A history of violence (2005)

Cronenberg è famoso per la sua capacità di sconcertare lo spettatore. Con questo film riesce a sorprenderci senza far ricorso a particolari effetti speciali, pur conservando il suo stile particolare. Lontanissimo dal cinema di genere, anche se pubblicizzato come un thriller, è un film profondo e riflessivo. Basato sull’omonima graphic novel di John Wagner, è una coinvolgente analisi dell’effetto che la violenza può avere su una comunità e su una famiglia affiatate, ma soprattutto è un’approfondita indagine sull’essenza animale insita in ognuno di noi, nascosta da quella maschera che chiamiamo “civiltà”.

Tom Stall è il proprietario di una tavola calda in una tranquilla cittadina dell’Indiana, dove non succede mai niente. Un giorno reagisce a una rapina nel suo locale, uccidendo per legittima difesa i due rapinatori. Da quel momento diventa l’idolo della città e attira anche l’attenzione dei media nazionali. Questo sconvolgerà per sempre la sua vita, portando a galla un passato che aveva fatto di tutto per nascondere e, forse, per dimenticare. Il tema principale sembra quindi essere il passato che torna a cercarci, quando pensiamo di essercelo lasciato alle spalle. Ma il film porta in sé un altro argomento, molto più complesso.

Fino a che punto si può cambiare veramente la propria natura? Tom Stall era apparentemente un uomo mite e schivo, quasi timido, finché per caso non si trova in mano una pistola. A quel punto riaffiora inevitabilmente tutto quello che aveva accuratamente nascosto per anni, celandolo alla moglie e ai due figli, che di colpo si troveranno a dover fare i conti con una realtà di cui ignoravano completamente l’esistenza. Ed ecco un altro tema interessante che Cronenberg sottopone alla nostra attenzione: fino a che punto possiamo dire di conoscere veramente chi ci sta vicino? E saremmo capaci di accettare che la persona che amiamo sia in realtà un mostro?

Ma c’è anche un sotto tema, molto più inquietante. È possibile che in ognuno di noi sia nascosto un mostro, capace delle azioni più efferate e disumane per proteggere la propria famiglia e più in generale la propria sicurezza? Pur non dando subito una risposta, e lasciando volutamente nello spettatore il dubbio sulla vera identità di Stall (anche se il dubbio dura in realtà molto poco), Cronenberg ci porta a tifare comunque per lui. Il film gioca con le nostre concezioni del bene e del male. Quando Stall uccide i cattivi, entriamo in empatia con lui, sentiamo che ha fatto la cosa giusta.

Quindi Cronenberg esaspera le conseguenze delle azioni di Stall e ci mostra i corpi malconci delle vittime ed è inevitabile chiedersi se una violenza così eccessiva fosse giustificata. Il regista presenta la violenza come una soluzione ai problemi, e sembra convinto che sia un istinto primordiale, insito in ognuno di noi, ma abilmente nascosto da quel sottile rivestimento che è il perbenismo. In pratica tutti noi, come il protagonista, diciamo che la violenza non è la soluzione, ma poi non agiamo di conseguenza, soprattutto quando vediamo minacciato quello che ci sta più a cuore.

C’è, infine, un ultimo tema che il film porta in superficie, ed è quello del tempo. Quanto tempo deve passare perché una persona possa davvero dire di essere cambiata? Ed è veramente possibile cambiare, o la nostra natura più profonda è sempre pronta a venir fuori, annullando in un attimo tutti gli sforzi fatti per metterla a tacere? Diventa chiaro che questa è molto di più di una storia di violenza, crimini e vendetta, e che il personaggio del protagonista è quanto mai complesso perché racchiude in sé l’essenza di un Mr. Hide terrificante, dietro l’aspetto mite di un Jekyll tutt’altro che ignaro, anzi, ben consapevole dell’esistenza dell’altro.

Viggo Mortensen affronta con un’enorme profondità questo ruolo complicato, costruendo molto bene il nucleo del suo personaggio e compiendo le trasformazioni necessarie con molta naturalezza e in modo credibile. Ed è supportato magnificamente da Maria Bello, nel ruolo della moglie, anch’esso tutt’altro che semplice. Supporto di qualità viene da Ed Harris, mai così spietato, e da William Hurt, che con un’apparizione di circa 10 minuti si è guadagnato la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. La loro presenza è forte e carismatica.

Cronenberg è un formidabile creatore di atmosfere e tensioni, lo ha già dimostrato fin dai suoi primi film inquadrati nel genere horror. Qui aggiunge uno studio psicologico dei personaggi che nella prima metà del film impegna lo spettatore in un miscuglio di emozioni molto intense. Purtroppo nella seconda metà della pellicola la sceneggiatura costringe i personaggi a drammatizzare un po’ troppo e finisce per banalizzare la storia, lasciando di fatto molte domande senza risposta. L’ultima mezz’ora passa troppo in fretta e si impantana in un anti-climax. Invece di continuare a esplorare la trasformazione del protagonista, la sceneggiatura deteriora la storia in una commedia nera con un conteggio delle vittime. La graphic novel aveva un ritmo più lento, e forse una diluizione meno affrettata avrebbe giovato al film.

Anche la propensione all’eccesso del regista non aiuta in questo caso. Cronenberg è uno dei registi più creativi e audaci di Hollywood, e non resiste a inserire anche qui i suoi marchi di fabbrica, ma la sua predilezione per il sangue e il sesso esplicito questa volta sembra fuori luogo. Diventa chiaro che l’intento è di destabilizzare lo spettatore, perciò l’indagine psicologica viene messa da parte a favore di effetti shock portati all’estremo. E anche il finale, che ci dà apparentemente un momentaneo sollievo, ci lascia di fatto il messaggio inquietante che i mostri esistono. Nessun body horror può essere più sconvolgente di questo.

31 pensieri riguardo “A history of violence (2005)

  1. Per essere uno dei film della seconda parte della carriera di DC (mio regista preferito), uno dei migliori
    Lontano comunque qualche diametro terrestre dai suoi migliori pre-spider. Da Spider in poi è diventato troppo didascalico e pieno di pretese filosofeggianti esplicite (prima molto ben nascoste seppur presenti). A mio avviso il nichilismo di fondo dei suoi inizi, cupo, buio, ai limiti dell’esplosivita’ si è perso. Qui comunque ha avuto un guizzo e tutto ritorna in divenire ed in sospensione. Pertanto trovo la tua recensione molto interessante e piena di spunti per rivedere il film. DC resta un maestro sempre e comunque, nonostante la sua latinizzazione o una sua inconscia conversione a rincorrere lo spirito dei tempi.

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      1. Non sono un esperto di cinema, e il mio primo intervento puo’ sembrare presuntuoso. Se lo sono sembrato e stato chiedo venia. Cronenberg resta per me un punto inarrivabile (nei miei gusti personali). Da Spider (compreso) in poi, le delusioni nel vedere i suoi film, non sono state poche. Le sue tematiche sono rimaste pressochè le stesse in tutta la sua carriera (non è un problema… ha una sua “poetica” di fondo, come tutti i grandi artisti e inconsciamente o consciamente di li non si smuove), ma lo stile si è ammorbidido (ci sta.. il 90% di noi nasce incediario e finisce poi pompiere con l’età). Alcuni film (Jung-Freud… non ricordo il titolo, ha addirittura snaturato la sua poetica e la vicenda.. un’occasione persa, anche perchè il materiale a disposizione come attori e scenggiatura era altissimo). A histiry of violence, credo si sia concesso un colpo di adrenalina come faceva prima dei 50 anni. Una parabola artistica comunque di livello elevatissimo, non solo per me. Vado a vedere se hai recensito altro di suo. Sono curioso. Buona domenica. Fritz.

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      2. Assolutamente non ho pensato che fosse presuntuoso. Neanche io sono un’esperta di cinema, ne parlo solo con passione. Apprezzo sempre i commenti che aggiungono o approfondiscono le mie recensioni, soprattutto se sono scritti con competenza. Grazie ancora!

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  2. Penso che in ognuno di noi ci sia un Mister Hide, può restare sepolto per tutta la vita oppure uscire a far disastri. Dipende molto dal nostro Dottor Jekill, da quanta coscenza ha, dalla sua bontà e dalla forza dei suoi freni inibitori.
    Non dimentichiamo che tutti abbiamo un’istinto di sopravvivenza che funziona quando occorre.
    Non serve neppure ricorrere alla violenza estrama o al pericolo di vita estremo per far uscire la nostra parte feroce, basta vedere come ci siamo messi gli uni contro gli altri questi due anni e mezzo di plagio mediatico.

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  3. Sì, la parte in ombra è di tutti e c’è chi non la sa tenere a bada; c’è anche chi ha un’ombra preponderante e prepotente e questo fa sì che i mostri, effettivamente esistano; quanto questo sia dovuto all’ambiente in cui si cresce, non è ancora stato chiarito. Certo a volte l’ambiente aiuta a far emergere il peggio… un po’ come se lo plasmasse, dandogli il permesso di rivelarsi. Nessuno è immune dalla propria ombra. Nessuno. Ma ci sono persone che lo sono meno di altre. Cronenberg è sempre molto interessante. Penso che lo vedrò. Ti ringrazio.

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