Dietro la maschera (1985)

Il film racconta l’ultimo anno di vita di Rocky Dennis, un ragazzo come tanti, allegro, vivace, che ama la musica e la lettura, va bene a scuola e nonostante questo ha un sacco di amici. Ma c’è qualcosa che lo rende speciale: è affetto da leontiasi, una rara malattia che deforma i tratti del volto, facendolo somigliare al muso di un felino. La famiglia un po’ hippy con cui vive lo ha aiutato negli anni a superare il dolore fisico e psicologico causato dalla malattia, insegnandogli a lottare contro i pregiudizi, e cercando di infondergli sicurezza, soprattutto con un amore incondizionato.

Il film è ispirato ad un ragazzo realmente esistito, anche se Bogdanovich si prende alcune libertà nel narrarne la storia. Al di là del romanticismo del regista, la storia vera è quella di Roy Lee Dennis, morto prima di compiere 17 anni, per le complicazioni della sua malattia. In realtà passò gran parte della sua breve esistenza tra una visita e l’altra, sempre sotto il controllo dei medici, che gli avevano prognosticato al massimo 7 anni di vita. Invece Roy riuscì ad andare a scuola con un ottimo rendimento, e a condurre un’esistenza relativamente normale, soprattutto grazie all’atteggiamento positivo con cui affrontava le sfide quotidiane. Tuttavia alla fine la malattia ebbe la meglio: dopo aver perso gradualmente la vista e l’udito, cominciò ad essere tormentato da dolori lancinanti alla testa, e morì serenamente nel suo letto il 4 ottobre 1978, due mesi prima del suo diciassettesimo compleanno. Dopo la morte, la madre donò il suo corpo alla scienza, perché fosse oggetto di ricerche.

Il regista prende la storia di Roy e riesce a farne un film suggestivo e poetico, dove il dramma resta sullo sfondo ma si trasforma incredibilmente in un inno alla vita, senza compiacimenti patetici né facili pietismi. E attraveso l’autoironia del protagonista, riesce a tratti a essere anche divertente.

Il film, infatti, parte quando Roy è già grande, cresciuto relativamente sereno grazie all’appoggio e all’affetto della sua famiglia, e ci mostra un ragazzo che non sembra essere afflitto da complessi di inferiorità, al punto che riesce persino a scherzare sul proprio aspetto. Quando però arriva in una nuova scuola, in un primo momento viene emarginato e deriso per l’aspetto fisico. Solo successivamente ha modo di farsi conoscere, soprattutto per l’autoironia con cui affronta la sua menomazione, riesce a farsi parecchi nuovi amici e arriva a conoscere anche l’amore. Il regista ci rende partecipi delle sue difficoltà e delle sue piccole e grandi conquiste, in modo forse edulcorato, ma abbastanza realistico. Soprattutto quando Roy dovrà scontrarsi con i pregiudizi degli adulti.

Nel film tuttavia gli aspetti più crudi del suo doloroso calvario sono omessi, forse per rispetto, e anche la sua morte è dolcemente avvolta da uno struggente silenzio, in una scena commovente ma senza alcuna ostentazione. Il regista sceglie di chiudere il film con la visita della madre al cimitero, che è ovviamente inventata, visto che Roy non è mai stato sepolto, ma anche qui non c’è alcun compiacimento, semmai un senso di pace e di serenità.

Bogdanovich riesce a trasmetterci il significato profondo della vicenda dolorosa di questo ragazzo, tanto sfortunato quanto grato per il dono della vita, che ha saputo vivere i suoi pochi anni più intensamente di chi vive una vita intera senza saperla apprezzare.

In uno dei momenti più toccanti del film, il protagonista legge una poesia che è stata scritta dal vero Roy:

Queste cose sono belle: un gelato e una torta, una corsa sull’Harley, le scimmie che giocano sugli alberi, la pioggia sulla lingua e il sole che splende sul mio viso. Queste cose, invece, non sono belle: i buchi nei calzini, la polvere nei capelli, niente soldi nelle mie tasche e il sole che splende sul mio viso”.

In questi versi c’è tutto l’entusiasmo di Roy per la vita e nello stesso tempo l’enorme sofferenza nascosta nel suo cuore. Il regista riesce abilmente a trasmettere questo duplice sentimento nel film, che non è mai alla ricerca del melodramma o del facile effetto lacrimevole, ma sempre pervaso dalla passione e dall’entusiasmo di chi vive ogni giorno sapendo che potrebbe essere l’ultimo, e proprio per questo non lo spreca a compiangersi.

Cher nel ruolo della madre fu giustamente premiata a Cannes come miglior attrice, mentre il giovane Eric Stoltz, reso irriconoscibile dal trucco, fu candidato ai Golden Globe per il ruolo di Rocky. I truccatori furono meritatamente premiati con l’Oscar nel 1986. Nel ruolo della giovane ragazza non vedente, di cui Rocky si innamora, una giovanissima Laura Dern.

Nell’insieme il film è ancora oggi attuale, e nonostante la storia sia indubbiamente drammatica, la regia e gli attori riescono a dare un tono generale di leggerezza e di positività, perché in definitiva Dietro la maschera è sì un film sulla diversità e sulla difficoltà di crescere, ma è soprattutto una storia che parla di voglia di vivere, e se si piange, è perché ci ricorda che Roy è esistito e non è vissuto inutilmente.

Quando il film uscì, la madre del vero Roy parlò pubblicamente del figlio, dicendo che aveva vissuto intensamente ogni giorno della sua vita. Sicuramente questo ragazzo unico e speciale aveva capito che abbiamo una vita sola, noi tutti, e sprecarla è la cosa più stupida che si possa fare. Un film non facile, che tocca il cuore in profondità e dà un significato nuovo alla parola felicità.

16 pensieri riguardo “Dietro la maschera (1985)

  1. Di questo film ho sentito parlare sin dalla sua uscita, vedevo le locandine sulle riviste e tutto il resto, eppure per decenni non mi è mai capitato di vederlo, mai beccato in TV (neanche all’epoca su Tele+) e alla fine mi sono deciso a colmare questa lacuna poco tempo fa, quando in un episodio di “X-Files” il protagonista deforme guarda in TV “Dietro la maschera”.
    Sicuramente è un po’ eccessivo il buonismo che circonda il protagonista, trovare così tante persone prive di pregiudizi e ben disposte verso il “diverso” è davvero difficile da credere, comunque è una bella storia, trattata senza pesantezza ma quasi a volerne raccontare solo le parti belle.
    Eric Stotlz l’ho conosciuto anni dopo, con “La Mosca 2” (che porto sempre nel cuore!) e per me è un ottimo attore che purtroppo non ha avuto l’occasione giusta per sbarcare nel grande cinema, ma è meglio così: è un attore drammatico troppo bravo per dei filmetti hollywoodiani 😛

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  2. Questo film è strano, quasi surreale, benché ispirato a una storia vera. Concordo con Lucius Etruscus, sia sul modo in cui è stato costruito il film (che sconfina un po’ nella favoletta) che su Eric Stoltz (visto anche in “Anaconda”).

    Buon pomeriggio. 🙂

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    1. Il film dà una visione volutamente buonista della storia, ma penso che più che altro volesse essere educativo. So che ancora oggi si fa vedere nelle scuole per parlare di bullismo e integrazione, non so però con quali risultati. Buon pomeriggio!

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