Pensieri pericolosi (1995)

Un film originale, nonostante presenti diversi stereotipi, tratto da una storia vera. Vedere un gruppo di studenti fastidiosi e aggressivi che si trasforma in una classe di ragazzi docili, motivati ​​e disponibili verso l’insegnante, potrebbe sembrare poco realistico. E lo è ancora di meno se l’insegnante è un’ex marine, che ha lasciato l’esercito per dedicarsi all’insegnamento. Tutto questo fa pensare a una bella sceneggiatura scritta appositamente per Hollywood. Eppure è basato su una storia vera, raccontata in prima persona da chi l’ha vissuta, LouAnne Johnson, che ha prestato effettivamente servizio nel corpo dei Marines ed è poi diventata insegnante, oltre che scrittrice.

La storia narrata è proprio la sua: LouAnne, in cerca di lavoro come insegnante dopo aver lasciato il corpo dei Marines, viene aiutata da un amico e collega che le trova un incarico come insegnante di letteratura in un liceo. Scoprirà presto che l’amico non le ha fatto un gran favore, perché la classe assegnatale è la più difficile dell’istituto, composta da ragazzi quasi tutti appartenenti a minoranze etniche, e con famiglie disastrate alle spalle.

Gli studenti dimostrano il massimo menefreghismo e sono indisciplinati e violenti: non sembrano avere alcuna considerazione per l’insegnante, mentre rispettano e seguono quello che considerano il loro capo, Emilio Ramirez, un ragazzo evidentemente dotato, ma incapace di sfruttare la sua intelligenza.

L’impatto iniziale è scioccante, la poverina pensa di non potercela fare. Anche visivamente il film descrive bene la situazione: la Pfeiffer, che interpreta l’insegnante, sembra uno scricciolo indifeso quando entra in classe con tailleurino elegante, completo di camicetta di pizzo, e i ragazzi la chiamano subito Mozzarella, mentre il caos che regna sovrano nell’aula le impedisce persino di parlare. In questo si evidenziano i soliti stereotipi visti più volte in film di ambiente scolastico, che fotografano una realtà purtroppo esistente, soprattutto nei sobborghi delle grandi città.

LouAnne capisce che se vuole ottenere qualcosa con questi ragazzi, deve attirare la loro attenzione con qualcoa che li possa interessare. Decide quindi di cambiare il programma scolastico, che comunque sarebbe fallito, e cercare la chiave per arrivare al cuore dei ragazzi. Le proverà tutte, dalle mosse di Karate ai versi di Bob Dylan, correlati sapientemente ad un altro Dylan (Thomas) che i ragazzi ovviamente non conoscono, e arriverà persino alle lusinghe e a piccoli premi per ottenere la loro attenzione.

Ma i ragazzi diffidano, vengono da famiglie disagiate o assenti, sono poveri e sfiduciati, neanche credono che qualcuno si interessi realmente a loro. Pian piano LouAnne comincia a vedere qualche risultato, ma poi una serie di eventi drammatici la convince a mollare tutto. Solo alla fine, in un ultimo incontro con gli studenti, si renderà conto di aver raggiunto lo scopo più importante, perché i ragazzi hanno compreso l’importanza dello studio, come unico mezzo per uscire dal ghetto. E avrà la soddisfazione di aver avuto ragione, a dispetto del preside e dei colleghi che l’avevano invitata a non farsi coinvolgere, dando per scontato che i ragazzi erano comunque persi in partenza.

Al di là della storia, narrata con garbo e rappresentata con simpatia, da una Pfeiffer intensa e commovente, è evidente l’intento didascalico del film, che abbonda un po’ troppo di stereotipi, uno su tutti quello del ghetto violento da cui sarebbe impossibile emergere. Tra gravidanze indesiderate, droga e violenza domestica, nonché l’immancabile accoltellamento di routine, è evidente il tentativo di richiamare l’attenzione sui problemi e sulle difficoltà di ragazzi tutt’altro che limitati, che spesso vengono abbandonati dalla scuola, prima ancora che siano loro ad abbandonarla. Una volta evidenziato il problema, il film non trova però la soluzione.

Chiaramente la risposta a questi problemi non può essere quella rappresentata dal film, troppo semplice, troppo ingenua, inadeguata. Però il tentativo è lodevole, e il film, nell’insieme, piacevole. Se il libro della Johnson è sincero, e la trasposizione sullo schermo fedele alla realtà, il suo metodo costituisce un interessante precedente da tenere in considerazione.

Michelle Pfeiffer è più che convincente, sia nello scoramento iniziale, sia nella grinta che sfodera successivamente. Il film è abbastanza prevedibile, ma il coinvolgimento con i singoli personaggi e le loro storie funziona, e nel complesso risulta toccante e a tratti divertente, riuscendo a superare i suoi difetti attraverso un finale edificante.

22 pensieri riguardo “Pensieri pericolosi (1995)

  1. All’epoca mi è piaciuto in maniera “normale”, una visione piacevole, anche perché il vero successo del film sta tutto nel mitico videoclip di Coolio “Gangsta’ Paradise”, con tanto di partecipazione di MIchelle Pfeiffer. Quella sì che è stata una bomba, ancora oggi è una canzone mitica (molto più dell’originale di Stevie Wonder, che in realtà nessuno ricordava all’epoca, neanche Coolio stesso!). Sicuramente il film va lodato per averci regalato una mitica canzone 😛

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      1. No, anche molto più recenti, anni ’80, ’90, che sono poi quelli che ho visto al cinema. I classici più vecchi li vedevo in televisione quando li davano e poi ho collezionato i dvd. Il cinema mi piace tutto, tutti i generi, tranne forse l’horror più sanguinolento. Ho una passione per il cinema americano e inglese, molte riserve su quello italiano e poca simpatia per quello francese, salvo poche eccezioni. Quello di cui hai parlato tu oggi per me è ancora terreno inesplorato…

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      2. Io amo tutto ma digerisco a fatica i musical! I francesi invece mi piacciono molto sprt la nouvelle vague e gli italiani fra neorealismo e commedia anni 60 pure. Forse avendo studiato cinema i percorsi mutano un po’

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      1. Non ho letto la tua recensione, lo farò dopo aver sistemato la mia, però le somiglianze sono evidenti, anche se ci sono pure delle differenze. Io adoro i film di ambiente scolastico, solo che finiscono spesso per ripetersi.

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