The village (2004)

Dopo il clamoroso successo de Il sesto senso e Signs, Shyamalan ci ha abituato a storie molto particolari, che si dipanano lentamente, arricchendosi gradatamente di dettagli che a prima vista sembrano insignificanti, ma in realtà preludono a una rivelazione finale, che di solito si esplicita in un colpo di scena. Questo film segue il copione ormai consolidato, aggiungendo un’ambientazione ricca di mistero e fuori dal tempo. Con un cast in parte discutibile, e una sceneggiatura più complessa del solito, il regista confeziona un film avvincente e fuori dagli schemi, ma forse non all’altezza dei precedenti.

Siamo in una piccolo villaggio, in un’epoca imprecisata, ma a giudicare dall’abbigliamento e dalle abitazioni, sembra essere la fine dell’Ottocento; la comunità che lo abita vive una realtà bucolica e idilliaca, su cui grava, però, un’oscura minaccia. Il villaggio, infatti, è completamente circondato da un fitto bosco, in cui vivono mostruose creature, che minacciano gli abitanti; l’unico modo per sopravvivere è rimanere all’interno del villaggio, perché entrare nel bosco equivarrebbe a dover affrontare un pericolo letale.

L’apparente tranquillità del piccolo centro abitato, è garantita da un antico patto che gli anziani della comunità fecero in tempi lontani con le creature della foresta: loro non si sarebbero mai inoltrati nel bosco, e i mostri non sarebbero mai penetrati nel villaggio. Ma le nuove generazioni non sono d’accordo con questo antico patto, e la loro curiosità li spinge ad infrangerlo. Sarà l’inizio di uno scontro tra due mondi inconciliabili, che porterà alla rivelazione di antichi segreti a lungo taciuti. E per lo spettatore sarà un finale veramente a sorpresa.

Sembra quasi che Shyamalan faccia qui il percorso inverso rispetto a quello clamoroso del Sesto senso, e forse proprio per questo motivo il film delude un po’ le attese. Mentre là ci proponeva una storia semplice, quasi noiosa, con qualche sfumatura di mistero, inserita tra le maglie di una realtà quotidiana abbastanza banale, qui ci racconta una storia complicata e misteriosa, ammantata di magia e di strani segreti, custoditi da anziani che nessuno ha mai visto, dove ci si aspetta da un momento all’altro la rivelazione del mostro in tutto il suo orrore.

Nel Sesto senso la tensione era appena percepita, sonnecchiava in attesa del gran finale, in modo che, quando si raggiunge il climax, si resta letteralmente a bocca aperta. Qui invece è il contrario. La tensione inizia a percepirsi quasi subito, in contrasto con il clima idilliaco delle prime immagini, e man mano che il film procede, aumenta sempre di più, stimolando la fantasia dello spettatore e solleticandone le attese. Il risultato di questo climax inverso è che quando si arriva alla fine e la verità si scopre in tutta la sua semplicità, non si può fare a meno di restare per un attimo delusi.

Viene da dire: tutto qui? Quasi due ore di attesa, col fiato sospeso ad ogni apparizione, vera o presunta, dei mostri, al cui orribile aspetto siamo stati adeguatamente preparati, per arrivare a questo? Per un attimo ci sentiamo un po’ presi in giro… Ma poi la genialità di Shyamalan ci conquista, rivelando una sotto trama che a prima vista ci era sfuggita. Dietro la costante pressione psicologica del bosco e dei suoi abitanti, dietro le ombre minacciose e gli orrendi artigli animaleschi, si cela una meravigliosa metafora sulla paura in tutte le sue forme: la paura del diverso, del nuovo, la paura del futuro, che può sconvolgere una tranquillità ormai acquisita, un terrore irrazionale che si trasforma in paura di vivere, di osare, di andare avanti, oltre il confine del bosco, anche a costo di mettere a rischio le proprie certezze.

The Village è un profondo atto di accusa nei confronti della paura, che blocca gli uomini entro confini che loro stessi hanno finito per tracciare e considerare invalicabili.
Dal punto di vista strettamente estetico non ci sono appunti da fare: la fotografia e l’ambientazione dell’epoca sono perfette, la colonna sonora sa riempire i vuoti tra i dialoghi, amplificando la tensione, e gli attori fanno tutti del loro meglio.

Le caratterizzazioni meglio riuscite, a mio avviso, sono quelle di William Hurt e Adrien Brody, mentre Phoenix sembra un po’ disorientato, e Sigourney Ripley Weaver non si può proprio vedere in abiti ottocenteschi. Splendido il personaggio di Ivy, interpretato dalla figlia di Ron Howard, Bryce Dallas Howard, con tutta la grinta necessaria.
Qualche buco nella sceneggiatura si può perdonare e alla fine il film convince, sorprende e affascina. E ci lascia anche il suo prezioso messaggio.

17 pensieri riguardo “The village (2004)

  1. Sì, forse la prima volta restai un po’ deluso della conclusione (e questo effetto lo ha fatto a tanti, questo film), ma fu solo perché mi aspettavo qualcosa che non era. Rivedendolo una seconda volta mi piacque anche di più, nel complesso. 😉

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  2. Un film che ho visto e che mi è piaciuto, ma credo che se lo rivedessi oggi riuscirei a cogliere degli aspetti più psicologici.
    Molto attuale anche il discorso sulla paura, emozione su cui stanno facendo leva pure in questi tempi pre tenerci chiusi nel villaggio… che per un po’ di tempo è stata addirittura la casa.

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  3. Chi come me è cresciuto a pane e fumetti ha trovato il racconto “dejavu” (come The Others) ma in ogni caso godibile e meritevole. Purtroppo l’ambientazione da puritanesimo ottocentesco non permette l’inserimento di scene di sesso, droga & rock’n roll.

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