La gatta sul tetto che scotta (1958)

Grande classico della Hollywood che fu, tratto da un’opera di Tennessee Williams e interpretato da divi senza tempo come Liz Taylor, Paul Newman, e da uno straordinario caratterista come Burl Ives.  Nello stesso anno de La lunga estate calda e un anno prima de I segreti di Filadelphia, Newman ci regala un’altra intensa interpretazione in un film molto coinvolgente. È un dramma familiare pieno di intrighi e gelosie, che pulsa e si infittisce all’interno di una famiglia benestante, per poi emergere e manifestarsi di fronte a un evento tragico che coinvolge il capofamiglia. Sono tanti i temi trattati, come certa ipocrisia nei rapporti familiari, l’avidità insita nella natura umana, le difficoltà della vita di coppia e la malattia. E c’è anche un vago accenno all’omosessualità, che nel dramma di Williams era molto più palese.

Paul Newman è Brick, ex giocatore di football, depresso ed alcolizzato. Liz Taylor è la moglie Maggie, innamoratissima, che vorrebbe, con ogni mezzo, salvare il matrimonio. Tra loro è costantemente presente il fantasma di Skipper, compagno di squadra di Brick e suo amico amatissimo, morto suicida qualche anno prima. La coppia è invitata al compleanno del padre di Brick, patriarca della famiglia, vecchio e dispotico, tanto ricco quanto insopportabile tiranno, pronto a lasciare in eredità una delle più grandi piantagioni di cotone del Mississippi.

Per l’occasione è presente tutta la famiglia, compresi il fratello maggiore di Brick, la sua orribile moglie e i loro quattro insopportabili figli. Al patriarca, ignaro di tutto, è stato diagnosticato un male incurabile, per cui la tensione diventa altissima, soprattutto per gli aspetti economici legati alla successione, che fanno esplodere alla luce del sole la rivalità latente tra i due fratelli, e di riflesso, tra le cognate.

Da una parte, il fratello maggiore, insicuro e incapace, ma ligio al dovere, che per tutta la vita ha obbedito al vecchio padre sperando di poterne prendere il posto alla sua morte. Dall’altra, Brick, bello e perfetto, tacitamente preferito dal padre ma ribelle e insofferente al dispotismo paterno, che pare tormentato da un incomprensibile mal di vivere. Incomprensibile perché il film, per non incappare nella censura, sopprime la tematica originaria del dramma di Tenesse Williams.

Nell’originale teatrale Brick è in crisi con la moglie perché non riesce a riprendersi dal suicidio del compagno di squadra, per il quale provava un sentimento molto più intenso della semplice amicizia. Il suo dramma esistenziale non nasce tanto dalla morte dell’amico Skipper, ma dai sentimenti repressi nei suoi confronti, che Brick non riesce ad accettare, e annega nell’alcool.  Nel film invece il trauma di Brick viene fatto risalire alla perdita di un compagno di squadra, le cui doti aveva idealizzato, e dal fatto che lo aveva visto flirtare con la moglie. La moglie da parte sua aveva cercato di sedurre l’amico del marito, nel tentativo di farlo ingelosire e risvegliare il suo interesse nei suoi confronti.

È chiaro che si perde la motivazione centrale del dramma di Williams e questo determina qualche incongruenza di fondo nella storia. Tuttavia, ai fini della vicenda, non è poi così fondamentale, e comunque ci sono due o tre passaggi chiave che fanno intuire il vero legame che univa Brick a Skipper. Alla fine il fulcro della pellicola rimangono le dinamiche familiari, che sono spesso un vero mistero per come si creano, si sviluppano e si consolidano, e a volte rimangono latenti finché un evento importante non le smaschera e le fa emergere. Il film di Brooks scava in questi meccanismi, li rivela gradatamente e poi li fa venire fuori con prepotenza.

Quando nessuno della famiglia ha il coraggio di raccontare al vecchio che presto dovrà morire, sarà proprio Brick a rivelargli la cruda verità durante una lite furibonda, che è uno dei momenti più alti di tutto il film, e prelude all’immancabile lieto fine, con riconciliazione tra padre e figlio e tra marito e moglie.

Quel padre che nella sofferenza riuscirà a capire i propri errori è uno dei personaggi più riusciti e la sua redenzione, naturale e per nulla forzata, si esplicita in un dialogo commovente e, tutto sommato, credibile. Il film è un classico esempio di cinema teatrale, basato sulla narrazione e sull’interpretazione degli attori; per questo la regia è molto schematica, dotata di gran classe ma senza particolari guizzi d’inventiva, semplicemente al servizio degli attori e della storia.

Molti i momenti di grande potenza e intensità, come i confronti fra Brick e Maggie, o fra il vecchio padre e la moglie, notevoli le interpretazioni anche degli attori di contorno, da Jack Carson nel ruolo del fratello, fino all’insopportabile cognata interpretata superbamente da Madeleine Sherwood.

Ma su tutti si elevano i tre protagonisti della storia: Paul Newman, affascinante e tormentato, in conflitto con un passato che non vuole accettare, Liz Taylor, caparbia e volitiva, gatta elegante e sensuale, proiettata verso un futuro da costruire, e Burl Ives che disegna un genitore burbero ma in fondo dal cuore tenero, che di fronte alla morte tira le somme della sua esistenza senza alcuna indulgenza per se stesso e per i propri errori.

La gatta sul tetto che scotta è un classico che conserva immutato il suo fascino, sia pure ovviamente molto datato nel contesto, e riesce ancora oggi a coinvolgere e a emozionare. I suoi punti forti sono la sceneggiatura curatissima, con dialoghi che sono espressione di sentimenti forti e contrastanti, e l’interpretazione di un cast in stato di grazia. Sicuramente gli si può perdonare il finale forse un po’ troppo frettoloso e buonista, e godersi un esempio di cinema d’altri tempi, come oggi non si fa più. Purtroppo.

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40 pensieri riguardo “La gatta sul tetto che scotta (1958)

  1. Wow! Questo è uno di quei cult che chiunque ha visto almeno una volta nella vita (da una certa età in poi, ovviamente 🙄🤣)
    Adoro il modo in cui recensisci i film, e ogni volta è un piacere leggerti.
    Buona giornata. 😊

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      1. Una volta certi argomenti non passavano. Mi sono sempre chiesta perché a teatro fossero ammessi, al cinema no. Un po’ come adesso, che il cinema è molto più libero della televisione.

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  2. un Signor film che mi son vista almeno una decina di volte e sempre con molto gusto nel rivedermelo. Indiscutibile bravura e bellezza dei protagonisti ma la parte di Burl Ives è strepitosa. Una storia in cui ogni personaggio ha una carattere ben preciso e prende il suo spazio e apre a svariate riflessioni sulla vita

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    1. C’è un ritorno di “moda” di Newman in questo periodo perché Ethan Hawke ha diretto un film documentario sulla sua vita con Joanne Woodward, che sarà presentato al Festival del cinema di Roma. A parte questo, i suoi film li ho visti tutti e li adoro.

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