Il ritorno di Mary Poppins (2018)

Ho guardato questo film pensando fosse un rifacimento dell’originale, ed ero abbastanza prevenuta. Sinceramente non amo molto i remake, ed ero convinta che non fosse una buona idea mettersi a confronto con un capolavoro come Mary Poppins. E’ una di quelle pellicole considerate ineguagliabili e per questo intoccabili. Poi la curiosità ha avuto la meglio e non me ne sono pentita.

Innanzi tutto perché questo film non è un remake del primo, ma piuttosto un ideale sequel, e poi perché nell’insieme, dimenticando per un attimo l’originale, è piacevole. Il regista è riuscito a ricreare l’atmosfera magica del primo film, curando particolari e dettagli in modo molto preciso, inserendo i nuovi personaggi nella vecchia trama, ma rendendoli anche autonomi, in modo che la visione è godibilissima anche per chi non conosce il prototipo (ammesso ci sia qualcuno che non lo conosce).

Il sequel è ambientato venticinque anni dopo il primo film, nel periodo della Grande Depressione degli anni ’30. I piccoli Jane e Michael sono ormai adulti e hanno le proprie preoccupazioni. Fortunatamente Mary Poppins è pronta a tornare in scena per salvare la situazione. Il regista Bob Marshall e lo sceneggiatore David Magee hanno scelto di rimanere il più vicino possibile all’originale Disney e ai libri della Travers, facendo molti riferimenti all’originale e solo lievi modifiche.

Il padre di famiglia, questa volta, non è un freddo maniaco del lavoro, ma un’anima romantica spezzata, che non è ancora stato in grado di far fronte alla morte della moglie, e non riesce ad aiutare i suoi tre figli a superare il dolore. L’ombra della moglie morta aleggia su tutto il film, rendendo l’atmosfera molto più cupa di quella originale. Al lutto si aggiungono problemi finanziari di non poco conto, e il rischio concreto di perdere la casa. Mentre Jane e Michael cercano di risolvere la situazione, Mary Poppins si occuperà di portare un po’ di spensieratezza nella vita grigia dei bambini, insieme a un allegro spazzacamino, emulo di Bert.

Certo nel raffronto con i protagonisti originali, quelli nuovi sono un po’ svantaggiati: Manuel Miranda non ha la simpatia né la frizzante vivacità di Van Dyke e di certo Emily Blunt, pur con tutta la buona volontà, non è Julie Andrews, non ha la sua freschezza né il suo dolcissimo sorriso; è una versione modernizzata e colorata dell’inappuntabile originale, meno noiosa, forse, e un po’ più birichina. Ma nell’insieme riescono entrambi a ricoprire i loro ruoli.

Completano il cast Colin Firth, che ci regala a sorpresa un convincente cattivo, sufficientemente odioso, e Julie Walters, pregevole caratterista, che forse qualcuno ricorderà con i capelli rossi nel ruolo dell’insegnante di danza di Billy Elliot e della mamma di Ron in Harry Potter. A sorpresa troviamo il nuovo personaggio di Topsy, creato appositamente per questo film, che offre a un’insolita Meryl Streep l’occasione per un gradevolissimo cameo.

Meno notevole l’interpretazione dei due fratelli Banks, ormai cresciuti, anche se Emily Mortimer ce la mette tutta e guadagna qualche punto in più rispetto a Whishaw, che ho trovato insipido e fuori parte: proprio lui, che dovrebbe essere il centro del film con la sua tragedia personale, non riesce a rubare i nostri cuori e a coinvolgerci. Per gli irriducibili fan dell’originale, Marshall ha inserito una piacevole quanto simpatica sorpresa finale, con l’apparizione di Van Dyke e della Lansbury, ultranovantenni entrambi, ma ancora in ottima forma. La presenza di queste stelle del passato sottolinea la natura nostalgica del film, ma purtroppo ne evidenzia anche le mancanze.

È un film di cui non si sentiva sinceramente il bisogno, ma già che c’è, diciamo che si può guardare. Se avete dei bambini, si divertiranno sicuramente: ci sono le animazioni, molto meno belle e curate dell’originale, ma faranno la gioia dei più piccoli; ci sono anche canzoni simpatiche, che di certo non rimarranno nel tempo come quelle dell’originale, ma si lasciano ascoltare.

C’è anche qualche balletto, di sicuro non memorabile, ma comunque divertente: tra le altre cose Marshall ha ripreso anche i pinguini, che erano stati una delle cose più simpatiche dell’originale, e almeno quelli sono rimasti uguali. Peccato che la nuova Mary Poppins ricordi Liza Minnelli di Cabaret. Non si capisce perché, per modernizzare il personaggio, l’abbiano involgarito. I confronti sono sempre antipatici, ma se ti metti in gioco, devi accettare il rischio.

Sebbene questa nuova variante non possa eguagliare il suo classico predecessore, riesce comunque a essere gradevole grazie a un’atmosfera contagiosa, e all’impegno che è stato profuso da tutto il cast. Nel complesso è una pellicola garbata e divertente, a tratti commovente, ideale per i bambini del nuovo millennio e anche per gli adulti, a patto che non cerchino di rivivere le emozioni della loro infanzia, perché qui non le ritroveranno.

25 pensieri riguardo “Il ritorno di Mary Poppins (2018)

  1. Io invece non l’ho apprezzato per niente. Era stato pubblicizzato come un seguito ma di fatto sembra veramente un remake del primo film, soprattutto per gli eventi che accadono. Inoltre non ho neanche apprezzato molto l’uso della tecnica mista, soprattutto legato al design, troppo semplice e senza delle ombre che dessero un senso di tridimensionalità ai personaggi. Per me è un grande no.

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    1. Secondo me è fortemente penalizzato dal confronto, del resto è inevitabile. Se fosse uscito come film a sé, tipo Tata Matilda, forse l’avremmo apprezzato di più. Ma così cerca di scopiazzare l’originale, senza riuscirci. I bambini si divertono comunque…

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  2. Un film che indubbiamente parte svantaggiato. L’originale è un pezzo ormai storico della cinematografia di tutti i tempi e, sebbene ritenga che niente debba essere intoccabile, è comunque estremamente difficile avvicinarsi. Anche considerandolo un film a sé stante, non mi è piaciuto molto. Hanno ridotto la figura di Mary Poppins al livello di una “santa portinaia”, che arriva ad aggiustare ciò che è rotto a richiesta. E qui non lascia poi molto ai protagonisti nel finale, dove rispetto al primo se ne andava perché davvero avevano imparato a stare senza di lei. Una nota positiva la trovo in “The place where the lost things go”, una dolce canzone che aiuta a comprendere e accettare il dolore di una perdita così grave.

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  3. già ribadito quanto lo abbia trovato noiosetto
    secondo me ironicamente questo film è troppo nuovo: le immagini sono troppo ritoccate, la luce è troppo perfetta per essere reale/artificiale, gli attori sono troppo nitidi per un green screen così pulito

    e poi la trama non c’è

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      1. Si davvero uno spreco. Anche il resto del cast molto sprecato in questo. Soprattutto Colin Firth che fa il cattivo, cioè io a Colin Firth gli darei il bancomat con tanto di codice per quanto sembra buono.

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