The blind side (2009)

Non so per quale motivo, ma i film che riguardano lo sport raramente riescono a conquistarmi, a meno che non siano epici come Fuga per la vittoria o commoventi come Million dollar baby. In pratica riesco ad apprezzarli quando rappresentano lo sport nel vero senso della parola, come qualcosa di giocato con il cuore, non come un mezzo per ottenere soldi e fama. Poi ci sono drammi che usano lo sport solo come uno sfondo, una scusa per dimostrare che l’impegno, lo sforzo e il supporto incondizionato spesso portano a risultati eccellenti. O per mostrare come individui altrimenti svantaggiati possano ottenere successi insperati, una volta trovata la propria strada per la realizzazione personale. È il caso di questa pellicola che ci racconta una storia vera e molto toccante.

Michael Over è un adolescente afroamericano che vive in un quartiere disagiato, dove i giovani crescono senza altre prospettive che darsi alla criminalità, e morire prematuramente in qualche rissa o per overdose. Michael non sa chi sia suo padre e la madre è una tossicodipendente instabile; è quasi analfabeta, e l’unica risorsa che ha è una potenza fisica che può rappresentare un grande talento per il football. La sua vita cambia completamente quando incontra la famiglia Tuohy, una coppia bianca e molto benestante, che decide di adottarlo.

È la madre, in particolare, ad occuparsi di lui: la determinata LeAnn, gli offre dapprima un divano su cui dormire, togliendolo dalla strada, poi gli prepara una stanza nella sua grande casa, senza nulla togliere ai propri figli, e lo accoglie in famiglia coinvolgendo nell’impresa marito e pargoli. È lei che concentra tutti i suoi sforzi su Michael per aiutarlo a prendere un diploma e ottenere una borsa di studio per il college, offrendogli anche un’insegnante privata che lo segua costantemente, senza trascurare nello stesso tempo gli allenamenti di football.

Per fortuna lo sport in sé rimane in ombra, perché il film predilige l’evoluzione dei personaggi e le relazioni che si instaurano tra loro. La regia ci risparmia molti dei tipici cliché dei film sportivi, privilegiando gli aspetti sociali della storia e le dinamiche familiari, e anche qui cerca di evitare gli stereotipi più comuni. Ad esempio ci si potrebbe aspettare una certa resistenza da parte dei familiari di LeAnn, o almeno l’insorgere di qualche difficoltà, invece non ce ne sono, ma nello stesso tempo il clima non è idilliaco al punto da sembrare irreale.

La stessa LeAnn è dolce e a suo modo materna, ma mai stucchevole; rimane una donna forte e schietta, che mantiene il controllo della situazione in modo tutt’altro che indulgente. E il suo sincero affetto per Michael non diventa mai attaccamento morboso né surrogato di altre carenze affettive. Il ruolo è valso a Sandra Bullock il premio Oscar come miglior attrice, e in effetti è particolarmente convincente nei panni della donna in carriera che si getta nell’impresa di aiutare il ragazzo svantaggiato, come fosse una missione.

Ci offre un ritratto emotivo di una donna che ha una vita più che soddisfacente, a cui non manca certo nulla, ma che decide di spendersi per uno scopo, e attraverso questo atto di pura generosità, acquisisce una nuova dimensione, che le porterà nuove preoccupazioni ma anche una nuova, genuina felicità. La prova di Quinton Aaron nei panni del giovane Michael mi ha colpito ancora di più, con i suoi silenzi e la sua espressione smarrita.

È normale che non tutto quello che si vede nel film sia realmente accaduto nella vita reale, ma anche le scene di fantasia fanno il loro lavoro. Non sono lì per sfruttare la carta sentimentale suscitando emozioni nello spettatore, ma come un mezzo per mostrare il percorso di Michael verso l’autostima, il successo e la scoperta di sé. E poi ci sono anche momenti divertenti, come quando Michael scherza con il “fratello” minore, interpretato dal simpatico Jae Head.

Non ci sono molti personaggi nel film, ma ognuno si distingue a modo suo, anche se lo sviluppo dei ruoli secondari non è curato quanto quello di Michael e LeAnn. Il regista John Lee Hancock, autore anche della sceneggiatura, sa come condurre la storia in modo realistico, non importa quanto fiabesca possa apparire sulla carta. Tutto in questo film è convincente: le emozioni, lo sviluppo dei personaggi, le scene sportive e la storia avvincente.

Con i cliché correttamente integrati nel risultato finale, il film finisce per essere piacevole e riesce ad affrontare anche questioni serie come il pregiudizio, lo svantaggio e l’importanza della fiducia in se stessi. Prevedibile? Lo è senz’altro, ma non ha la pretesa di essere sorprendente. La storia stessa lo è, senza bisogno di aggiungere altro.

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27 pensieri riguardo “The blind side (2009)

    1. Infatti, Paola, è molto particolare, piaciuto molto anche a me. Ti faccio gli auguri, perché in realtà li ho fatti sull’altro blog, ma credo che nei vari cambi di gestione te lo sia perso per strada… Comunque tantissimi auguri, di salute e serenità, e che tu possa realizzare quello che ti sta a cuore.

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      1. Grazie mille Raffa li ho letti. Ho finito i traslochi😀 ricambio con medesima intenzione! Avanti tutta Raffa

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  1. Ho visto questo film per la prima volta un paio di mesi fa e mi è piaciuto parecchio. Mi trovo d’accordo con la recensione che ne hai fatto e credo che sia una pellicola che affronta con successo e poca retorica i temi delicati di pregiudizio e razzismo.

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