Il sospetto (2012)

Diciamo subito che non si tratta di un remake del film di Hitchcock, il che depone sicuramente a suo favore. Mai fare il remake di un capolavoro, come ha ampiamente dimostrato Michael Douglas con il rifacimento de Il delitto perfetto. Il sospetto in questione è tutt’altra cosa rispetto a quello hitchcockiano, molto peggio. E’ quel dubbio strisciante che può colpire chiunque e in qualunque momento, stravolgendone completamente la vita e non lasciando alcuna via di salvezza. E’ l’incertezza più infida, perché nasce dall’equivoco e dalla diffidenza, e porta inesorabilmente alla perdita della fiducia. Non più recuperabile.

Siamo in una ridente cittadina della Danimarca, dove Lucas, un affabile e gentilissimo giovane uomo, fa il maestro nell’asilo locale, e lo fa benissimo, con delicatezza e sensibilità, istinto di protezione quasi materno e modi di fare dolcissimi. Meglio di tante donne. E’ affezionato ai suoi bambini, e loro sono affezionati a lui, al punto che una bambina si prende la tipica cotta che di solito si prendono i maschietti per la maestra.

Un rifiuto più che giustificato da parte del maestro, o meglio quello che la bimba interpreta come un rifiuto, e improvvisamente si scatena l’inferno. La bambina, indispettita, racconta una bugia alla direttrice, e sostiene che il maestro le ha mostrato le sue parti intime, avvalorando la sua tesi con le parole più che esplicite udite dal fratello più grande e dai suoi amici, consumatori abituali di pornografia.

La direttrice dell’asilo ovviamente crede alla bambina, e di conseguenza sospende temporaneamente Lucas, e lo denuncia alle autorità per le indagini del caso. Siamo lontani dalle atmosfere rarefatte e misteriose de Il dubbio: qui lo spettatore sa subito e senza alcuna ambiguità che Lucas è innocente, ma questo non aiuta, anzi rende tutto più angosciante.

Il film in realtà non riguarda la pedofilia, ma la tragedia di un uomo colpito da un sospetto ignobile, da cui non può difendersi. Perché non c’è difesa contro la calunnia. Anche quando si è dimostrata la propria innocenza, da qualche parte il dubbio sopravvive, si nasconde nelle pieghe della mente, pronto a rinascere di vita propria quando meno te l’aspetti.

Inutile dire che il venticello della calunnia si trasforma rapidamente in un uragano e tramuta la vita di Lucas in un incubo kafkiano. La presunta vittima di molestie è la figlia di un amico fraterno di Lucas, il quale invece di dargli la possibilità di spiegarsi, lo prende a pugni (e meno male che era un amico fraterno). Altri bambini dalla fervida fantasia si aggiungono ben presto al coro, trasformando il povero Lucas in un maniaco di prim’ordine, di quelli che in galera non campano tanto, di quelli che gli amici non vogliono più frequentare, di quelli a cui l’ex moglie non fa più vedere il figlio, e la nuova compagna… beh, è troppo anche per lei.

Il titolo originale, Jagten, che tradotto significa più o meno “La caccia”, è molto più significativo, perché in realtà nel film non c’è alcun sospetto, tutti ostentano fin dall’inizio la certezza della colpevolezza di Lucas. Tutti tranne un solo amico, il padrino del figlio, ma è cosa trascurabile. L’intero paese si schiera contro di lui, lo isola, lo emargina, lo allontana come un appestato e lo bracca come un animale, arrivando a minacciare il figlio e ad uccidergli l’adorata cagnolina.

E proprio quando sembra che le cose peggiorino, fa capolino un barlume di speranza: le indagini della polizia arrivano a scagionarlo, e prima ancora il padre della bambina, l’amico fraterno, comincia a nutrire dubbi sulla sincerità della figlia. Sarà proprio lui a riaccogliere Lucas nella piccola comunità, e a far sì che anche gli altri amici lo riabbraccino. Ma quando ormai le acque sembrano essersi calmate e la vicenda sembra rientrata nei binari della verità, il finale amaro e spiazzante, che esplode letteralmente in un sorprendente colpo di scena, ci dice che Lucas, perdonato o meno, sarà considerato, per sempre, un mostro.

Mads Mikkelsen interpreta con sobrietà e intensità inarrivabile il dramma di quest’uomo, che vede sfuggirgli la vita tra le mani, incredulo di fronte all’improvviso e terribile mobbing di cui è fatto oggetto, ma sempre convinto che prima o poi la verità verrà fuori. E rimane in attesa di una giustizia che non arriva, sfoggiando quasi con rabbia la propria dignità. L’attore è stato talmente bravo da meritare il premio come miglior attore a Cannes, battendo colleghi del calibro di Jean Louis Trintignant. Il regista del resto si affida molto alla resa degli interpreti e il risultato è notevole: il suo lavoro è un accurato studio dei personaggi, adulti ma anche bambini, e una profonda riflessione sulle conseguenze mostruose di una bugia infantile nelle mani di adulti forse un po’ troppo precipitosi e poco riflessivi.

Il ritratto che emerge è quello di un mondo dominato dalla fragilità dei rapporti, in cui l’apertura all’altro sembra minacciata in ogni momento dal sospetto che si trova rinchiuso in ognuno di noi. E persino l’equilibrio su cui si basa una fratellanza maschile fatta di bevute e battute di caccia al cervo è in realtà molto instabile e crolla miseramente per un semplice dubbio. Il finale amaro e forse un po’ troppo tragico scelto dagli sceneggiatori vuol far capire che certi sospetti, certe infamie, sono irrimediabili, non si cancellano mai. Questa in conclusione è la tesi del film.

La pellicola fu candidata al premio Oscar come miglior film straniero nel 2014, ma perse contro La grande bellezza.

16 pensieri riguardo “Il sospetto (2012)

      1. Complessivamente potrebbe essere il film meno bello di Sorrentino. Non dico che sia brutto, ma a me non ha preso particolarmente. Mi ricorda troppo La dolce vita…
        E dispiace che sia stato proprio questo film a scippare un oscar a Il sospetto, che ovviamente lo meritava di più. Però La grande bellezza almeno non è ai livelli di… Mediterraneo di Salvatores, altro incredibile, immeritato oscar nella storia italiana 😀

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      2. Oltretutto La grande bellezza non è che dia una bella immagine dell’Italia, a parte forse sul piano turistico. Non ci facciamo una bella figura all’estero, e dispiace che sia proprio un regista italiano a dipingere un ritratto così squallido della fauna locale.

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