Frailty – Nessuno è al sicuro (2001)

Chi mi segue sa che non amo il genere horror, a meno che non sia psicologico e senza grandi spargimenti di sangue. Frailty riunisce in sé la suspense del thriller e il fascino del mistero, un accurato studio psicologico dei personaggi, e il meccanismo narrativo del flashback, espediente già di per sé intrigante, che qui è finalizzato al colpo di scena finale. In più sono pochi i film che osano affrontare le debolezze della fede, ponendosi il problema di fino a che punto sia giusto credere e oltre quale limite si possa parlare di follia: l’argomento è insidioso e potrebbe facilmente offendere i credenti o sfociare nel ridicolo. Per tutti questi motivi il film mi ha incuriosito, e devo dire che non mi ha deluso.

Si parte con una premessa che è già un colpo di scena: un uomo di nome Fenton Meeks entra nell’ufficio dell’agente dell’FBI Wesley Doyle e afferma che il serial killer a cui hanno dato la caccia per anni, e che si è macchiato di orrendi delitti, è il suo defunto fratello Adam. La rivelazione cattura ovviamente l’attenzione del poliziotto e anche dello spettatore. Ma i crimini del fratello sono solo una parte della complessa storia che Meeks ha da raccontare, e che dà inizio al film vero e proprio, sotto forma di un lungo flashback.

Fenton racconta che insieme al fratello è cresciuto con un padre molto religioso che, dopo la morte della moglie, era caduto preda di un’ossessione e aveva rivelato ai figli di essere stato visitato da un angelo. Questo emissario di Dio, a suo dire, gli aveva consegnato un elenco di nomi di persone che era suo compito uccidere, in quanto sarebbero stati in realtà dei demoni. L’uomo, dopo breve riflessione, aveva accettato di assolvere a questo compito di giustiziere per volontà divina, e aveva deciso di coinvolgere anche i due figli nella sua missione.

Mentre il più piccolo, Adam, aveva accettato di buon grado di seguire il padre nelle sue spedizioni punitive, finendo per esserne plagiato, il maggiore aveva cercato di opporsi. Ma ogni volta che aveva accusato il padre di essere un assassino, questi si era difeso dicendo che quelli che uccideva erano demoni da sterminare. Le domande che si pongono al poliziotto e anche allo spettatore sono tante e nessuna sembra avere risposta immediata: quello che il padre aveva raccontato ai figli è vero, o era frutto della sua follia? E in questo secondo caso, forse più probabile, da dove tirava fuori i nomi delle persone da uccidere, visto che nella maggior parte dei casi si trattava di perfetti sconosciuti, apparentemente irreprensibili? E a un certo punto è inevitabile chiedersi anche un’altra cosa: se fosse Fenton il pazzo? Se si fosse inventato tutto?

Inizialmente c’è un’atmosfera inquietante nell’ufficio di Doyle, ma la storia vera e propria, narrata nel flashback, comincia in realtà in modo molto sommesso e idilliaco, con la scena incentrata sulla quotidianità della famiglia Meeks. Fenton prepara la cena quando suo padre torna a casa dal lavoro e si prende cura del fratello minore. Il padre sembra l’epitome del genitore perfetto. Durante la cena scherza con il più piccolo e parla in modo incoraggiante al più grande, offrendosi di aiutarlo con i compiti. E naturalmente si occupa di accompagnarli a dormire.

Questa situazione familiare, e il modo in cui i bambini sono centrali poiché tutto è narrato dal loro punto di vista, ricorda Il buio oltre la siepe, dove Gregory Peck era il grande eroe della famiglia, moralmente infallibile agli occhi della figlia. Anche in quel film i bambini entravano in contatto con il Male, ma attraverso questo confronto potevano poi muovere i primi passi sulla strada dell’età adulta. In quel film il Male si rivelava innocuo alla fine, e al massimo un frutto della società nel suo insieme. Qui, invece, l’innocenza dura poco.

Quando il padre ha improvvisamente una visione nel cuore della notte e si precipita sconvolto nella stanza dei suoi figli per raccontare loro la sua missione divina, il figlio più piccolo, Adam, si lascia facilmente influenzare, al punto che afferma di poter “vedere” i peccati di cui si sono macchiati i demoni, semplicemente toccandoli. Fenton, invece, è scettico fin dall’inizio. Teme che il padre sia fuori di testa e spera che si riprenda, mentre lui è sempre più convinto della sua missione.

E quando porta a casa la prima vittima e costringe i ragazzini a guardare con orrore mentre la uccide con un’ascia, Fenton capisce che non è più possibile tornare indietro. L’aspetto più agghiacciante del film non è tanto l’uccisione dei “demoni”, anche perché il film ci risparmia i particolari più violenti, ma è il modo in cui i bambini possono essere influenzati dai genitori, e dagli adulti in generale. Il piccolo Adam subisce il lavaggio del cervello a opera del padre, religioso in modo fanatico, che a sua volta, però, crede nella verità della sua missione.

Il grande fascino di questa storia è proprio il fatto che sia ambigua e quindi interpretabile in modi diversi: non è mai del tutto chiaro se il padre sia pazzo o abbia davvero avuto un messaggio da Dio e stia sterminando dei demoni. Purtroppo questa incertezza si perde da un certo punto in poi, perché la soluzione finale ci svela l’arcano. Tuttavia il film non delude, perché anche la spiegazione è molto intrigante e solleva nuovi interrogativi psicologici e morali, oltre a regalarci un finale inquietante che, se da una parte toglie allo spettatore la libertà d’interpretazione, giunge abbastanza inaspettato e conclude il film in maniera sorprendente.

Quando Bill Paxton è stato contattato per il ruolo del padre, ha trovato il personaggio e la storia molto interessanti, e si è reso conto che gli sarebbe piaciuto poterlo dirigere. Una mossa audace, che si è rivelata un’ottima idea. Non solo come attore interpreta uno dei suoi ruoli migliori, regalandoci un ritratto efficace e realistico di un personaggio essenzialmente buono, che fa cose orribili, ma fa un ottimo lavoro anche dietro la macchina da presa, creando le atmosfere giuste e mettendo a fuoco i personaggi, dando a ognuno il giusto risalto.  

Matthew McConaughey e Powers Boothe, rispettivamente Meeks e Doyle, aprono e chiudono il film con la sufficiente dose di mistero che li rende personaggi ambigui e impenetrabili, almeno fino alle ultime sequenze. Dopo un inizio inquietante, il film perde un po’ di ritmo nella parte centrale, ma nell’ultima mezz’ora si riscatta con una serie di colpi di scena imprevedibili, anche se bisogna ammettere che tutto si sistema in maniera un po’ troppo pulita, smussando gli angoli più distorti della sceneggiatura. Nel complesso si rivela un thriller straordinariamente forte e un horror originale e intelligente, anche se gli amanti dell’horror classico potrebbero rimanere delusi.

17 pensieri riguardo “Frailty – Nessuno è al sicuro (2001)

    1. Diciamo che si resta in dubbio fino all’ultimo se le sue visioni fossero reali o immaginate. Poi il finale svela tutto. Dal mio punto di vista l’ho trovato molto rassicurante. Su wiki trovi la trama dettagliata, ma per me è meglio vederlo.

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      1. Siamo obiettivi, al di là del fatto che ti vogliamo bene e non ci siamo nemmeno messi d’accordo. Non sentirti in imbarazzo 😳 sei davvero fantastica.
        Scusami, lo so che sei molto riservata, ma a Novembre non era il tuo compleanno?
        Pensa che oggi mia zia Cecilia ha compiuto novantadue anni, una vera Highlander.
        Buona serata, cara Raffa!

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  1. IL fanatismo religioso mi spaventa più di un horror come l’Esorcista e qui ho detto tutto. 😀 Non amo questo genere e il fatto che ci sia annesso questo aspetto legato alla religione, mi fa desistere un po’ dall’andare a cercarlo. Grazie per la recensione. 🙂

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