La grande corsa (1965)

Blake Edwards, re della commedia brillante, dedica questa pellicola alla coppia comica per eccellenza, Laurel e Hardy, i nostri Stanlio e Ollio. E in effetti il film è un insieme di trovate comiche, brillanti e paradossali, che si ispira al genere slapstick, cioè a quella comicità elementare basata su gag semplici ed immediate. A questo si aggiunge una buona sceneggiatura e un cast vincente, oltre a una storia che offre più di uno spunto naturalmente comico.

La grande corsa del titolo è una gara automobilistica da New York a Parigi, ambientata in piena Belle Époque. Siamo nel 1908, un gruppo variegato e ben assortito di concorrenti, alla guida di veicoli alquanto bizzarri e fantasiosamente equipaggiati, si appresta ad una gara estenuante che metterà alla prova non solo le loro macchine ma soprattutto i loro caratteri.

Sugli altri concorrenti spiccano da una parte “il grande Leslie”, interpretato da Tony Curtis, stereotipo dell’eroe vincente, vestito di bianco come il cavaliere buono delle fiabe, bello e adorato dalle donne; dall’altra il professor Fate, il villain di turno, impersonato da un Jack Lemmon fuori misura, tutto vestito di nero, incontenibile, quasi un cartone animato vivente.

A fargli da assistente, uno straordinario Peter Falk, che riprende le caratteristiche e anche il nome dello scagnozzo Carmelo di Angeli con la pistola, facendone una riuscita caricatura: come lui parla siculo e non brilla certo per intelligenza. Unica donna tra i concorrenti è Maggie DuBois, giornalista e suffragetta, impersonata da una dolcissima ma risoluta Natalie Wood, che saprà tenere testa agli uomini.

La corsa procede per episodi, passando per scenari diversi, dal selvaggio west ai ghiacci dell’Alaska, fino a territori misteriosi come la Carpazia, dove la vicenda prende una piega inaspettata e forse un po’ inutile, con una parentesi che è un evidente richiamo al Prigioniero di Zenda. Considerando che il film dura più di due ore e mezzo, la storiellina della congiura reale si poteva evitare, anche se Lemmon nel doppio ruolo di Fate da una parte, e dell’inetto principe di Carpazia dall’altra, è ancora una volta bravissimo.

La gara dunque va avanti tra imprevisti e problemi di ogni genere, complici i diabolici trucchi escogitati ogni volta dal perfido Fate e dal fido Carmelo. Così pian piano quasi tutti i concorrenti vengono eliminati, e alla fine rimangono solo Fate e Leslie, che nel frattempo ha ospitato sulla propria auto la bella giornalista, rimasta in panne. Chi vincerà alla fine? Non che sia molto importante, ma se volete saperlo, guardate il film.

Più di due ore di divertimento allo stato puro, non senza un piccolo spazio per la riflessione, in particolare sulla lotta per l’emancipazione femminile, attraverso le rivendicazioni tipiche dell’epoca. La prima parte è fulminante, ricca di momenti frizzanti, soprattutto grazie alla coppia Lemmon e Falk, poi la parentesi della Carpazia smorza un po’ il ritmo, nonostante la simpatia di Lemmon che regge comunque la scena. Natalie Wood sfodera il suo lato comico, che troppe volte ha dovuto tenere nascosto.

Nonostante la durata eccessiva comunque non ci si annoia, grazie al ritmo scatenato che Edwards impone fin dall’inizio, guidando con mano ferma la verve degli attori, ma grazie anche ad una sceneggiatura costruita sui personaggi con dialoghi perfetti, vivaci e geniali.

Una curiosità: il film ha direttamente ispirato la serie di cartoni animati Wacky Races di Hanna e Barbera, in cui la sofisticata e orgogliosa Penelope Pitstop richiama chiaramente il personaggio di Natalie Wood, Peter Perfect si rifà al damerino interpretato da Curtis, mentre il diabolico Dick Dastardly, che insieme al suo bizzarro aiutante Muttley cerca invano di vincere le gare automobilistiche con ogni trucco sleale possibile, è indubbiamente ispirato al grandissimo Lemmon e al simpatico Falk.

16 pensieri riguardo “La grande corsa (1965)

  1. Sebbene ne conservi un ottimo ricordo – secondo i calcoli devo averlo visto all’età di 8 anni, mentre con i miei Lego cercavo di costruire macchine pazze come quelle ddelo schermo – rivisto oggi mi ha deluso tantissimo, nel mio ciclo zinefilo dedicato alle “corse pazze” l’ho trattato maluccio. Blake Edwards mi piace ma qui proprio non riesco a farci pace. Decisamente più divertenti le “Waky Races” 😛

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