The wife – Vivere nell’ombra (2017)

Un film che riserva poche sorprese, e dà esattamente quello che ti puoi aspettare dal titolo. Non è una storia vera, ma potrebbe esserlo: si dice spesso che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, ma non sempre è vero, almeno non nel senso in cui questo film vuol far credere. Di certo dietro ogni grande uomo che si afferma, senza necessariamente arrivare al Nobel, c’è una donna che si sacrifica, che vive nell’ombra, che porta il peso delle cose non dette, delle occasioni perse e delle umiliazioni subite per amore. Anche senza voler essere femministi, sappiamo che raramente accade il contrario.

La storia si riassume in due parole: un famoso scrittore deve recarsi a Stoccolma per ricevere il premio Nobel per la letteratura che gli è stato assegnato; nel viaggio lo accompagna la moglie, fedele compagna di una vita, e il figlio, aspirante scrittore, con cui non ha un buon rapporto. Il viaggio sarà occasione per rimettere in discussione tutta la loro esistenza e per affrontare un segreto troppo a lungo celato. Come ho detto, il film non riserva sorprese, è ampiamente prevedibile già dal titolo, perciò non aspettatevi colpi di scena o inaspettate scoperte: già da una delle prime inquadrature di Glenn Close si capisce tutto, o almeno si intuisce.

Del resto il film non è un thriller e non finge di esserlo. Tuttavia è impregnato di tensione e regala forti emozioni, grazie alle interpretazioni dei due protagonisti e a una sceneggiatura, tratta dal romanzo omonimo di Meg Wolitzer, molto realistica, fatta di dialoghi forse banali, ma che ci fanno immedesimare nei personaggi e nelle situazioni. Non c’è niente fuori posto in questo set organizzato in modo efficiente, quasi come uno scenario teatrale, dove ogni personaggio ha il proprio spazio per svilupparsi, all’interno di un canovaccio progettato per estrarre il meglio da ognuno. La sceneggiatura parla di relazioni familiari, di letteratura, ma soprattutto del maschilismo di un’epoca.

Uno dei momenti più significativi, racchiuso in un flashback, ci regala una frase tanto vera quanto spietata, soprattutto se rivolta a un’aspirante scrittrice, negli anni in cui gli autori pubblicati erano solo uomini: un libro è fatto per essere pubblicato e ancora di più per essere letto. In quegli anni una donna non poteva pubblicare, e se anche veniva pubblicata, non veniva letta: la sua opera era destinata a rimanere in una biblioteca, rinchiusa tra le copertine di un libro di cui si sente, se lo si apre, che non è mai stato aperto.

I flashback ci raccontano il passato dei due protagonisti, come e perché tutto ha avuto inizio, ma la maggior parte del film si svolge invece nel presente. Litigi, cotte, rimpianti, momenti belli e brutti sono ormai solo un ricordo, tutto è già stato vissuto e nulla è più veramente nuovo, così le onde che prima scuotevano la barca diventano solo i leggeri e naturali movimenti dell’acqua. La storia ne beneficia moltissimo, perché costruisce proprio sulla progressione spontanea delle emozioni un mostro invisibile, che viene alimentato ad ogni scena.

E in questo sono fondamentali i due interpreti, grazie ai quali il regista svedese riesce a far scorrere il film: Glenn Close e Jonathan Pryce dimostrano perfettamente la differenza che pochi anni fanno nella carriera di un attore. Oltre a facilitare l’interpretazione dei personaggi in età avanzata, l’esperienza porta una finezza che raramente si trova nei giovani, la sensibilità di sapere esattamente esprimere ciò che si vuole con sottigliezza, creando la tensione anche col linguaggio del corpo, e con le frasi lasciate incompiute.

Sguardi taglienti come il vetro, quelli di Glenn Close, alternati ad altri carichi di amore per un uomo che non fa nulla per meritarlo; dall’altra parte Pryce risponde con un tiepido imbarazzo, misto a malcelata vanità ed egocentrismo, in cui non c’è alcuna traccia di sincera gratitudine per una donna che ha rinunciato a se stessa per lui. Sarà capace solo di un ringraziamento formale, quello che il pubblico si aspetta da lui e che lei gli ha chiesto espressamente di evitare.

Sono proprio i dettagli, negli sguardi da brividi e nei gesti più intimi, a definire la comunicazione di questa coppia, lasciando nell’aria il dubbio su ciò che non viene detto e che si reprime. Solo alla fine il gioco si scopre definitivamente e si trasforma in un’esplosione aggressiva tipica dei momenti di rabbia, quando viene finalmente sfogata dopo esserne stati nutriti a lungo, a piccole dosi. E si arriva al punto del non ritorno, quando tutto quello che ha pesato sul cuore fino ad allora, covato nel silenzio, esce di prepotenza allo scoperto.

La qualità del film è innegabile, con buone interpretazioni anche dei personaggi secondari, tra i quali si rivede volentieri Christian Slater, che sembra sempre in attesa della grande occasione; si fa notare anche Max Irons nel ruolo del figlio David, nonostante la sceneggiatura lo lasci un po’ in ombra. Il ruolo della Close nei flashback è affidato ad Annie Starke, che nella realtà è figlia dell’attrice. La supera facilmente in bellezza, ma sull’espressività ha ancora molto da lavorare. L’uso del flashback è efficace, anche se avrebbe potuto svelare di più sulle ragioni della moglie, e soprattutto sulle interazioni tra i coniugi, un po’ come ha fatto Tim Burton in Big eyes.

Il ritmo del film è molto ben scandito e anche se i preparativi per la cerimonia dei Nobel non sono proprio un argomento eccitante, il film non annoia mai. In sostanza è un film che avrebbe potuto essere straordinario, mentre rimane una pellicola più che dignitosa, al servizio degli interpreti, senza quel piglio drammatico che lo avrebbe reso memorabile. Glenn Close ha fatto incetta di premi, meritatissimi, tra cui il Golden Globe, ma l’Academy, ancora una volta, l’ha incomprensibilmente snobbata.

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32 pensieri riguardo “The wife – Vivere nell’ombra (2017)

  1. All’epoca per una “recensione incrociata” mi sono letto anche il romanzo originale, che al contrario del film non può contare sull’eccezionale recitazione di attori bravissimi, quindi rimane solo la storia: traballante e a mio parere addirittura disonesta.
    Che il maschilismo sia esistito ed esista è fuor di dubbio, che l’autrice volesse raccontare la storia di una donna “nell’ombra” ci sta tutto, ma temo abbia scelto il modo peggiore per farlo, cioè descrivendo un ambiente che pare scacciare via le donne e addirittura le considera incapaci di scrivere: che qualche idiota l’abbia pensato ci posso credere, che lo pensassero tutti no, visto che donne scrittrici si hanno sin dal Medioevo e anzi si hanno fulgidi esempi proprio nell’epoca coperta dal film.
    Mentre lo vedevo pensavo infatti a Leigh Brackett, romanziera fantasy nonché mitica autrice preferita del regista Howard Hawks, cioè un autore western: cosa c’è di più maschilista di un film western? Eppure Leigh ha scritto capolavori come “Un dollaro d’onore”, e lo sapevano tutti che era una donna ad averlo scritto, non c’era bisogno di sotterfugi. (O artifizi del tipo usare nomi “asessuati” come si usava nel primo Novecento, idea che ho trovato geniale riutilizzare per la Signora in Giallo, che firmava i suoi libri come J. Fletcher, strizzando l’occhio al celebre giallista britannico J.S. Fletcher.)

    Ci sono stati e ci sono ancora eserciti di uomini ignoti che firmano come ghostwriter romanzi il cui merito si prendono altri, eppure non mi pare che vengano presi ad esempio per indicare come il sesso maschile venga escluso dall’editoria e tenuto sottomesso, come invece viene detto qui per il sesso femminile. Ripeto, l’intento della storia è giusto, il tema scelto invece ho idea che lo sia molto meno.

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    1. Sinceramente non l’ho visto com un film che voglia sostenere delle tesi… forse il romanzo sì, ma non l’ho letto. Il film mi sembra che abbia solo voluto raccontare la storia di quella particolare coppia, anche perché effettivamente scrittrici ce ne sono sempre state, e molte sono entrate giustamente nella letteratura. Diciamo che il regista ha approfittato per sottolineare alcuni aspetti di quell’epoca, strizzando l’occhio al pubblico femminile moderno. Ma penso che la storia di questi due coniugi avrebbe potuto essere ambientata anche al giorno d’oggi, è una storia di amore e plagio, di sacrificio e opportunismo che prescinde, secondo me, il ruolo della donna.

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  2. Non conoscevo il film, trovo la trama molto interessante, cercherò di procurarmela. Qui a Cuba abbiamo difficoltà a scaricare da Internet ed è difficile, se puoi inviarmi il link per il download. Buona domenica e un abbraccio. Perdona il mio pessimo italiano

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  3. Beh, lei che interpreta un ruolo di donna messa inombra e nella realtà non riesce mai a vincere il premio ambito; sembra fatto apposta perché il concetto preponderante non venga smentito nemmeno nella realtà. 🙂 Grazie per la recensione che ho trovato appassionante.

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      1. Credo che se misurassero i minuti di inquadrature, la Close risulterebbe averne molti di più rispetto a lui, ma sicuramente li ha sfruttati anche molto meglio. Domina la scena anche quando non ha battute.

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