia ne risente.

Molte lacrime e qualche sorriso in un film ben realizzato da un regista e uno sceneggiatore particolarmente empatici sull’argomento: entrambi gay dichiarati, hanno vissuto in prima persona quello che raccontano nel film, e il regista è morto proprio di AIDS nel 1996. Attori tutti bravi, che sono poi diventati in parte famosi, ma che allora erano giovanissimi semi sconosciuti; fa eccezione Bruce Davison, il più maturo del gruppo, che per la straordinaria interpretazione fu candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista. Al suo fianco si distinguono Campbell Scott, Dermot Mullroney, e Mary-Louise Parker.

Anche se in alcuni momenti si respira un’aria da soap opera, il film riesce a rappresentare efficacemente il periodo storico, e anche la sensazione dilagante di inconsapevolezza e d’impotenza è ben ricostruita, così come la percezione dalla paura connessa al sesso e alla morte. La pellicola ha il pregio di mostrare con notevole realismo ciò che la malattia ha rappresentato, mostrando anche in maniera cruda il deterioramento fisico a cui i malati andavano incontro. Il risultato comunque non è eccessivamente deprimente, perché ci sono anche risate e momenti di gioia incantevoli.

Il copione di Lucas riesce a fondere abilmente melodramma e ironia, senza scivolare nella retorica o nel facile sentimentalismo, ma mostrando l’umanità dei vari protagonisti in tutta la sua complessità e l’evoluzione dei loro rapporti di amicizia e amore nel corso del tempo. Se un difetto si vuole trovare, sta nel ritratto troppo ideale e utopico del mondo omosessuale dell’epoca: i protagonisti infatti sono tutti benestanti, affermati, perfettamente inseriti in contesti lavorativi da sogno, e abitano in splendide ville o meravigliosi appartamenti in centro città.

Rimane comunque un film che fa riflettere, commovente ma non patetico, che ha il pregio, rispetto ad altre pellicole analoghe, di descrivere minuziosamente lo stato d’animo non solo di chi si ammalava, ma anche di chi gli stava accanto, e doveva assistere ad un lento e doloroso spegnersi dei propri cari, senza avere la minima idea di cosa stesse realmente succedendo e perché. Meno potente di The normal heart, e un po’ più leggero nella trattazione, ne anticipa comunque le tematiche.

Ed è invitabile la considerazione amara che ancora oggi, a più di 30 anni di distanza, nonostante i progressi fatti dalla ricerca, questa terribile malattia rimane incurabile, anche se con effetti meno devastanti, e rappresenta, per chi la contrae, una dolorosa condanna.

Trailer in lingua originale

13 pensieri riguardo “Che mi dici di Willy? (1989)

  1. Un bel film, recitato molto bene e molto realistico forse proprio perché fatto da chi era in quel contesto.
    C’è tutta la paura e la tragedia di quel periodo, che ognuno affronta a suo modo, come avviene sempre in questi casi. Non cade mai nel patetico e nella tragedia ma riesce sempre a mantenere il giusto equilibrio. A me è piaciuto.

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  2. Ah, questo ricordo di averlo visto, le foto mi sono molto familiari, anche se certo dopo trent’anni la memoria non mi aiuta molto. Però appena hai citato il lavoro dei protagonisti mi sono ricordato che è quello in cui scrivevano per la serie “Collombo”, una cosa che mi colpì molto 😛

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  3. Potresti redigere un dizionario filmistico; ce ne sono tanti ma tutti scialbi e freddamente inutili. Potresti anche essere pubblicata e unire l’utile al dilettevole 🙂

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      1. Con gli editing digitali di oggi sarebbe multi-indice: potrebbe essere in due volumi, uno le recensioni, accodate man mano, anche con la sola locandina del film, l’altro gli indici. Potrebbe rimanere distribuito digitale in uno o più formati ebook. Con i tanti corsi universitari aperti alle arti audio-visive sarebbe un buon manuale di studio… e poi le nostre opere vivono solo di lettori: perché crearle buone e poi non dotale di ali?

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    1. Il giovedì e il sabato sto ripubblicando le vecchie recensioni di quando ho iniziato col blog, ma non mi leggeva nessuno, e cerco di andare per argomenti. Ne ho ancora due sull’AIDS, ma la prossima settimana cambio argomento 🙂

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