Frailty – Nessuno è al sicuro (2001)

Chi mi segue sa che non amo il genere horror, a meno che non sia psicologico e senza grandi spargimenti di sangue. Frailty riunisce in sé la suspense del thriller e il fascino del mistero, un accurato studio psicologico dei personaggi, e il meccanismo narrativo del flashback, espediente già di per sé intrigante, che qui è finalizzato al colpo di scena finale. In più sono pochi i film che osano affrontare le debolezze della fede, ponendosi il problema di fino a che punto sia giusto credere e oltre quale limite si possa parlare di follia: l’argomento è insidioso e potrebbe facilmente offendere i credenti o sfociare nel ridicolo. Per tutti questi motivi il film mi ha incuriosito, e devo dire che non mi ha deluso.

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The life of David Gale (2003)

Alan Parker ha spesso cercato di sconvolgere lo spettatore con la potenza delle sue immagini, e di coinvolgerlo in riflessioni di carattere sociale, a partire da Fuga di mezzanotte fino a Le ceneri di Angela, passando per Mississippi burning. Questo film vorrebbe essere una denuncia contro la pena di morte, non tanto per la sua crudeltà, come aveva fatto Tim Robbins con Dead man walking, quanto per la possibilità di commettere un tragico e irreparabile errore. La sceneggiatura purtroppo non convince fino in fondo, ma il film rimane un buon thriller grazie a diversi colpi di scena e un finale davvero imprevedibile.

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Che fine ha fatto Baby Jane? (1962)

Questo capolavoro ha rivoluzionato completamente il concetto di terrore cinematografico, che fino ad allora era stato quasi sempre legato allo straordinario o al soprannaturale, e comunque al delirio fantastico. Nel film di Aldrich, invece, la suspense è prodotta da banali scontri tra due sorelle, entrambe dotate di una capacità infinita di ferirsi a vicenda, con una grottesca esuberanza femminile. Tuttavia il tema principale del film, rivelato anche dal titolo, non è tanto la rivalità tra le due sorelle, che pure riempie pesantemente lo schermo per tutta la durata del film, ma piuttosto la messa sotto accusa dell’industria dello spettacolo come fabbrica di sogni, che purtroppo sono spesso destinati a diventare amare delusioni.

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The manchurian candidate (2004)

Quando ho visto questo film la prima volta, nel 2004, non sapevo che si trattasse di un remake, e mi è sembrata una buona pellicola di fantapolitica, ben interpretata, con un buon ritmo e la giusta tensione, equamente distribuita. Poi ho scoperto, scrivendo la monografia di Angela Lansbury, che esisteva un originale del 1962 con lo stesso titolo, ma arrivato in Italia tradotto in Va’ e uccidi. Ovviamente l’ho cercato per la curiosità di vederlo, e poi ho rivisto anche il remake per poter fare il confronto. La trama è abbastanza simile, anche se debitamente aggiornata.

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Schegge di paura (1996)

Uno dei thriller più avvincenti e imprevedibili degli ultimi 30 anni. Unisce una trama intrigante e complessa ad una suspense vertiginosa, con un ritmo incalzante e alcuni colpi di scena indimenticabili. Ha l’impianto di un dramma giudiziario senza subirne i momenti più noiosi, e riesce a catalizzare l’attenzione dello spettatore, coinvolgendolo in modo emozionante, al pari di un action adrenalinico. Non diventa mai lento e non si perde in scene inutili. E l’argomento scabroso aggiunge quel pizzico di morbosità che di sicuro non nuoce al risultato finale.

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Va’ e uccidi (1962)

Una storia un po’ inverosimile, ma anche un emozionante intrigo politico e, a suo modo, quasi una commedia nera, a cui l’aggiunta di elementi psicologici conferisce un ulteriore livello di profondità. Il regista John Frankenheimer segue quasi letteralmente il romanzo di Richard Condon, ma lascia anche molto all’immaginazione, creando un’atmosfera volutamente ambigua. Insieme a L’uomo di Alcatraz e 7 giorni a maggio, questa è una delle sue opere migliori. Sullo sfondo della Guerra Fredda e della paranoia emergente dovuta al presunto pericolo del comunismo, il regista confeziona un magnifico thriller fantapolitico con elementi di spionaggio.

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Il tocco del male (1998)

Non è facile definire questo film, che affronta in modo decisamente nuovo, anche se non originalissimo, la tematica dell’origine del male. E’ un poliziesco che si trasforma in thriller sovrannaturale, con sfumature di mistero al limite dell’horror, ma sempre molto contenute.
Tutti prima o poi ci siamo chiesti, di fronte a delitti particolarmente efferati o apparentemente senza ragione, come poteva un essere umano arrivare a una tale ferocia. Il cinema di solito risponde a questa domanda con un serial killer che agisce per le più svariate ragioni, spesso in preda alla follia o a una qualche fissazione, magari di tipo religioso come accade in Se7en. Questa pellicola, invece, sostiene un’altra tesi e ci mostra come il male può avere origine demoniaca e impossessarsi di noi senza che ce ne rendiamo conto, utilizzandoci come semplici esecutori dei suoi scopi.

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Il negoziatore (1998)

Un thriller d’azione vecchio stile, rinnovato da un mix intelligente di tensione, umorismo e suspense, che ne fa un film di qualità. Fondamentalmente semplice, a tratti quasi stereotipato, tuttavia dà la sensazione di vedere qualcosa di nuovo, sia per i colpi di scena disseminati al momento giusto e in maniera intelligente, sia per le interpretazioni di un cast azzeccatissimo e in stato di grazia. L’idea di fondo della storia è quella di uno scontro tra poliziotti, in particolare tra negoziatori di ostaggi, per cui sappiamo già che il duello non si giocherà tanto sulle armi, quanto su un raffinata partita a scacchi, giocata con sicurezza e astuzia, da personaggi per cui l’analisi e il ragionamento sono il pane quotidiano. Questo non significa, però, che manchi l’azione.

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The hitcher – La lunga strada della paura (1986)

Una trama semplicissima, quasi inconsistente, che diventa nelle mani del regista e soprattutto degli attori, uno dei più bei thriller degli anni ’80. La premessa è quasi banale: un automobilista che sta attraversando una di quelle tipiche autostrade americane che sembrano non avere né inizio né fine, e in cui i paesaggi offrono solo desolanti variazioni del deserto, ha la bella idea di offrire un passaggio a un autostoppista, nonostante lui stesso ammetta che la madre gli ha detto di non farlo mai. Considerando poi che l’auto su cui viaggia è una Cadillac che deve portare fino a San Diego dal proprietario, il quale ne aspetta la consegna, il suo comportamento appare ancora più incosciente.

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Se7en (1995)

È uno dei più bei thriller che abbia mai visto e, amando il genere, ne ho visti parecchi. Questione di gusti, certo, ma possiede una serie di caratteristiche che lo elevano al di sopra della media: singolare l’idea di partenza, intrigante la trama, ben delineati i personaggi, anche se forse non originalissimi, azzeccata l’ambientazione, perfetta l’atmosfera cupa, calibrata la sceneggiatura e ottimo il cast. Il tutto confluisce trionfalmente in un finale inquietante, spiazzante e di sicuro terribile, ma irrinunciabile. Tanto che quando il produttore, preso dai dubbi, aveva proposto di cambiarlo, Brad Pitt minacciò di andarsene, se lo avesse fatto.

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