Se7en (1995)

È uno dei più bei thriller che abbia mai visto e, amando il genere, ne ho visti parecchi. Questione di gusti, certo, ma possiede una serie di caratteristiche che lo elevano al di sopra della media: singolare l’idea di partenza, intrigante la trama, ben delineati i personaggi, anche se forse non originalissimi, azzeccata l’ambientazione, perfetta l’atmosfera cupa, calibrata la sceneggiatura e ottimo il cast. Il tutto confluisce trionfalmente in un finale inquietante, spiazzante e di sicuro terribile, ma irrinunciabile. Tanto che quando il produttore, preso dai dubbi, aveva proposto di cambiarlo, Brad Pitt minacciò di andarsene, se lo avesse fatto.

Protagonisti sono due detective, diversi per età ed esperienza: l’anziano Somerset, a un passo dalla pensione, cinico e disilluso, ma anche saggio e riflessivo, e il giovane Mills, inesperto ma pieno di entusiasmo, irruento, impulsivo, e arrogante come lo è spesso la gioventù che crede di sapere tutto. Somerset andrà in pensione tra una settimana e il suo compito è formare il suo giovane sostituto e farlo ambientare.

Si trovano ad affrontare un caso grottesco di omicidio, all’apparenza senza movente, ma quando un secondo delitto, altrettanto strano, si aggiunge al primo, Somerset si rende subito conto di cosa sta succedendo e capisce anche che Mills non è in grado di cavarsela da solo. Le differenze tra i due detective sono evidenti fin dall’inizio: Mills è un entusiasta, pensa di sapere tutto ed è ansioso di fare la differenza nel nuovo distretto in cui è appena stato trasferito; Somerset, invece, è stanco della monotonia della violenza e di tutta la sporcizia che ha visto nella sua lunga carriera.

Sulla scena del crimine, Mills scarabocchia appunti sul taccuino, mentre Somerset osserva, pondera e deduce. Diversi anche per carattere, si scontrano più di una volta: Mills si arrabbia e impreca, è vittima delle sue emozioni, quindi facilmente suggestionabile e manipolabile, ed è impulsivo; Somerset, invece, parla con attenzione ponderata ed evita l’eccitabilità, consapevole che mantenere la calma in certe situazioni è di primaria importanza. Mentre Somerset è un solitario, Mills ha un’adorabile giovane moglie, che avrà un ruolo determinante nella storia.

Se7en è un thriller nuovo, imperniato su un serial killer diverso dai soliti stereotipi: uccide in modo particolarmente sadico e crudele, con soluzioni che sembrano frutto di una mente malata, ma in realtà segue un suo percorso assolutamente razionale, frutto di una logica che denota estrema razionalità e intelligenza, nonché una profonda conoscenza dell’animo umano e delle sue debolezze. Un serial killer che sembra pazzo, ma allo stesso tempo ci appare come un genio del male.

Il film trascorre in modo intelligente sviluppando personaggi unici e ben delineati, facendo luce sulla vita privata dei due poliziotti, le loro abitudini, le relazioni, le insicurezze e i punti di forza, e nello stesso tempo indugia sui delitti del killer senza mai farcelo vedere, ma facendoci comprendere il suo modo di ragionare e di agire. Pitt e Freeman aggiungono un livello di credibilità e naturalezza ai loro ruoli che rende i due personaggi molto più memorabili, impreziositi ulteriormente da conversazioni filosofiche ricche di teorie sull’accettazione della disumanità.

Se7en si ricorda soprattutto perché presenta omicidi particolarmente macabri, che coinvolgono mutilazioni e torture, ma che hanno una loro logica ben precisa. Gli ambienti sono lugubri, disgustosi, per lo più squallidi e sporchi. La New York di Fincher, coadiuvato dal direttore della fotografia Darius Khondji, è un luogo ombroso e deprimente, sferzato da una pioggia incessante che sembra sporcare anziché lavare, riempiendo ogni luogo di un fango che penetra anche i muri più spessi. Questa New York, soffocata dal sudiciume e quasi del tutto priva della luce del giorno, è il luogo ideale in cui un uomo può sentire il bisogno di denunciare e punire duramente il decadimento dei valori e delle norme. Ed è quello che il killer si propone di fare.

Il finale, l’ultimo omicidio, rappresenta l’apoteosi del suo ragionamento e il coronamento del suo scopo. In un certo senso la soluzione finale del film è il suo punto di forza, per la genialità e l’originalità della situazione, e perché, a differenza di altre pellicole, come Il silenzio degli innocenti, non sceglie la facile via del lieto fine. Ma questa conclusione così oltraggiosa e imprevedibile potrebbe rivelarsi anche un punto debole, perché può essere vissuta solo una volta con beata inconsapevolezza e rende il film indimenticabile, impedendo quindi che le stesse emozioni possano ripetersi nelle visioni successive.

Nonostante qualche battuta disseminata qua e là nei dialoghi, il tono generale rimane più che severo e la tensione non conosce cali, aiutata anche dalla colonna sonora snervante di Howard Shore e da un continuo contrasto di immagini caotiche: il cattivo non viene rivelato completamente fin quasi alla fine, mentre molti degli omicidi più orribili vengono mostrati tramite dettagli residui, descrizioni, fotografie e cadaveri solo parzialmente coperti.

Ma è sul finale che Se7en condensa tutta la sua perversa bellezza, grazie a una svolta della sceneggiatura morbosa, ma elegante, e a un montaggio assolutamente perfetto. Mentre la tensione sale, sottolineata dalla colonna sonora, in un crescendo di immagini in rapido susseguirsi, prende vita una sequenza memorabile, l’unica girata in pieno sole, in cui i tre protagonisti danno il meglio di sé. I primi piani dei tre attori si alternano rapidamente, coinvolgendo lo spettatore, che ormai ha compreso tutto, in un vortice di emozioni irripetibile.

Un finale spiazzante e perverso per un film che parla di peccato, colpa e punizione, ma che parla soprattutto della natura umana e di come sia impossibile sottrarsi alle proprie debolezze. Un thriller duro e intransigente che non concede facili vie di uscita, proprio come la vita.

35 pensieri riguardo “Se7en (1995)

  1. Per decenni l’ho considerato un thriller bellissimo. Poi però, recentemente, l’ho rivisto… E mi sono saltati agli occhi molti difetti. La mia teoria è che lo spettatore arricchisce con la propria immaginazione le parti zoppicanti. Ovvero che il film sia bravo a lasciare tale spazio allo spettatore. Altrimenti non saprei spiegarmi il fatto…

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    1. E’ come quando leggi l’oroscopo e ti ricordi solo le cose che ci prendono. Indubbiamente qualche difetto ci sarà, e forse anche qualche buco nella sceneggiatura, però ci si ricorda dell’insieme e delle emozioni provate, dimenticandosi del resto.
      Ad esempio, ho sempre pensato che il finale è in buona parte colpa di Somerset: se lui avesse saputo mentire sul contenuto del pacco e fosse riuscito a calmare il collega… Invece l’ha lasciato in preda alle sue emozioni. Ma sarebbe stato un altro film 🙂

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  2. Condivido tutto! ^_^
    La prima volta che l’ho visto sono rimasto raggelato dall’inizio alla fine, un film che ti inchioda e ti paralizza, con quel finale che è troppo cattivo per essere vero, infatti fino all’ultimo secondo mi sono ripetuto che no, non era possibile, sarebbe stata una bastardata troppo bastarda…
    Inoltre è un motivo d’orgoglio per noi fan alieni: David Fincher dopo “Alien 3” dimostrò di che pasta era fatto, a riprova che i film alieni hanno pessimi sceneggiatori ma grandiosi registi 😛

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