Le cinque chiavi del terrore (1965)

Un horror gradevole e per nulla spaventoso, almeno non per gli standard odierni. Non so se negli anni ’60, quando è uscito al cinema, fosse considerato impressionante, ma visto adesso appare molto ingenuo, anche se dotato di un’atmosfera misteriosa e inquietante che può sicuramente piacere agli appassionati dell’horror vintage. È il primo film della casa di produzione britannica Amicus, principale rivale della Hammer, a presentare la struttura a episodi, che verrà più volte ripresa in seguito, e sempre con successo. Si tratta in sostanza di un film che racconta cinque storie diverse, collegate tra loro da un’unica vicenda che fa da filo conduttore, fino alla conclusione del film. In pratica si può parlare di cinque corti, di circa 20 minuti l’uno, che trovano la loro giustificazione nella storia iniziale, la quale fornisce anche la giusta atmosfera per la loro narrazione.

Il film inizia nello scompartimento di un treno dove, uno dopo l’altro, salgono cinque sconosciuti, raggiunti successivamente da un sesto sinistro individuo, che si presenta loro come il dottor Shock (un nome che è tutto un programma!). L’inquietante compagno di viaggio, che ha l’aspetto ambiguo e tutt’altro che rassicurante di Peter Cushing, sostiene di essere un indovino e si offre di leggere loro le carte dei tarocchi, per predire il futuro. Cinque uomini, cinque storie una più terribile dell’altra, e un colpo di scena finale non imprevedibile, ma sufficiente a regalare qualche brivido lungo la schiena. 

È un horror piuttosto garbato, che favorisce l’atmosfera misteriosa rispetto al terrore vero e proprio, ma questo non gli impedisce di dare qualche scossa allo spettatore. Soprattutto la storia che fa da contenitore a tutto il resto è particolarmente ben fatta, grazie alla carismatica presenza di Peter Cushing nei panni del sinistro indovino e all’atmosfera dello scompartimento ferroviario che evoca ed espande la tensione.

Le cinque storie narrate sono abbastanza eterogenee, non tutte convincono fino in fondo e una in particolare, quella che parla di Voodoo, è proprio tirata via, con una regia piatta che la affossa definitivamente. La prima e l’ultima, invece, si rifanno ai temi classici dell’horror, lupi mannari e vampiri, e si avvalgono di un’ottima atmosfera tra palazzi fatiscenti e brughiere nebbiose e solitarie, oltre agli immancabili stereotipi come i paletti di legno nel cuore, ma riservano una svolta originale sul finale, dotata anche di una certa ironia che non guasta affatto.

La seconda storia mi ha ricordato un episodio di Ai confini della realtà ma si avvicina anche, per ingenuità, alla fantascienza anni Cinquanta. Racconta di una famiglia che viene fatta prigioniera in casa da una misteriosa pianta assassina, che cresce rapidamente e allungando i suoi germogli, finisce per circondare porte e finestre, impedendo la fuga. La storia è sciocca proprio come sembra e gli effetti speciali non possono che suscitare ilarità. Tuttavia risulta una parentesi divertente in mezzo alle altre storie, tutte molto più cupe.

Il quarto racconto è il più bello e originale: vede Christopher Lee nei panni di un critico d’arte, severo e sprezzante, che demolisce con i propri giudizi un giovane artista, e dopo averlo accidentalmente investito e privato di una mano, si troverà perseguitato da quella mano mozzata, intenzionata a vendicarsi. Purtroppo gli effetti speciali sono molto meno convincenti delle atmosfere, e il risultato è un po’ goffo, ma l’espressione terrorizzata di Christopher Lee, che per una volta ha paura in prima persona e si trasforma in vittima anziché carnefice, è impagabile.

La conclusione del film, dopo aver visto la fine delle varie storie, è alquanto prevedibile, e la vera natura del Dottor Shock non può più costituire una sorpresa, anche se il suo personaggio è progettato in maniera molto appropriata e accattivante. Nonostante in seguito la casa di produzione Amicus abbia realizzato altri film simili, che si sono rivelati migliori, nel complesso questo prodotto vale sicuramente la pena di essere visto, soprattutto per assaporare il gusto di un genere horror che si accontentava di spaventare con il fascino delle ombre, senza ricorrere a effetti splatter. E anche se le storie appaiono oggi prevedibili e un po’ ingenue, rimane apprezzabile la messa in scena e l’umorismo macabro, tipicamente anglosassone, oltre naturalmente alle interpretazioni di un cast di qualità.

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29 pensieri riguardo “Le cinque chiavi del terrore (1965)

  1. Ghiottissimo classicone del genere, non so se mettesse paura ai contemporanei – facile di sì, visto che l’horror non era assolutamente un genere di moda fra il grande pubblico, al massimo una “perversione” per gli appassionati che leggevano rivistacce e fumettacci – ma di sicuro è un gioiellino, sia per fattura che per attori coinvolti.
    Il mio episodio preferito è ovviamente quello con Lee: ho un debole per le… mani monche! ^_^

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  2. Atmosfere dei fumetti di quando il mondo mi serbava il piacere debaura.

    -Zip la mamma stasera deve fare gli straordinari. Hai la cena preparata e ti lascio i soldi per comprare dei fumetti.
    -Grazie mamma. Ci vediamo più tardi.
    Correvo all’edicola prima che chiudesse. Ero felice. Avevo di che mangiare e di che leggere.
    Così una serata passava fra la lettura e qualche inizio di timido disegno.
    Tanti sogni e tanta sana ed infantile paura.
    Poi tornava mamma e potevo andare a dormire sereno.
    La paura, quella vera, mi aspettava un po più in là.

    Zipamarcord

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