Il negoziatore (1998)

Un thriller d’azione vecchio stile, rinnovato da un mix intelligente di tensione, umorismo e suspense, che ne fa un film di qualità. Fondamentalmente semplice, a tratti quasi stereotipato, tuttavia dà la sensazione di vedere qualcosa di nuovo, sia per i colpi di scena disseminati al momento giusto e in maniera intelligente, sia per le interpretazioni di un cast azzeccatissimo e in stato di grazia. L’idea di fondo della storia è quella di uno scontro tra poliziotti, in particolare tra negoziatori di ostaggi, per cui sappiamo già che il duello non si giocherà tanto sulle armi, quanto su un raffinata partita a scacchi, giocata con sicurezza e astuzia, da personaggi per cui l’analisi e il ragionamento sono il pane quotidiano. Questo non significa, però, che manchi l’azione.

Protagonista è il tenente Danny Roman, un abile negoziatore della polizia di Chicago. Il film si apre con una sequenza che lo mostra nel mezzo di un’azione, un intervento come tanti altri in cui mette a rischio la sua vita per salvare degli ostaggi e mostra la sottigliezza psicologica che sta alla base del suo lavoro. Successivamente, il suo partner gli confida di avere dei sospetti riguardo a un fondo pensione da cui sembrano spariti dei soldi. L’idea è di indagare insieme, ma il poliziotto sarà ucciso prima di poter parlare e tutte le prove sembrano indicare in Roman il colpevole.

Disperato, l’uomo prende in ostaggio un intero piano dell’ufficio Affari Interni della polizia, trasformandosi così da negoziatore di ostaggi in rapitore, con la speranza di poter provare la sua innocenza. Conoscendo le tecniche e i trucchi dei colleghi, chiede di trattare esclusivamente con un altro negoziatore abile quanto lui, Chris Sabian.  Forse perché è conosciuto per le sue trattative prolungate, o forse c’è un altro motivo… Chiaramente l’idea di mettere un esperto negoziatore di ostaggi nel ruolo di sequestratore, è un ottimo incipit per un thriller promettente.

La sceneggiatura è così chiaramente basata su questa idea originale che va avanti come un treno, coinvolgendo lo spettatore dall’inizio alla fine, anche se a un esame più approfondito la trama mostrerebbe qualche lacuna. Verrebbe da chiedersi perché un poliziotto innocente, con una approfondita preparazione di tipo psicologico e comportamentale, dovrebbe reagire in modo violento e tutt’altro che razionale; ma Samuel Jackson è così convincente e sembra talmente sicuro di sé, da farci pensare che Roman non abbia altra scelta che infrangere la legge per riabilitare il suo nome.  La storia coinvolge fin dall’inizio, tanto che quasi non ci si accorge della lunghezza forse eccessiva, perché non c’è un solo momento di noia, e il fatto che il film sia avvincente e ben interpretato compensa i buchi della sceneggiatura.

 Ad ancorare la pellicola ci sono le notevoli interpretazioni di Samuel L. Jackson, nel ruolo del disperato Roman, e di Kevin Spacey, nei panni di Sabian. Entrambi sono presenze imponenti sullo schermo ed è un piacere vederli in contrasto. La performance di Jackson, in particolare, rimane una delle migliori della sua carriera. I dialoghi tra Roman e Sabian sono scritti molto bene: il ruolo di Danny Roman è fatto su misura per Jackson, che ha modo di sbizzarrirsi spaziando tra rabbia, frustrazione e intelligenza, facendo buon uso dei suoi sguardi più inquietanti. È vero che forse riesce meglio nel ruolo del cattivo, ma si adatta relativamente bene anche alla parte del bravo ragazzo innocente.

Forse ancora meglio è Kevin Spacey che disegna l’altro negoziatore in modo molto equilibrato, regalandoci un incontro tra esperti divertente e molto interessante, con un twist finale memorabile. Kevin Spacey, nei panni di Chris Sabian, entra subito in sintonia con Jackson, e rafforza nello spettatore la sensazione di non potersi fidare di nessuno degli altri poliziotti con cui lavora, perché sembrano tutti avere secondi fini.

Nelle sequenze in cui Spacey e Jackson sono insieme sulla scena, la tensione sale e l’atmosfera si fa così elettrizzante che quasi toglie forza al resto del film. Ma non è così: man mano che il film procede aumenta la suspense perché si moltiplicano i sospetti e crescono visibilmente i livelli di stress di tutte le persone coinvolte. Anche i piccoli colpi di scena vengono inseriti sapientemente in modo che la verità si sveli gradatamente, senza togliere l’effetto sorpresa finale.

Tutto il cast partecipa attivamente alla riuscita della storia. Paul Giamatti è uno dei più simpatici ostaggi che si siano mai visti in un film drammatico: la maggior parte dell’umorismo poggia su di lui, e riesce perfettamente ad alleggerire la tensione senza smorzare il ritmo. Il compianto J.T. Walsh, a cui il film è dedicato, è perfetto per l’ambiguità del suo personaggio e anche David Morse è sufficientemente irritante, fino agli ultimi fotogrammi.

Ron Rifkin e John Spencer, volti forse meno conosciuti ma reduci rispettivamente da L.A. Confidential e Cop land, svolgono un ottimo ruolo di supporto. Nel complesso Il negoziatore è un meccanismo perfettamente calibrato, che mescola abilmente azione frenetica e tensione psicologica, con un ottimo colpo di scena finale, e anche quando alleggerisce i toni con un pizzico di umorismo, non perde mai di vista il dramma.

13 pensieri riguardo “Il negoziatore (1998)

  1. Non lo rivedo dall’epoca ma me ne è rimasta una buona impressione, e leggendoti mi venivano solo ricordi di una visione piacevole. Inoltre ricordo che all’epoca avevo un amico fomentatissimo da questa uscita piena di grandi attori, quindi ero trainato di rimbalzo 😛

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