The hitcher – La lunga strada della paura (1986)

Una trama semplicissima, quasi inconsistente, che diventa nelle mani del regista e soprattutto degli attori, uno dei più bei thriller degli anni ’80. La premessa è quasi banale: un automobilista che sta attraversando una di quelle tipiche autostrade americane che sembrano non avere né inizio né fine, e in cui i paesaggi offrono solo desolanti variazioni del deserto, ha la bella idea di offrire un passaggio a un autostoppista, nonostante lui stesso ammetta che la madre gli ha detto di non farlo mai. Considerando poi che l’auto su cui viaggia è una Cadillac che deve portare fino a San Diego dal proprietario, il quale ne aspetta la consegna, il suo comportamento appare ancora più incosciente.

Come è ovvio, mal gliene incoglierà, perché l’autostoppista si rivelerà subito un malintenzionato e, man mano che il film prosegue, un vero e proprio psicopatico, che uccide senza motivo per puro sadismo. Jim, il giovane sprovveduto automobilista, riuscirà per pura fortuna a liberarsi dell’ospite indesiderato, ma continuerà a ritrovarlo lungo la sua strada, raccolto ogni volta da generosi automobilisti che regolarmente finiranno uccisi nel peggiore dei modi.

La polizia, che in questi road movie non è mai particolarmente sveglia, accusa Jim degli omicidi ma, a sorpresa, interviene il misterioso autostoppista, facendo fuori tutti i poliziotti e addossando la colpa a Jim, che quindi è costretto a fuggire non solo da lui, ma anche dalla polizia. Con l’aiuto di una ragazza conosciuta in una tavola calda, che sorprendentemente crede a tutto quello che Jim le racconta, il ragazzo riuscirà alla fine a convincere la polizia della propria innocenza e ad avere la meglio sullo psicopatico, anche se a caro prezzo.

Raccontato così, il film potrebbe sembrare solo una collezione di stereotipi: un’autostrada senza fine attraverso le vaste e incommensurabili pianure americane, un ragazzotto ingenuo e un po’ imbranato, di quelli che campano con lavoretti alla giornata, un autostoppista che naturalmente si rivela essere uno psicopatico, una ragazza carina che si innamora all’istante del protagonista e decide di aiutarlo, e uno sceriffo corredato di sigaro, cappello, occhiali da sole e pistola, ma senza troppo cervello. Eppure il regista ha messo insieme tutti questi stereotipi e ha confezionato quasi un capolavoro.

L’ambientazione è perfetta, ma la regia di Harmon la usa in maniera straordinaria: il deserto americano, teatro del duello tra i due protagonisti e splendidamente fotografato, ha un ruolo che diventa simbolico, rappresentando di volta in volta libertà e oppressione, la magnificenza ma anche l’orrore della natura. Nonostante l’immensità delle sue distese, il deserto sembra essere una prigione per il protagonista che subisce i ripetuti assalti dello psicopatico, generando un’atmosfera claustrofobica.

A questo si aggiunge un ritmo frenetico che toglie letteralmente il fiato, tra inseguimenti, esplosioni, sparatorie, con un abbondante spargimento di sangue. E a rendere ancora più oscuro il clima generale del film c’è il senso costante di minaccia rappresentato dalle continue e improvvise apparizioni del killer, che compare inaspettatamente senza che se ne capisca la provenienza, quasi sempre accompagnato da vittime.

L’imprevedibilità del suo comportamento genera una continua tensione, non solo per la violenza che manifesta, ma anche perché sembra voler inseguire costantemente Jim, senza però eliminarlo quando ne ha l’occasione. Ciò che contribuisce notevolmente a rendere magnetico e terrificante il personaggio è anche la mancanza totale di informazioni su di lui: non sappiamo chi è, da dove viene e perché uccide. Sappiamo solo che sembra essere posseduto da un desiderio divorante di uccidere, ma forse anche di essere ucciso lui stesso.

Nei panni dello psicopatico Rutger Hauer interpreta uno dei migliori ruoli della sua carriera, spingendosi un po’ oltre il concetto di terrore, mentre uccide spietatamente e con indifferenza le sue vittime, senza perdere il sorriso beffardo e maligno. Reduce dal romantico personaggio di Ladyhawke, Hauer dimostra di saper cambiare completamente registro, e qui incarna il male assoluto, mostrando un sadismo senza limiti, e uno sguardo luciferino che gela il sangue ogni volta che compare in scena. 

Thomas Howell, che si era già fatto notare ne I ragazzi della 56ª strada e Alba rossa, se la cava bene nei panni del perseguitato che alla fine riesce a ribaltare la situazione a suo favore. L’attore ha raccontato che provava molta soggezione e un certo timore nei confronti di Hauer anche fuori dal set, e questo ha sicuramente contribuito a rendere più credibile l’ambiguità del loro rapporto. Jennifer Jason Leigh fa quello che in un thriller di quegli anni era concesso fare a una donna: la vittima predestinata, decorativa e abbastanza inutile, ma santificata da una morte davvero spettacolare.

Ci sono diverse incongruenze nella sceneggiatura, e assurdità sparse qua e là, ma si può sorvolare, soprattutto dopo aver visto il remake del 2007, che rende l’originale un capolavoro assoluto. Rimane un ottimo thriller, sobrio, coinvolgente e rigoroso, che deve sicuramente gran parte del suo successo alla presenza magnetica di Rutger Hauer. Un film che non invecchia, ma anzi sembra migliorare nel tempo.

26 pensieri riguardo “The hitcher – La lunga strada della paura (1986)

  1. Visto da ragazzo (avrò avuto sui 13 o 14 anni) e innamorato subito!
    Considera che quando questo film è uscito in VHS “Blade Runner” non se lo filava nessuno, era solo uno dei tanti flop al botteghino, quindi Rutger Hauer è esploso con “The Hitcher”, che io ricordi nelle presentazioni nessuno citava il suo Blatty!
    Rutger ci ha messo a tutti una paura d’inferno con questo ruolo, poi purtroppo un triste giorno del ’91 si sono inventati una “Director’s Cut” di Blade Runner e tutto è crollato, ma sono contento che si ricordi ancora uno dei grandi tormentoni dei veri anni Ottanta, non quelli inventati da Stranger Things 😀

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    1. Infatti ho scoperto oggi, leggendo un’altra recensione che ha linkato la mia, che quella dell’autostoppista assassino è una leggenda metropolitana, dove è rappresentato proprio come la personificazione del male. Hauer lo ha reso benissimo! Mi ha fatto sorridere quando ho letto che il ragazzo aveva paura di lui anche fuori dal set… In realtà, poi, lui era una persona gentilissima e affabile, almeno così lo descrivono.

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  2. Gran bel film! Hanno fatto pure un remake di cui non ricordo nulla e che quindi credo fosse abbastanza inutile. La scena della morte della ragazza è una delle più “forti” (iconiche? Agghiaccianti? Non trovo l’aggettivo giusto…) che abbia mai visto. Hauer spettacolare. Lui era quel tipo di attore che faceva girare i film intorno a lui rendendoli unici, un po’ di nicchia, anche se scadenti su altri aspetti. Ricordo anche “Furia cieca” in tal senso.

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