La donna dai tre volti (1957)

Un grande classico e un tema che poi sarebbe diventato fonte quasi inesauribile per il cinema. Tre anni dopo Hitchcock ne farà il suo thriller più famoso mentre Shyamalan, quasi sessant’anni più tardi, regalerà a McAvoy il ruolo migliore della sua carriera. L’approccio di questa pellicola, però, è diverso da altri dello stesso genere, sicuramente diversissimo da tutto il filone di film che hanno sfruttato e continuano a sfruttare l’aspetto più inquietante e orrorifico dello sdoppiamento di personalità. A differenza di Psyco o Split, che ci mettono in guardia dai pericoli di una personalità multipla, questa pellicola vuole affrontare il problema dal punto di vista strettamente psicoanalitico.

Il film prende spunto da una vicenda reale, il caso di Christine Seizmore, una semplice donna di provincia affetta da disturbo dissociativo della personalità, che la portava a presentare tre caratteri diversissimi in un corpo solo. Secondo quanto da lei stessa confessato agli psichiatri che hanno scritto i saggi, da cui poi è stata tratta la sceneggiatura, sviluppò in tutto ben ventisei personalità diverse nella sua vita, ma il film si ferma alle prime tre.

La vita di Eva White non è quella che avrebbe desiderato. È diventata una casalinga anonima e noiosa, che non riesce più a divertirsi e non ha vita sociale. La sua relazione col marito è stagnante e la sua unica occupazione è contare i giorni che passano. Come se non bastasse, da tempo soffre di piccole amnesie, durante le quali si manifesta un’altra sua personalità, quella di una femme fatale, spregiudicata seduttrice in cerca di avventure. Il marito rimane chiaramente sconvolto da queste trasformazioni improvvise quanto radicali, e porta la moglie da uno psichiatra, sperando di comprendere i suoi comportamenti bizzarri e preoccupanti.

Lo psichiatra intravede un caso di conclamata schizofrenia, con due personalità non solo diverse, ma completamente opposte: Eva White, la brava e anonima madre di famiglia, timida e pudica, ed Eva Black, una disinibita mangiauomini, sensuale ed estroversa, che diventa sempre più scatenata man mano che il film procede. Le cose diventano ancora più sconcertanti quando una terza personalità, Jane, appare all’improvviso: una donna molto raffinata, colta ed elegante, dall’eloquio forbito e raffinato, che sogna una vita del tutto diversa. Giudica squallida la prima, ma non è del tutto indifferente alla seconda, e sembra disposta a essere un mix delle altre due e ad assorbirle per sempre. Forse quest’ultima ha la chiave per risolvere il mistero, forse conserva i ricordi dell’infanzia di Eva, che nessuna delle altre due sembra avere. Ci vorrà tutta l’abilità dell’analista per portare la donna alla propria liberazione e risolvere il caso.

Il film è chiaramente basato soprattutto sulla maestosa interpretazione della Woodward, giustamente premiata con l’Oscar e il Golden Globe. L’attrice è una gioia da guardare quando passa da una personalità all’altra, e riesce ad essere tanto scialba e anonima, timida e trattenuta, nei panni di Eva White, quanto giocosa, esuberante e sfacciata in quelli di Eva Black. Ma il truccatore avrebbe meritato il premio ancora più di lei, solo che all’epoca non era previsto: la differenza fra l’aspetto dell’attrice nei panni della moglie insignificante e appassita, e negli abiti sensuali e provocanti della seduttrice è quasi incredibile.

La performance della Woodward, che allora aveva solo 27 anni, raggiunge vette altissime di coinvolgimento ed è in grado di rendere in maniera accurata le tre diverse personalità di Eva, ma andrebbe gustata in lingua originale per cogliere le differenze nell’impostazione vocale di ognuna delle tre diverse donne. L’interpretazione dell’attrice è basata infatti soprattutto sul cambio di timbro vocale per passare da una personalità all’altra. Questo purtroppo si perde nel doppiaggio, ma restano comunque gli sguardi maliziosi, il modo di parlare e di muoversi, che sorprendono lo spettatore, dandogli la sensazione di trovarsi effettivamente di fronte a tre donne diverse.

Se sul piano spettacolare il film funziona benissimo, il problema sta nel fatto che parte da una storia vera, per cui inizialmente pretende di avere la struttura di un documentario, con tanto di introduzione e voce narrante che illustra gli aspetti clinici della vicenda. Tuttavia la questione psicanalitica è trattata con superficialità, un po’ come era accaduto per Io ti salverò di Hitchcock, tirando fuori dal cilindro un trauma rimosso, e concludendo il tutto con un lieto fine a dir poco frettoloso. Se questo poteva essere giustificato nel film di Hitchcock, che era principalmente un giallo, lo è molto meno in questa pellicola, il cui scopo dichiarato era quello di illustrare uno sconvolgente caso psichiatrico, realmente verificatosi. Si perde così il senso più profondo della storia, quel disagio che la donna effettivamente provava per l’ambiente familiare in cui viveva, che è la causa scatenante, se non remota, del suo problema.

Siamo comunque di fronte a un dramma interessante, che si segue con attenzione. Anche la rappresentazione del trauma infantile della protagonista mi sembra molto ben fatta, senza esagerata enfasi o inutili artifici. L’episodio fa comunque colpo sullo spettatore e sembra del tutto plausibile. Come pure è sicuramente tratto dalla storia reale il particolare insignificante della tazzina blu, che maschera il ricordo di ciò che è stato rimosso, proprio come spesso avviene nella realtà in casi simili.

A Orson Wells fu offerto il ruolo dello psichiatra, ma Welles rifiutò perché impegnato nelle riprese de L’infernale Quinlan. Il ruolo fu poi rivestito da Lee J. Cobb, per una volta nella parte di un personaggio positivo. Wells, da parte sua, dichiarò che chiunque avesse interpretato il ruolo della protagonista avrebbe vinto l’Oscar e così fu per l’emergente Joan Woodward, che divenne subito una star. Accanto a lei Lee J. Cobb sostiene bene il suo ruolo, anche se in maniera un po’ grigia.

Il marito della donna, infine, è interpretato da David Wayne, un attore di second’ordine, solitamente utilizzato nelle commedie sofisticate, ma forse perfetto proprio per questo: il suo personaggio, infatti, è un uomo banale e non molto sveglio, e non poteva essere interpretato da un attore troppo espressivo. Forse qualcuno lo ricorda, invecchiato, nel ruolo del padre di Ellery Queen, nell’omonima serie televisiva.

Nel complesso è un film interessante e coinvolgente, soprattutto perché tratta un tema delicato e in fondo misterioso, anche se la regia, un po’ statica e concentrata sugli attori, tende a smorzare il ritmo, che appare in alcuni momenti un po’ troppo lento. Forse nelle mani di Hitchcock sarebbe stato un altro film, anche se il regista e sceneggiatore Nunnally Johnson fa del suo meglio per imitarne lo stile. Da vedere soprattutto per la prova intensa e sofferta della protagonista femminile, su cui tutto il film è interamente centrato.  

Una curiosità: la pratica sui diritti d’autore che la Seizmore cedette alla Fox, casa produttrice del film, per raccontare la sua storia, fu stampata in tre copie, e la donna  fu obbligata a firmare tre volte per ognuna delle sue diverse personalità.

19 pensieri riguardo “La donna dai tre volti (1957)

  1. E niente, mi cogli impreparato anche stavolta: questa è una super-chicca che non so dove tu sia andata a stanare ^_^
    Quando andavo a liceo (primissimi Novanta) James Cameron in tutte le interviste ripeteva che sognava di girare un film su un tizio con tipo venti personalità diverse; qualche anno dopo Demi Moore divenne un’attrice quotatissima e nelle interviste ripeteva che sognava di girare un film su una tizia con tipo venti personalità diverse; alla fine questa ossessione di Hollywood per il tema l’ha concretizzata uno che veniva da fuori, ma è chiaro che l’argomento piace da sempre al cinema.
    Questo film me lo devo assolutamente pappare 😛

    Piace a 1 persona

    1. Schegge di paura è meraviglioso, perché è anche un legal thriller, genere che io adoro. Ne parlerò a breve, come anche di Split. Non so se l’hai visto, ma lì il doppiatore è bravissimo, riesce a imitare tutte le voci diverse, persino femminile e infantile. Forse negli anni ’50 i doppiatori erano meno pignoli…

      Piace a 1 persona

      1. Mi pareva che ne avessi già parlato. Non mi pare di aver visto Split, ma credo che fosse bravo anche quello di Northon.
        Sì, credo che all’epoca dei “Tre volti” il doppiaggio fosse molto trascurato. Ma ancora oggi sono pochi quelli bravi, sono sempre gli stessi per interpreti troppo diversi, e li usano anche per le pubblicità.
        Poi, a causa dei copioni mal scritti o mal tradotti, sono costretti a dire cose molto spesso improbabili.
        E mi taccio sui sottotitoli… 😀

        Piace a 1 persona

  2. Sì, questo me lo cerco, perché mi piacciono un sacco i film con risvolti patologici. Praticamente dovrei guardarmeli tutti dopo questa mia affermazione, ma in realtà a me piacciono “i vecchi film”… e sono curiosa di vedere l’interpretazione dell’attrice.

    Piace a 1 persona

    1. Lei è strepitosa, comunque è fatto bene anche Split, non so se l’hai visto. Ne parlerò prossimamente, insieme a Schegge di paura, anche quello fatto molto bene, ma lì la personalità multipla è più marginale. Indubbiamente la schizofrenia è perfetta per un thriller, invece il bello di questo film è proprio che non suscita paura, ma sconcerto e curiosità.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...