Mine (2016)

Guardando il trailer di questa pellicola, si pensa al solito film di guerra, con terroristi sanguinari e cecchini in crisi di coscienza, arricchito dalla presenza inquietante delle famigerate mine antiuomo che gli danno il titolo. Invece sarebbe sbagliato e riduttivo: il film (sorprendentemente di produzione, sceneggiatura e regia italiane) è un viaggio appassionante nei tormenti interiori di un uomo messo a dura prova dal destino. Attraverso la storia del protagonista, bloccato letteralmente nel deserto, il film ci offre una metafora della condizione umana, di quell’impossibilità di movimento che spesso ci attanaglia alle situazioni, perché non sappiamo decidere se fermarci, andare avanti o tornare indietro, per la paura delle conseguenze di una nostra scelta.

Il pericoloso terrorista c’è, e c’è anche il cecchino che dovrebbe ucciderlo, ma la traiettoria di tiro non è libera, e il cecchino decide di non sparare per evitare danni collaterali. La situazione iniziale, quindi, si risolve subito, per condurci al vero dramma. Fallita la missione, il soldato, che era insieme ad un compagno di rinforzo, deve essere prelevato e portato in salvo. Purtroppo però il GPS non funziona e i due commilitoni non sanno indicare al comando la loro posizione, visto che si trovano nel nulla in mezzo al deserto, per di più a piedi.

Decidono quindi di dirigersi verso il villaggio più vicino, ma lungo il cammino si trovano ad attraversare senza saperlo un campo minato: uno dei due salta su una mina e perde entrambe le gambe, mentre l’altro si accorge di averne a sua volta calpestata una, che però non è esplosa, e per evitare che succeda, non può muoversi. Sa che se spostasse il piede, salterebbe in aria. Assiste così impotente all’agonia dell’amico, che lo abbandonerà ben presto alla sua disperazione.

Da questo momento per il soldato sopravvissuto comincerà un incubo lungo quanto tutto il film, con il piede bloccato sulla mina, senza poterlo spostare e senza nessuno che possa aiutarlo, almeno non prima di 52 ore, tempo richiesto per l’arrivo dei soccorsi. Più di due giorni per pensare, sperare e disperare, rimpiangere le occasioni perdute e pentirsi di quelle sprecate, programmare il futuro, sperando di averne uno. Senza potersi muovere, né tanto meno dormire.

Potrebbe sembrare noioso seguire un’ora e quaranta minuti di film con solo un personaggio (o quasi) bloccato in mezzo al deserto, invece i minuti scorrono senza accorgersene, mentre lo vediamo affrontare la progressiva carenza di cibo e acqua, le tempeste di sabbia, i predatori notturni, nonché le allucinazioni da insolazione e i fantasmi del suo inconscio. La regia riesce a tenere alta la tensione, pur essendo concentrata l’azione in un solo luogo, e ci racconta una storia di rimpianti e incomprensioni, un insieme variegato di esperienze di vita, attraverso rapidi ma significativi flashback.

Mentre si trova faccia a faccia con la morte, Mike avrà modo di ripensare al proprio passato, alle scelte che ha fatto e a quelle che lo aspettano, se mai riuscirà a tornare a casa; ricorda la propria infanzia, il rapporto col padre e la dolorosa perdita della madre, pensa alla fidanzata che lo aspetta e forse sarà finalmente in grado di comprendere quali cose siano davvero importanti nella vita. Così la regia svela pian piano il protagonista allo spettatore, aumentando la nostra partecipazione emotiva al suo dramma.

La regia miscela sapientemente visioni e miraggi con la più cruda realtà, facendoci partecipi della sua sofferenza fisica e psicologica, entrambe assolutamente percepibili come concrete dallo spettatore. L’ambientazione in un deserto sconfinato e desolato, più che mai ostile, ne fa un luogo di prigionia e tortura più angusto di una cella sotterranea e buia. La sabbia e il paesaggio diventano personaggi significativi a sé stanti, e all’interno di questa desolante bellezza Hammer si dimostra una presenza molto coinvolgente.

Non da meno sono gli altri personaggi che si alternano nei ricordi e nelle visioni di Mike: anche se le apparizioni dei genitori, interpretati da Geoff Bell e Juliet Aubrey, sono brevi, la loro presenza è memorabile e le scene in cui appaiono forniscono un notevole contributo emotivo alla storia; un discorso a parte merita Clint Dyer, il berbero che in qualche modo assiste Mike e fornisce leggerezza e ironia alla sua situazione. A livello simbolico, il berbero rappresenta la capacità di reagire alla disperazione, quella speranza che non dovrebbe mai abbandonarci anche nei momenti peggiori, e in fondo anche la capacità di saper ridere delle proprie disgrazie.

Non svelo il finale, per ovvi motivi, ma vi dico che questo film vale davvero la pena di essere visto, perché è emozionante, coinvolgente, e molto più profondo di quanto possa sembrare. E c’è più tensione in quell’uomo bloccato in mezzo al deserto con le sue paure, che in tanti altri film di azione, pieni solo di confusione che non lascia spazio ai pensieri.

19 pensieri riguardo “Mine (2016)

  1. Splendidissimo! Però c’è un però…
    Nel 2017 ho visto questo film, adorandolo e stupendomi di quanto fosse fatto bene. Chiamo mio padre, anche lui divoratore di film a getto continuo, e glielo consiglio: “Devi assolutamente vederlo, è un film tutto basato su un soldato bloccato con ill piede su una mina: spettacolare!”
    Mio padre, classe 1948, è cresciuto con i film di guerra di John Wayne e via dicendo ma col tempo ha imparato ad apprezzare anche questi prodotti più ricercati, e infatti mi dice: “Sì sì, l’ho visto, davvero bello”.
    Stupito e divertito, rispondo: “Dài, e io che credevo di coglierti impreparato consigliandoti “Mine”.”
    E lui: “L’ho visto, ma si intitola “Passo falso”.
    “No, no, ce l’ho ancora qui davanti, si chiama “Mine”!.
    “Anch’io ce l’ho qui davanti, si chiama “Passo falso”.

    Insomma, dopo un po’ abbiamo capito che l’italiano “Mine” (2016) di Guaglione e Resinaro è la fotocopia dell’italo-francese “Passo falso” (Piégé, 2014) di Yannick Saillet, anche se non dichiarato nei titoli di testa. A questo punto ti consiglio di recuperare anche l’originale 😉

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  2. Anche a me è piaciuto e anch’io sono rimasto stupito dalla produzione e regia tutta italiana. Nota di colore: sbaglio sempre a leggerlo e pronunciarlo, invece di ‘mine’ in italiano mi viene da pronunciarlo ‘main’ all’inglese. Boh.

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