Trappola mortale (1982)

Un film di chiaro stampo teatrale, trasposizione di una commedia nera di Ira Levin che aveva riscosso un grande successo a Broadway. Il cinema ha spesso attinto ai romanzi di Levin, da Rosemary’s baby a Un bacio prima di morire, da I ragazzi venuti dal Brasile a La donna perfetta; in questo caso c’è Sidney Lumet alla regia, un cast abbastanza convincente, una sceneggiatura spiritosa che sconfina nel grottesco, e una trama complessa con più di un colpo di scena ben piazzato.

Un drammaturgo che ha avuto in passato grande successo, sta attraversando un periodo di crisi, dopo che il suo ultimo lavoro è stato un flop colossale. Sembra ormai aver perso la vena creativa, quando un ex studente gli invia una propria opera per avere un giudizio. Inizialmente sconfortato di fronte alla perfezione stilistica di quel lavoro, di gran lunga superiore ai propri, quando scopre che lo studente gli ha inviato l’unica copia della sua commedia, lo scrittore lo invita a casa propria con la scusa di parlarne, ma con l’intenzione di ucciderlo, appropriandosi quindi del suo lavoro.

Già così sarebbe una bella trama, ma questo è solo l’inizio: ci sarà tempo e spazio per più di un delitto, un paio di colpi di scena veramente imprevedibili, una moglie rompiscatole, una sensitiva ficcanaso e persino un bacio gay, che all’epoca fece molto discutere, e pare abbia influito parecchio sul basso gradimento del film da parte del pubblico, quasi più dell’interpretazione di Dyan Cannon. La storia è davvero intrigante, perché quando lo spettatore è convinto di aver capito tutto e che non ci sia più niente da scoprire, arriva un colpo di scena che ribalta completamente la prospettiva di tutta la storia e a questo punto, purtroppo, il ritmo rallenta un po’ e il racconto si inceppa. Proprio come i piani del commediografo, osteggiato dalla moglie che non è d’accordo sul delitto.

Tutta la prima parte è ricca di tensione, pur essendo claustrofobica, anzi, forse proprio per quello: non c’è molta azione, se non un gioco al gatto col topo tra i due personaggi principali, confinati nella casa dello scrittore. Ricorda per analogia un’altra bellissima commedia gialla, Gli insospettabili, ultimo film di Mankiewicz, tratto anch’esso da una pièce teatrale, e rifatto successivamente anche da Branagh, con il titolo originale di Sleuth. Curiosamente tutti e tre i film hanno per protagonista Michael Caine, e questo forse dà luogo a un po’ di confusione.

Il duetto con il coprotagonista Christopher Reeve è elegante, anche se la classe di Olivier, che affiancava Caine nel film di Mankiewicz, è inarrivabile, ma la sfida tra i due, giocata sull’apparente ingenuità del giovane e sulla mente diabolica del commediografo, regge benissimo, e la presenza di armi di ogni tipo, distribuite sulle pareti della casa, dà un’idea ben precisa di come finirà il duello verbale. Rivalità e gelosie che covano sotto la superficie, due uomini soli in una casa piena di seri strumenti di morte, tutto rende inevitabile il confronto con il film precedente.

Purtroppo, non è un paragone che favorisca questo film, dato che il cast e la sceneggiatura sono molto più deboli del precedente. Christopher Reeve è convincente nel ruolo del giovane ambiguo e, oltre a mostrarsi un’ottima spalla, riesce a far dimenticare per un attimo il mantello da supereroe; Caine si trova perfettamente a suo agio in questo tipo di commedia nera, sia negli accenti più diabolici, sia in quelli più comici, ma è l’inserimento degli altri due personaggi femminili che va a discapito dell’insieme.

Dyan Cannon non è la scelta giusta per interpretare la moglie del commediografo, troppo effervescente per un ruolo comunque drammatico, anche se con sfumature ironiche, e lo stesso vale per il personaggio della vicina sensitiva, che appare nei momenti meno opportuni e diventa quasi una macchietta grottesca.

Per fortuna la regia di Lumet sa creare suspense anche all’interno di uno spazio ristretto, con primi piani molto eloquenti e movimenti di macchina sapienti, che in ogni inquadratura amplificano la tensione e sottolineano l’intensità delle espressioni. È sicuramente il regista giusto al posto giusto, che riesce ad alleggerire l’impostazione teatrale del film movimentando al massimo l’interazione tra i personaggi. Peccato solo per Dyan Cannon, talmente sopra le righe da risultare insopportabile.

Nel complesso però la storia è così ben costruita, che vale davvero la pena di vedere questo film, sia per il gioco a incastro squisitamente giallo, sia per l’intelligente ironia che trasforma l’antica rivalità tra uomini per una donna, in un’ostilità professionale dovuta all’invidia e alla frustrazione.  

L’aggiunta di echi soprannaturali e di colpi di scena disseminati come scatole cinesi, che si aprono una dopo l’altra rivelando un contenuto inaspettato, lo rende uno spettacolo godibilissimo. Non sarà di certo il miglior film di Lumet, ed è vero che la storia, nella seconda parte, perde quasi tutta la forza e l’intensità sfoggiate nella prima tesissima ora, ma se si resiste a una mezz’ora un po’ fiacca, ci aspetta un finale esaltante, ricco di sorprese, con un epilogo che è un tocco di classe.

6 pensieri riguardo “Trappola mortale (1982)

  1. wow, un film citato nella biografia della settimana: hai rischiato lo spoiler!
    anche io ho fatto confusione con l’altro, infatti quando hai detto che si assomigliavano sulla filmografia di Cain sono andato a colpo sicuro (conoscendo la decade)

    Piace a 1 persona

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