Ben Hur (1959)

Parliamo della versione cinematografica più famosa di Ben-Hur, il romanzo di Lew Wallace, ambientato durante l’impero di Tiberio: un vero kolossal, diretto da William Wyler, uno dei successi hollywoodiani più premiati della storia del cinema. Il film ottenne dodici nomination, undici delle quali trasformate in Oscar. C’erano già state due pellicole con questo titolo, entrambe mute, nel 1907 e nel 1926, ma è solo con questa edizione che si raggiunge un ottimo risultato, caratterizzato da grande equilibrio tra l’aderenza al racconto originale e la riuscita artistica. Ben-Hur può essere considerato il più importante film del cosiddetto genere peplum, legato cioè all’antichità, e il più prestigioso e spettacolare dei kolossal storici. La trama dovrebbero conoscerla anche i più giovani, grazie al remake del 2016. Ma diamo comunque una ripassata.

La storia è quella di Giuda Ben-Hur, ricco giudeo di famiglia nobile, che viene privato di ogni diritto nobiliare dai Romani, finendo schiavo e spogliato di tutte le sue ricchezze: accusato ingiustamente di attentato ai danni del governatore romano, vede cadere in rovina la propria famiglia e distrutta per sempre la fraterna amicizia col tribuno romano Messala, artefice del suo arresto. Finirà prima rematore a bordo delle galee romane, poi prediletto del console Quinto Arrio, a cui salva la vita in mare, e quindi corridore di bighe al servizio del ricco sceicco Ilderim.

Tornato in Palestina, dove si incrocerà di nuovo col malvagio Messala, che intanto è diventato una potente autorità della regione, riavrà alla fine ciò che gli spetta, oltre all’amore della donna da sempre innamorata di lui. L’atroce rivalità tra Ben-Hur e Messala finirà proprio in una selvaggia sfida sulle quadrighe, forse la scena più famosa e leggendaria di tutto il film. Alla realizzazione di questa scena contribuì un giovanissimo Sergio Leone che la realizzò senza l’uso di effetti speciali, inquadrando in primo piano principalmente le bighe dei due contendenti, mentre gli altri carri vengono inquadrati in maniera più sfuggente sullo sfondo, anche se la visione di cadute e di feriti contribuisce alla drammaticità dell’insieme.

Violenta, massacrante, accompagnata dalla maestosa colonna sonora di Miklòs Rósza, la corsa è una metafora della lotta tra il bene e il male ma anche tra chi intende la gara come sfida e chi invece vede la vittoria come unica ragione dell’esistenza, da perseguire quindi con ogni mezzo e a qualunque costo. La parte più affascinante di questa pellicola, e quella in cui il film si discosta dai precedenti, è l’aspetto religioso della storia, che pur rimanendo secondario, fa da sfondo a tutta la vicenda.

La storia personale dei due protagonisti scorre nel tempo e si intreccia con le vicende di Gesù e la diffusione del cristianesimo: così la nuova religione che predica amore e misericordia, tramuterà l’odio implacabile tra i due nemici in perdono. Nel corso delle sue peripezie, infatti, Ben-Hur ha occasione di venire a contatto con il Cristo, seguendone in qualche modo il percorso, fino ad assistere alla sua crocifissione e a convertirsi alla nuova religione. Tutta la vicenda si svolge nel tempo e nei luoghi in cui si consuma la storia di Gesù: il film inizia con la nascita, a Betlemme, poi si incontra di nuovo Gesù a Nazareth, dove dà un po’ d’acqua a Ben-Hur quando questi, schiavo, viene trascinato in catene attraverso il deserto, e più avanti lo si vede da lontano all’inizio del discorso della montagna.

Infine si vede il Cristo portare la croce in spalla verso il Calvario. In tutte queste scene non viene mai mostrato il volto di Gesù, è sempre inquadrato di spalle e non dice una parola, quasi a voler sottolineare che è solo un personaggio di contorno della storia, anche se la sua presenza sarà determinante per le vicende del protagonista e della sua famiglia. La sua reale importanza, la trasformazione che la sua presenza determina nelle vite dei personaggi che incontra, si legge tutta sui loro volti, ed è affidata all’espressività degli attori.

Il film dura quasi 4 ore, ma scorrono quasi senza accorgersene, anche grazie ai continui cambi di ambiente e di personaggi. Gli interpreti sono tutti perfetti, a cominciare da Charlton Heston, che Wyler scelse dopo il rifiuto di Burt Lancaster, e che si rivelò perfetto per la parte, sia per il fisico prestante sia per aver già interpretato Mosè ne I dieci comandamenti, e per essere dotato di un carisma difficile da intaccare ancora oggi.  Perfetto anche Stephen Boyd nel ruolo di Messala, l’antagonista romano, che riesce a rendere senza difficoltà la trasformazione di una profonda amicizia tra uomini in un’acerrima rivalità che diventa odio mortale.

Molto efficace anche Hugh Griffith, nel ruolo dello sceicco, premiato con l’Oscar per il miglior attore non protagonista, e Haya Harareet che interpreta con eleganza il personaggio di Esther. In ruoli secondari si possono ammirare anche Marina Berti, Giuliano Gemma e Lando Buzzanca.

A distanza di oltre sessant’anni i dialoghi risentono di una certa retorica tipica dell’epoca, ma in questo genere di film non guasta per niente, anzi contribuisce a fare della pellicola un capolavoro immutato, che ancora oggi si guarda come una lezione di cinema sicuramente emozionante. C’è il senso epico della storia unito alla ricerca di spettacolarità tipica di Hollywood, c’è il gusto romantico dell’avventura e la fusione dei temi classici della tragedia con i valori spirituali di matrice cristiana. Un mix perfettamente equilibrato che non avrebbe dovuto essere sfidato con un remake a mio avviso inadeguato e del tutto inutile.

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