La grande fuga (1963)

Basato sul romanzo autobiografico di Paul Brickhill, il film è un’emozionante avventura ambientata in un campo di prigionia, durante la seconda guerra mondiale. Il titolo sembra dire tutto, ma in realtà rende solo vagamente l’idea di quello che viene mostrato nelle quasi tre ore del film: imprevisti di ogni genere, suspense, umorismo ma anche dramma, e naturalmente uomini duri dal carattere nobile. Anche se la storia è vera, almeno in parte, molte sono le libertà che si prende Hollywood nel metterla in scena. Tanto per cominciare, sebbene i prigionieri della storia originale fossero per lo più ufficiali britannici della Royal Air Force, i produttori hanno aggiunto un certo numero di americani al cast, per rendere il film più attraente per il pubblico americano. E il regista John Sturges non poteva mancare di richiamare Steve McQueen, con cui aveva già lavorato tre anni prima ne I magnifici sette.

Siamo in un campo di prigionia tedesco creato apposta per raccogliere tutti i prigionieri che abbiano già tentato più volte la fuga. L’idea, forse ingenua, è di tenerli meglio sotto controllo e di creare condizioni di vita tali che non pensino più alla fuga. La speranza del colonnello Von Luger, a capo dello Stalag, è di trovare collaborazione per evitare ulteriori problemi.

Tuttavia gli ufficiali sentono come un preciso dovere cercare di scappare. Nei primi venti minuti del film vengono organizzati numerosi tentativi di fuga, ma nessuno riesce. Quando viene portato al campo Roger Bartlett, un pianificatore particolarmente abile, questi si rende conto immediatamente che nel campo sono stati riuniti tutti i grandi artisti della fuga. Com’è ovvio, gli uomini uniscono le loro forze per organizzare una fuga in massa.

Organizzando immediatamente un incontro tra gli ufficiali, Bartlett progetta di scavare contemporaneamente tre tunnel (che saranno soprannominati Tom, Dick e Harry), da cui dovrebbero riuscire a fuggire circa 250 uomini. È necessario predisporre con cura tutto quello che serve non solo all’esecuzione materiale dell’evasione, ma anche per spostarsi sul territorio tedesco una volta fuori dal campo.

Occorre una notevole quantità di attrezzature, abiti, documenti d’identità falsi, mappe e soprattutto molta manodopera, oltre a tantissimo tempo. È un processo lungo e lento, ma avendo a disposizione uomini dalle molteplici abilità, specialisti nel furto, nel raccogliere informazioni, falsificare, e naturalmente nello scavare gallerie, Bartlett e il suo team iniziano un lavoro di squadra di tale portata da creare un’esperienza cinematografica assolutamente elettrizzante.

Non tutto andrà per il verso giusto, ma il film non conosce momenti di stanchezza, nonostante l’eccessiva lunghezza, grazie alla regia di Sturges che mantiene un ritmo serrato, mescolando abilmente azione e guerra, dramma e umorismo, e utilizzando al meglio un cast strepitoso. Su tutti troneggia Steve McQueen che, dieci anni prima di Papillon, interpreta qui un altro fuggitivo, ma completamente diverso.

Lo spirito de La grande fuga è quasi goliardico, c’è grande compiacimento nel prendere in giro il nemico e fargliela sotto il naso. Quando McQueen ha insistito per poter eseguire personalmente tutte le scene con la sua moto, Sturges, che aveva già avuto a che fare con la sua esuberanza durante le riprese de I magnifici sette, gli ha dato corda. Il risultato è una scena di inseguimento fantastica, che è diventata celebre quanto il film.

Accanto a lui c’è un assortimento di attori americani e britannici di prima qualità che riescono tutti a convincere nei loro ruoli. James Garner, Charles Bronson, James Coburn, Donald Pleasence, Nigel Stock, David McCallum, Richard Attenborough, John Leyton: ognuno contribuisce esprimendo di volta in volta umorismo, tensione, nervosismo, determinazione e cameratismo. Il cast all stars poteva tramutarsi facilmente in una trappola, invece sono tutti inseriti perfettamente nella storia.

Il film analizza anche le differenze di carattere fra i vari protagonisti, non solo in base alla loro personalità, ma anche in ragione della loro nazionalità: la freddezza e la disciplina tipicamente britannici sono contrapposti alla spavalderia più pratica degli statunitensi, che porta comunque a casa il risultato, pur senza troppe finezze. Giocoso, sfacciato, a volte forse un po’ troppo incline alla commedia, per poi concentrare sul finale il dramma, il film è uno spettacolo epico che può piacere anche a chi non ama i film di genere bellico, e ha il pregio di costruire una galleria di personaggi indimenticabili.

Qualcuno ha criticato il tono un po’ troppo leggero della narrazione: tutto si svolge in un modo così rilassato che la svolta drammatica sul finale sembra quasi fuori luogo. Ma nel complesso Sturges è riuscito a ottenere un giusto equilibrio tra i momenti drammatici e quelli più comici, firmando un inno alla libertà e alla solidarietà, ironico, avvincente, e a tratti anche commovente, in cui l’ultima ora toglie letteralmente il respiro. Con una menzione speciale per la colonna sonora di Bernstein, entrata nel mito.

21 pensieri riguardo “La grande fuga (1963)

  1. Hai detto bene, tutto dosato a dovere con i personaggi ben calati e non solo buttati lì “a fare numero”. Già quando l’ho visto da bambino, e conoscevo forse la metà degli attori coinvolti, mi sembrò un grande kolossal, ma ancora oggi mi stupisco ogni volta che mi rendo conto quanti e quali attori abbiano messo insieme per il filmone. C’erano davvero tutti! ^_^

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