La lunga estate calda (1958)

Un’estate bollente, più che calda, quella che si consuma in una piccola cittadina del sud degli Stati Uniti tra violenze, incomprensioni familiari, orgoglio e desiderio di rivalsa sociale, tensioni sessuali represse e il tormento che ne deriva, la dannazione prima, e la redenzione poi, di un uomo segnato da una colpa non sua, e un lieto fine, per l’epoca assolutamente obbligatorio, ma che arriva in un modo per nulla scontato.

Un vecchio orco del Mississippi, padre padrone della sua famiglia e della cittadina, crea una strana alleanza con un vagabondo appena arrivato in città, che si trascina dietro la fama di incendiario. In realtà si tratta di un peccato paterno che, come spesso accade, ricade sui figli.

Il vecchio patriarca, burbero e dispotico, è un Orson Welles talmente bravo da risultare quasi simpatico, mentre il giovane straniero è un Paul Newman in gran spolvero. Il vecchio boss vede nel ragazzo un altro se stesso, spregiudicato e affamato di vita e di successo e gli promette la figlia Clara, che, dopo qualche schermaglia iniziale, sarà tutt’altro che dispiaciuta. Ma la simpatia del padre per lo sconosciuto ospite, ingelosisce il figlio, che si vede messo in disparte. La vicenda è poi affollata da altri personaggi veri e sanguigni, come il sud torrido in cui è ambientata.

Adattando tre racconti di William Faulkner, Martin Ritt ricava un filmone vecchia Hollywood, in un sud forse mai esistito ma perfetto per una storia di amore, odio e redenzione. Il giovane vagabondo diventerà il catalizzatore di ambizioni insoddisfatte, invidie represse, desideri inespressi e, purtroppo per lui, gelosie fatali.

I temi che Ritt intreccia in questa pellicola sono quelli che venivano maggiormente affrontati dal cinema americano dell’epoca: spicca innanzitutto il tema del divario tra ricchi e poveri, ma solo in parte, in quanto Hollywood ai tempi amava rappresentare la classe alta, molto agiata, con ville signorili e giardini curati, perfettamente in ordine. Paul Newman per l’occasione è un gran bel vagabondo, pulito e beneducato.

Rimane un po’ sullo sfondo l’America del miracolo economico, rappresentato dalle famiglie meno agiate che si occupano di terre faticose e aride da coltivare. Altro tema presente nel film è lo scontro generazionale all’interno della grande famiglia patriarcale. E qui la vicenda è arricchita dalla presenza di una gamma molto ampia di personaggi ben caratterizzati dalla sceneggiatura, particolarmente curata, e soprattutto dalle interpretazioni degli attori.

Il giovane figlio del patriarca, Jodi, è interpretato da Anthony Franciosa, con un piglio forse un po’ teatrale, ma perfetto per la drammaticità delle situazioni. La giovane moglie è una sensualissima Lee Remick, mentre la sorella Clara, promessa dal padre al vagabondo, è Joanne Woodward.

La chimica tra lei e Newman è sicuramente uno dei punti di forza del film, talmente forte che da una semplice interpretazione è sfociata in un amore durato per il resto della loro vita: Newman infatti, all’epoca sposato da otto anni con Jackie Witte, chiese il divorzio e poco dopo sposò la bella Woodward, con cui rimase fino alla morte, avvenuta nel 2008.

Ma la carrellata di star non è finita: Angela Lansbury, insolita e frizzante, interpreta l’amante del vecchio, tenuta nascosta alla famiglia per quel senso di perbenismo ipocrita tanto caro all’America dell’epoca, mentre Richard Anderson interpreta il difficile ruolo dell’eterno fidanzato di Clara, la cui indecisione nei confronti del matrimonio sembra dipendere da una omosessualità repressa e taciuta, più che dalle ingerenze della madre, possessiva e castrante.

Altro tema del film è quello dell’emarginato, rappresentato dal personaggio interpretato da Newman, coraggioso al limite dello sfrontato e con un passato chiacchierato da incendiario che incute paura nei cittadini, e li porta a diffidare di lui: l’invidia per il successo improvviso e, a loro avviso, immeritato, unito al timore che nutrono nei suoi confronti, li spinge ad agire come una folla ignorante e spaventata, e ad aggredire lo straniero, che cerca di rifarsi una vita nel nuovo paese. Tema, quest’ultimo, straordinariamente attuale.

Ma il personaggio di Newman è molto più complesso di un semplice straniero: rappresenta anche il classico uomo che si è fatto da solo, rimboccandosi le maniche, e lavorando duramente ha acquistato autonomia, accumulato denaro e guadagnato così il prestigio sociale. E questo è un sogno molto caro agli americani di tutte le epoche: nell’immaginario comune l’America rappresenterà sempre la terra dove tutto è possibile e tutti gli uomini possono raggiungere il benessere, anche partendo dall’ultimo gradino della società.

Mentre la sceneggiatura delinea caratterialmente i personaggi, sottolineandone il ritratto psicologico e le interazioni sociali, la regia di Ritt predilige i primi piani sui volti degli interpreti e si mette al loro servizio, permettendogli di rappresentare sentimenti diversi e contrastanti, come odio, amore, sfida e gelosia, invidia e rancore, ingenuità e torbida sensualità.

Tra i migliori lavori di Martin Ritt, La lunga estate calda è un esempio di ottimo adattamento cinematografico. Sceneggiatura, regia e anche una fotografia curata e dai colori caldi, hanno collaborato a rendere molto bene il clima, anche metaforicamente, torrido che si respirava sulle pagine di Faulkner, coadiuvati da un cast veramente eccellente, e l’ambiente del profondo sud, fatto di perbenismo e di erotismo sotterraneo, nonché la complessa ragnatela famigliare che fa tanto saga. Un bellissimo melodramma familiare pieno di rancori e ipocrisie, intolleranze e violenza. Un film che arde, letteralmente e figurativamente, di rabbia e di passione, dal grande respiro narrativo e visivo.

14 pensieri riguardo “La lunga estate calda (1958)

  1. Quindi la trama è anche ispirata, se non sbaglio, al romanzo “Il borgo” di William Faulkner, forse l’unico tradotto in italiano che presenta agganci con questo film. Nel libro, che però devo ancora leggere, il ricco latifondista è Will Varner, e suo figlio si chiama in effetti Jody… Grandissimo Faulkner, di cui ho apprezzato in modo particolare Mentre morivo e L’urlo e il furore, e del quale leggerò sicuramente altro. Vedrò di recuperare anche questa pellicola, grazie alla tua bella recensione 🙂

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