The confession (1999)

Film molto particolare, sia dal punto di vista cinematografico, perché è diviso in tre parti ben distinte, collegate dalla trama, ma in qualche modo indipendenti, sia per le questioni etiche che la vicenda mette in luce. La pellicola pone infatti quesiti di carattere religioso, ma soprattutto morale, di non poca rilevanza e sottolinea anche un aspetto molto particolare del rapporto tra avvocato e cliente. La storia è quella di due genitori distrutti da un dolore terribile, che affronteranno in modo diverso. Ma è anche una storia di giustizia e di vendetta, e soprattutto di senso dell’onore.

Il film è dunque diviso in tre parti distinte, che affrontano tematiche diverse. La vicenda comincia con un antefatto dai risvolti drammatici, che prelude al tono generale di tutta la storia. La prima parte è quella più dolorosa ma forse anche più banale: un episodio di malasanità con conseguenze drammatiche, come purtroppo possono capitare, soprattutto nelle grandi città, dove i Pronto Soccorso sono oberati di lavoro e rallentati dalla burocrazia amministrativa, per sua natura priva di anima. Le emozioni sono ovviamente legate al dolore di due genitori, che si vedono colpiti da una perdita improvvisa e straziante senza poter far nulla per evitarlo, e senza che nessuno li aiuti. All’impotenza si aggiunge la rabbia per l’indifferenza che li circonda.

Da qui nasce la seconda parte del film: la vendetta. Che non è però desiderio di ritorsione, una squallida ripicca da occhio per occhio, ma è un’epica ricerca di giustizia biblica, con la G maiuscola, una vita per una vita, la volontà solenne di riequilibrare i piatti della bilancia. Il padre infatti non colpirà a caso, come succede in tanti episodi di cronaca nera, per semplice volontà di ritorsione o per pura follia, ma sceglierà di punire solo quelli che lui ritiene responsabili della sua perdita, agendo in modo freddo e premeditato. Il che, legalmente parlando, è un bel casino, che si complica ulteriormente perché, essendo lui un uomo di fermi principi morali e religiosi, ebreo osservante, decide di confessare spontaneamente le proprie colpe, per poi scontare la giusta pena.

Una volta compiuta la sua vendetta, il protagonista è pronto ad accettarne le conseguenze; così come ha preteso che i responsabili pagassero per la loro colpa, così è fermamente intenzionato a pagare per la propria, per rispetto del figlio e delle proprie convinzioni morali e religiose. Stretto nel rigido fondamentalismo ebraico, pur non pentendosi di quello che ha fatto, perché lo ritiene un atto di giustizia, vuole tuttavia espiare.

A differenza del protagonista de Il momento di uccidere, che cercava comprensibilmente di evitare le conseguenze delle proprie azioni, questo padre non scappa davanti alle sue responsabilità, ma anzi le rivendica con orgoglio, e chiede disperatamente di subirne le conseguenze. Per coerenza, per onestà, per fervore religioso. Non ha importanza, ma la caparbia insistenza con cui invoca la sua punizione è ammirevole e toccante. E’ la parte più bella del film, più intensa e coinvolgente, arricchita anche dallo scontro con l’avvocato, un brillante e ambizioso professionista in lizza per la nomina a procuratore, che conta di vincere la causa invocando per il suo cliente l’infermità mentale.

Difficile pensare a due figure più lontane e diverse tra loro. Da una parte un padre disperato e affranto, che rivendica il proprio diritto di farsi giustizia con la dignità e il furore di una divinità greca, dall’altra un arrogante presuntuoso che non conosce principi morali ed è abituato a vincere sempre, a qualunque costo. Quest’uomo tutto d’un pezzo, caparbiamente irremovibile dai suoi propositi, ha il volto intenso e garbato di Ben Kingsley, e sappiamo quanto sappia essere toccante Kingsley quando vuole suscitare l’empatia dello spettatore, mentre Alec Baldwin sfodera per questo ruolo tutta l’antipatia di cui è capace, disegnando un personaggio tanto brillante quanto corrotto e immorale. La regia purtroppo privilegia i due protagonisti maschili, lasciando in ombra la figura della moglie, interpretata da un’intensa e commovente Amy Irving.

Si apre davanti allo spettatore uno scenario non facile da accettare, che pone più di una questione etica e pratica, non ultima l’indifferenza che il protagonista mostra nei confronti della moglie, innocente vittima di una doppia perdita, del figlio e del marito. C’è poi la riflessione sul divario tra la legge degli uomini e la legge di Dio, unico codice etico che il protagonista riconosce e rispetta come autorità suprema, e la considerazione amara di come il sistema giudiziario si sia nel tempo allontanato da quei valori etici e religiosi, che dovrebbero esserne il fondamento morale.

E mentre siamo lì, affascinati da questi dilemmi etici, legali e religiosi, il film improvvisamente sterza e cambia direzione, fa una curva a gomito inaspettata, e decide di ingarbugliare il percorso inserendo una banale e squallida storia di corruzione e inquinamento ambientale. La terza parte del film, infatti, diventa una storia processuale simile ad altre già viste (da Erin Brockovich a A civil action), che, pur essendo a suo modo appassionante, con una sceneggiatura curata alla Grisham, non presenta elementi degni di nota.

Nel complesso è un buon film, che si può vedere per il fascino e l’originalità delle tematiche proposte, e anche per l’interpretazione degli attori; la virata ecologista dell’ultimo segmento, purtroppo, sa un po’ di già visto e di scontato, ma le prime due parti valgono da sole tutto il film. E’ uno di quei film che ti resta dentro e ti costringe a farti delle domande.
E va considerato anche l’elemento di novità assoluta in un legal movie: un colpevole che vuole scontare la propria pena. Senza neppure invocare attenuanti, che pure ci sarebbero. Un uomo che vuol fare quello che è giusto. Al punto che l’avvocato, messo di fronte ad un dilemma morale, tra etica e giustizia, saprà mettere da parte il suo ego smisurato e deciderà di fare la cosa giusta.

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