Orizzonti di gloria (1957)

E’ difficile parlare di un’opera d’arte come Orizzonti di gloria. Difficile perché si è già detto tutto, difficile perché è qualcosa di prezioso, che va maneggiato con cura, difficile perché si rischia di dire qualcosa di superfluo. Allora proverò un approccio diverso, tenterò un’analisi dei dettagli. Per comprendere meglio la portata di novità di questa pellicola, va detto che negli anni ’50 i film di guerra avevano quasi tutti un taglio patriottico, erano per lo più ambientati nella seconda guerra mondiale e i protagonisti erano spesso combattenti eroici e onorevoli, che non avevano dubbi sull’utilità della guerra e non vedevano l’ora di combattere per la salvezza della patria. Ma Kubrick fa qualcosa di completamente diverso, ci mette di fronte al lato più assurdo della guerra, firmando un film controverso che solo nel tempo è diventato un classico.

Siamo nel 1916, la Grande Guerra, quella più terribile, combattuta in trincea, da giovani che spesso neanche sapevano tenere in mano un fucile, gettati allo sbaraglio per inseguire una vittoria di cui in fondo neanche gli importava.
Fronte occidentale. Esercito francese contro quello tedesco. Il generale Broulard, senza nemmeno avvicinarsi al campo di battaglia, ordina l’attacco ad una postazione strategica tedesca, chiamata “il formicaio”. Il generale Mireau, intravedendo la possibilità di una promozione, decide di tentare l’offensiva, o meglio di farla tentare alle truppe, e si prende il disturbo di recarsi in trincea per spronare i soldati all’attacco, parlando di gloria e di coraggio, ma si guarda bene dall’accompagnarli. Il colonnello Dax, a capo delle truppe, non nasconde il suo disaccordo, ritenendo praticamente nulle le possibilità di successo, ma ugualmente esegue gli ordini, andando all’attacco insieme ai suoi uomini.

L’assalto si trasforma in una carneficina e il formicaio non viene conquistato. Il generale Mireau, indispettito per la promozione sfumata, accusa gli uomini di incapacità e codardia e chiede la fucilazione di 100 soldati scelti a caso tra le truppe, come esempio per gli altri. Il generale Broulard (bontà sua) gliene concede solo tre, sempre scelti a caso, e sottoposti a un regolare processo davanti alla corte marziale.

Inutile dire che il processo è tutt’altro che regolare, gli uomini vengono condannati e fucilati. Il colonnello Dax tenta in extremis di salvarli, denunciando il comportamento inaccettabile di Mireau, che aveva ordinato all’artiglieria di sparare contro i propri uomini, per punire la loro vigliaccheria, ma Broulard pensa che lo scopo della denuncia di Dax sia di ottenere una promozione. Dunque gliela offre, ma Dax rifiuta sdegnosamente e attacca il generale accusandolo di aver causato la morte di tantissimi uomini per un’azione folle e inutile, per sporchi scopi politici. Dopo la fucilazione, un breve, intenso, momento di pausa e poi di nuovo all’attacco. Di nuovo incontro alla morte.

Tre attori grandiosi: Adolphe Menjou e George Macready nei panni dei due generali, ne esprimono tutta l’arroganza e il senso di superiorità di chi considera i soldati solo carne da macello, mentre Kirk Douglas passa dall’espressione granitica della trincea,  alla furia rabbiosa e non più controllata del salone da ballo, fino alla cupa rassegnazione degli ultimi fotogrammi che chiudono il film.

Paradossalmente in uno dei migliori film sulla guerra, la guerra stessa si vede poco o niente. L’attacco al formicaio dura pochi minuti, i nemici neanche si vedono. Però si vedono i morti, si sentono i colpi dell’artiglieria, si avverte tangibilmente la paura di morire, quel sentimento così umano che si accompagna all’istinto di sopravvivenza. Le riprese in trincea all’inizio del film sono di un realismo agghiacciante: si ha la sensazione di camminare nei corridoi della barricata, si sente il rumore dei proiettili sovrapporsi al suono implacabile del fischietto di Dax che ordina agli uomini l’attacco; poi solo suoni di morte, di dolore, strazio di corpi e di anime. Sicuramente non c’è ombra di codardia, ma solo il desiderio umanissimo di tornare a casa vivi.

Qui finisce la parte del combattimento, e inizia il film vero e proprio. Perché Orizzonti di gloria non è tanto un film sulla guerra, ma sulla sua brutalità e sulle sue conseguenze, sui diversi volti del militarismo, dall’ottusità cieca di Mireau, che non riesce a vedere una sconfitta annunciata, al cinismo di Broulard che ritiene che la fucilazione possa rialzare il morale degli uomini. È un film con una tesi chiara: la guerra porta all’abuso di potere, a un’assurdità di regole che possono trasformarci da persone comuni in mostri terribili, se non stiamo attenti. La stessa tesi che Kubrick riprenderà trent’anni dopo con un altro straordinario atto d’accusa contro la guerra: Full Metal Jacket.

Nemmeno Dax in fondo si salva, perché non mette in discussione gli ordini ricevuti, pur comprendendone l’assurdità, però è l’unico con una coscienza visibile in un esercito duro e disumano. Non è un personaggio immacolato, ma è onesto, entusiasta e disinteressato. Quello che interessa a Kubrick è mostrare come la guerra riesca a tirar fuori il peggio dagli esseri umani, esaltando la crudeltà, rovesciando ogni etica e premiando i vizi peggiori. E’ ben chiaro allo spettatore che la vigliaccheria non è dei soldati, ma dei comandanti, indaffarati a preparare a tavolino battaglie che non saranno loro a combattere, e pronti a punire nel modo più crudele errori che appartengono solo a loro.

La scena del processo è un capolavoro di apparenze, un gioco delle parti disgustoso, in cui ognuno interpreta il suo ruolo senza alcuna convinzione, tutti verso un verdetto già scritto, una, anzi tre, morti annunciate. Da una parte un regolamento assurdo e odioso, creato solo per sostenere quel meccanismo orrendo e insensato che è la guerra, dall’altro lo strazio di chi deve accettare di morire senza una ragione, o comunque per le ragioni sbagliate.

Poi la notte in cella, tre uomini in attesa della morte, ingiusta più di ogni altra, inferta dai loro stessi compagni, non dal nemico, inutile per qualunque scopo, neppure come esempio alle truppe. Esempio poi di cosa? Di quanto sappia essere crudele l’uomo contro i suoi stessi simili, di come non sappia comprendere e tanto meno perdonare la più umana delle debolezze, la paura di morire.

E, crudeltà nella crudeltà, la fucilazione assurda del soldato ferito e portato in barella al luogo dell’esecuzione. Nessuna pietà, nessuna umana compassione. Neppure la figura del cappellano esprime una vera partecipazione al dramma di questi tre martiri, perché anche lui è funzionale al potere costituito, mentre pronuncia assurde parole di finto conforto, in cui è il primo a non credere.

Di contrasto, mentre nel buio della cella si compie in solitudine il dramma dei condannati, nel salone illuminato a festa risuona la musica su cui ballano gli ufficiali, a festeggiare non si capisce bene cosa. Kubrick sottolinea abilmente l’abisso tra lo sfarzo scintillante del salone e il fango della trincea… Poi, improvvisamente, a turbare l’armonia della festa irrompe il colonnello Dax con la sua aggressività insolente, impugnando il coraggio della verità contro tutte le vigliaccherie dell’ipocrisia militare.

E qui lo scontro è epico. Da una parte l’irruenza di chi si è tenuto tutto dentro troppo a lungo, dall’altra chi ancora si arrampica sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, forte della sua superiorità gerarchica. Un lungo scambio di attacchi reciproci, da cui il colonnello Dax esce sicuramente vincitore, ma senza bottino. Se ne andrà a mani vuote, senza aver potuto impedire lo scempio dei suoi uomini.

Infine, con l’ultima indimenticabile scena, Kubrick manda finalmente un messaggio esplicito di pace, sulle note di una canzone nemica, cantata da una donna tedesca, evidentemente prigioniera. Prima il disprezzo dei soldati, le urla, lo scherno, e la paura di quella donna, straniera in terra straniera, costretta a cantare in un’osteria piena di soldati nemici. Per lei è un’umiliazione, una violenza quasi fisica.

Poi, lentamente, comincia a cantare, e la sua voce esitante trasmette ai soldati, e a noi che assistiamo, un’emozione altissima: pur non comprendendone le parole, si è certi che parla di amore. Anche i soldati ne comprendono il significato struggente e pian piano si uniscono al suo canto in un’unica voce. Il linguaggio universale della musica diventa simbolo di una possibile armonia tra tutti gli uomini. Quasi impossibile non pensare ad un’altra canzone, ben diversa, con cui trent’anni dopo Kubrick avrebbe concluso Full Metal Jacket. Mentre qui la musica apre la porta a un barlume di speranza, trent’anni dopo la musichetta di Topolino, che accompagna la marcia dei soldati, sottolinea che alla follia della guerra non c’è rimedio.

Perché vedere oggi Orizzonti di gloria? Per non dimenticare, per aprire gli occhi e tenerli bene aperti su una realtà che qualcuno cerca di mistificare, cioè che la guerra non è mai giusta e non ha mai senso, non importa chi ha cominciato e perché, non fa differenza chi attacca e chi si difende. In una guerra non ci sono vincitori, ma solo vittime. E i morti in guerra sono tutti uguali.

25 pensieri riguardo “Orizzonti di gloria (1957)

    1. i film di Kubrik li proietto coattamente nell’atrio del mio condominio. Interrogo poi a sorpresa qualche massaia distratta. Fioccano i provvedimenti punitivi. Il pensionato del terzo piano l’ho visto allupato con Eyes wide shut.

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