Una gelata precoce (1985)

Il 1985 rappresenta una data importante per la storia dell’AIDS in America, perché in quell’anno si è spento, a causa di questa malattia, l’attore Rock Hudson, mito assoluto di Hollywood, amato e ammirato da generazioni di donne in tutto il mondo, e considerato uno dei più affascinanti e virili sex symbols del cinema. Fu un vero e proprio shock per lo star system e per il pubblico in generale, perché niente avrebbe fatto presumere la sua omosessualità: fu la prima star famosa a morire di AIDS, e proprio la sua notorietà diede ampia eco alla malattia che lo aveva ucciso.

Nello stesso anno la NBC produsse e distribuì Una gelata precoce, primo film sull’argomento, che in Italia fu trasmesso solo due anni dopo, forse perché si pensava che da noi il pubblico televisivo non fosse ancora pronto. Si tratta infatti di un tv movie, con tutti i limiti che ne derivano, ma considerando che siamo di fronte al primo tentativo di approccio ad un argomento fino ad allora considerato tabù, può essere a pieno titolo annoverato tra le opere migliori sul tema. Ci si potrebbe chiedere come mai un argomento così scabroso fu affrontato per la prima volta dalla televisione, piuttosto che dal cinema, ma sarebbero solo mere supposizioni. Forse perché si voleva raggiungere un pubblico più vasto, o forse perché i produttori hollywoodiani non ritenevano che un film sull’AIDS fosse un buon investimento, in quel momento storico. Ma sono solo congetture.

Una gelata precoce è tratto da un romanzo di Sherman Yellen, ma la sceneggiatura è opera di Ron Cowen e Daniel Lipman, gli stessi che anni dopo avrebbero creato la celebre serie Queer as folk, e per quanto possa sembrare oggi un po’ datata, perché nel frattempo è cambiata fortunatamente la considerazione dell’omosessualità, nonché la percezione del virus e delle sue conseguenze, le va riconosciuto il merito di aver affrontato un tema più che complicato con un coraggio e una sincerità che all’epoca erano tutt’altro che scontati.

Nick e Katherine Pierson vivono in campagna nello stato della Pennsylvania. Il figlio Michael invece è un brillante avvocato che vive a Chicago, abbastanza lontano dalla famiglia da non dover rivelare la sua omosessualità. Almeno fino a quando non scopre di aver contratto l’AIDS, probabilmente dal compagno. Dovrà quindi tornare a casa e confessare ai suoi di essere gay e di avere quella terribile malattia, di cui nessuno osa parlare, e di cui si sa poco o niente. Ovviamente i genitori, così come il resto della famiglia, faranno molta fatica ad accettare entrambe le cose e ad affrontarne le conseguenze. Ma si sa, l’amore per un figlio supera qualunque cosa.

Tutto sommato, considerando che si tratta di un film per la televisione, e che quindi non ci si può aspettare più di tanto dalla regia, risulta molto ben strutturato e bilanciato, senza mai cedere a facili sentimentalismi, né tantomeno scendere nel patetico. La scelta felice di interpreti dalle notevoli capacità espressive, ha giovato alla resa finale, contribuendo a un prodotto di qualità più che dignitosa. Tutto il cast riesce a rendere benissimo le inquietudini dei personaggi, tanto che si ha la sensazione di partecipare attivamente ai loro turbamenti.

A partire dal giovane Aidan Quinn, interprete sempre molto sensibile, nel ruolo del giovane Michael, fino a Gazzara e la Rowlands che usano la loro vasta esperienza per rappresentare tutto lo sgomento dei genitori e la loro partecipazione emotiva al dramma del figlio. Viene spontaneo paragonare la reazione di questa famiglia a quella mostrata 8 anni dopo da Philadelphia: dove qui c’è sorpresa e rifiuto, là troveremo un’accettazione incondizionata della situazione da parte della famiglia. Gli anni passati hanno evidentemente cambiato il modo di guardare alla malattia. E proprio in questo sta il valore del film, nell’essere un ritratto onesto e realistico di una società che ora ci appare molto lontana, ma che cronologicamente non lo è poi tanto.

In sostanza il film non va giudicato per le sue caratteristiche estetiche o artistiche, ma per essere stato anticipatore di un tema scottante: ebbe infatti il compito, sicuramente non semplice, di contrastare il panico e l’omofobia diffusi dalla malattia, e ci riuscì egregiamente. Riuscì a parlare di AIDS come malattia, dei suoi effetti fisici, ma anche del marchio sociale che imprimeva sui malati, senza reticenze né ipocrisie, e ha sicuramente un’importanza storica per aver contribuito a sensibilizzare il pubblico su un tema all’epoca considerato scabroso, di cui allora si sapeva pochissimo e di cui nessuno prima, e vale la pena sottolinearlo, aveva mai osato parlare.

23 pensieri riguardo “Una gelata precoce (1985)

      1. Ti ringrazio di cuore per avermi fatto conoscere questo film, durissimo ma fatto davvero bene, e certo per l’epoca molto coraggioso. Il primo film che ho visto trattare il tema dell’omosessualità senza macchiette e senza piume di struzzo è stato “Making Love” (1982) di Arthur Hiller, con quell’Harry Hamlin che sicuramente è più famoso nei panni di Perseo di “Scontro di titani” (1981): all’epoca ricordo che destava un certo stupore vedere coppie omosessuali il cui sogno era vivere una vita normalissima, senza balletti e senza mascherate, come invece venivano sempre ritratti in TV.
        Aidan Quinn è bravissimo, malgrado qui sia quasi un esordiente, non mi stupisce che sia maturato in fretta per fare poi tanti ottimi film tra Ottanta e Novanta.
        Questo film fa un ritratto davvero coraggioso di quanto possa essere avversa la reazione di una “famiglia tradizionale” alla malattia, ma anche a scelte di vita non integrate: davvero eccezionale Ben Gazzara nel ritratto fin troppo verosimile di un padre ben poco aperto di vedute. Ma quello che mi ha colpito tantissimo, molto più dell’esposizione della malattia, è stata la scena della sorella del protagonista che grida al figlio di stare lontano dallo zio: è stata veramente una botta forte, tra capo e collo. E sì che la sorella se la tirava tanto da aperta di vedute!
        Un film davvero intenso e coraggioso, che non scade nel melodramma facile ma mantiene sempre una propria dignità e buon gusto. Grazie ancora per avermelo fatto scoprire 😉

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      2. Sono felice che tu l’abbia trovato! È un film oggi ormai datato, ma con attori talmente bravi che si guarda con piacere. Anche io sono una fan di Quinn, che purtroppo è sempre stato sottovalutato.

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  1. Il pregio di una recensione non sta nel dir male senza freni o nello sbellicarsi nel dir bene ma nell’evidenziare onestamente gli aspetti buoni che l’oggetto possiede. 🙂

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    1. Di solito io parlo solo di film che mi sono piaciuti, a volte più a volte meno, ma che comunque mi sento di consigliare. Per principio non parlo mai di film che non mi sono piaciuti, perché non amo le critiche negative. Grazie per i tuoi complimenti 🙂

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