Belli e dannati (1991)

I film di Gus Van Sant hanno spesso un’aura inconsueta che li rende suggestivi e particolari, nel bene o nel male, ma che difficilmente lascia indifferenti. In questo road movie, ad esempio, le immagini di lunghe strade e skyline che si estendono sull’orizzonte, nuvole in rapido movimento, riprese surreali e simboliche di case e fiumi impetuosi, conferiscono al film uno strano fascino quasi sovrannaturale, che si intervalla al crudo realismo della vita per le strade di Portland, raccontata in tutto il suo squallore. In più c’è un incipit originalissimo e molto ironico, e un riferimento neanche troppo velato all’Enrico IV di Shakespeare. È una miscela di stili affascinante e di grande impatto, che riesce a trasmettere in modo efficace il tema centrale della ricerca dell’amore, e del bisogno di appartenenza.

La storia ruota intorno a due ragazzi di strada e ai loro contrasti: sarebbe difficile trovare due tipi più diversi, non solo nel carattere ma anche nella storia familiare e nel modo di vivere il loro “mestiere”. Mike, interpretato in modo sublime da River Phoenix, è un ragazzo di strada in tutto e per tutto, a partire dalle circostanze tragiche della sua nascita: la madre lo ha abbandonato da piccolo e lui non ha mai superato il trauma. Cresciuto da un fratello maggiore, è fuggito di casa e va alla ricerca disperata della madre, di cui conserva solo frammenti onirici di ricordi. Si vende per strada, sfruttando la sua giovinezza e la sua bellezza, perché non ha istruzione né particolari abilità per mantenersi in altro modo.

Ha un suo sistema per affrontare i momenti più difficili: quando lo stress diventa troppo, cade preda di attacchi di narcolessia, in sostanza si addormenta, estraniandosi da tutto. Mentre Mike soffre per la mancanza di una famiglia normale, Scott, interpretato da Keanu Reeves, una famiglia ce l’ha ma viene da un mondo completamente diverso: non avrebbe problemi economici, suo padre è il sindaco di Portland, e spera che suo figlio subentri nella dinastia politica della famiglia. Ma è amaramente deluso dal figlio a cui, come al principe Hal di shakespeariana memoria, piace uscire con gente di basso livello e rifiuti di strada.

Come Hal, anche Scott si ribella al padre e afferma la sua indipendenza nel fare la vita di strada che tanto disgusta il genitore. Il Falstaff di Scott è Bob Pigeon, un vecchio gay ubriacone a cui piacciono i ragazzi giovani e a modo suo li tratta bene. Gus Van Sant è stato piuttosto fantasioso nel vedere il sotto testo gay che si poteva ricavare dal rapporto tra il principe Hal e Falstaff; comunque sia, Scott afferma più volte che Bob gli è più vicino del suo vero padre.

Van Sant inserisce un linguaggio shakespeariano plagiato direttamente da Enrico IV e una narrazione non lineare, ma nel complesso fa un uso audace e brillante dell’opera, giocando liberamente con le parole e creando un effetto epico surreale. Il dialogo shakespeariano a volte è intelligente e divertente, ma qualche volta stona e arriva in maniera goffa, tanto che in alcuni punti può essere irritante, soprattutto a causa della rigidità di Reeves.

Ci sono altri dialoghi, invece, davvero toccanti e molto più sentiti, come la sequenza del falò, in cui Mike confessa a Scott il suo amore per lui. Non c’è dubbio che River Phoenix sia infinitamente migliore di Reeves, offrendo un’interpretazione delicata e struggente che ha alzato notevolmente il livello di tutto il film. La sua confessione accanto al fuoco rimane una delle rappresentazioni dell’amore più oneste e commoventi mai viste sullo schermo.

I due protagonisti principali sono affiancati da un cast di supporto molto valido, da James Russo a William Richert, dal raccapricciante Udo Kier fino alla nostra Chiara Caselli, quasi tutti sono efficaci nei loro ruoli. Merito certamente di Van Sant che riesce a offrirci un eccellente studio dei personaggi, non concentrandosi solo sui protagonisti, ma fornendo un ritratto completo anche delle figure di contorno. La maggior parte della storia sfrutta al massimo i temi audaci e per allora decisamente scabrosi, rappresentandoli con delicatezza ma anche con una grinta e un pathos che rendono il film inquietante e commovente.

Van Sant usa i simboli per rappresentare gli stati emotivi e il suo uso di effetti speciali è limitato ed efficace, con un utilizzo raffinato del colore e della musica, che sottolineano perfettamente e integrano i dialoghi in maniera quasi magica. Il più grande difetto è forse la parte centrale del film, in cui la narrazione diventa meno logica, e presenta delle incongruenze che rallentano il ritmo e rendono il racconto un po’ più noioso. Ma in generale il simbolismo che il film suggerisce e il coinvolgimento che riesce ad ottenere, la qualità onirica delle immagini, le suggestioni ottenute con la musica e il suo finale agrodolce, lo rendono uno spettacolo che non si dimentica facilmente. Così come il suo incantevole protagonista, consegnato per sempre alla leggenda.

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21 pensieri riguardo “Belli e dannati (1991)

  1. Non lo rivedo dalla sua uscita dell’epoca, e poi qualche mese fa me lo ritrovo citato nell’autobiogafia di Pino Insegno, perché è uno dei suoi primissimi doppiaggi seri. Visto però che i produttori non volevano il suo nome, che poi sembrava un film comico, lui dice che si è nascosto dietro uno pseudonimo, ma in realtà la pellicola italiana conservata oggi ha il suo nome boh… 😛

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  2. Le tue analisi critiche stanno diventando sempre più calzanti. Spogli i film come togli i strati di una cipolla, magari con qualche lacrima, ma non troppo. Questo dimostra che anche le donne, seppur esseri semplici e primitivi, possono sviluppare alcune doti di rilievo.

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  3. Il modo in cui lo racconti lascia intendere che te ne sei innamorata… del film, intendo. 😀 E io che non l’ho ancora visto, anche se ne ho sentito parlare, ho un altro film da aggiungere a “quelli da vedere”, ma questa volta lo metto in cima alla lista. 🙂

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