Papillon (1973)

Film di genere carcerario ce ne sono molti e quasi tutti raccontano di fughe rocambolesche e spettacolari, a volte frutto della fantasia degli sceneggiatori, a volte invece prese dalla realtà. L’elemento che hanno di solito in comune è la presenza di un uomo intrappolato, che cerca di fuggire a tutti i costi da un luogo disumano, dove è costretto a vivere in condizioni precarie. Qualche volta si aggiunge un carceriere brutale e magari un po’ sadico, come ne L’isola dell’ingiustizia, qualche volta è il luogo stesso in cui si trova il carcere ad essere lontano mille miglia dalle più elementari regole di civiltà e legalità, come in Fuga di mezzanotte.

Papillon è ispirato alla vera storia di Henri Charrière, raccontata da lui stesso nel romanzo omonimo, e racconta le peripezie di un uomo accusato ingiustamente di omicidio e per questo condannato all’ergastolo. Il protagonista, soprannominato Papillon per un tatuaggio a forma di farfalla, è accusato di aver ucciso un poco di buono e condannato a scontare la pena in una famigerata prigione della Guyana francese, dove le pene non vengono quasi mai scontate fino in fondo, perché i prigionieri di solito muoiono prima. Quelli più tranquilli devono sottostare al trattamento disumano di mangiare poco e fare lavori pesanti sotto un sole imperdonabile, quelli che invece si ribellano, affrontano punizioni ancora più dure per aver disobbedito o tentato la fuga; in un modo o nell’altro, pochi sono quelli che sopravvivono.

Papillon non è certo il tipo che accetta passivamente di subire un’ingiustizia, ed è ovvio che pensi di fuggire. Per questo si allea con un altro detenuto, Louis Dega, un truffatore che gli offre il suo aiuto finanziario per organizzare la fuga, in cambio di protezione: infatti Dega, piccolo e mingherlino, è spesso oggetto di violenze. Mentre quest’ultimo sa che ha una pena breve da scontare, e vuole solo cercare di sopravvivere fino al momento di tornare a casa, per Papillon la speranza di poter riavere la sua libertà con la fuga è l’unica cosa che lo tiene in vita. Una speranza che inseguirà fino alla fine.

Lo spettatore assisterà a tutta una serie di pianificazioni e tentativi di fuga regolarmente falliti, che porteranno conseguenze disumane per i protagonisti. Il film dura più di due ore, durante le quali descrive minuziosamente la disperazione dei prigionieri, le terribili condizioni di vita della colonia penale e quella agognata speranza di libertà che ogni volta si rinnova. Nonostante la notevole durata, il film non è mai noioso e la narrazione non diventa prolissa, anzi, l’approfondimento caratteriale e psicologico dei personaggi crea un coinvolgimento profondo nelle loro storie.  Inoltre la pellicola offre anche un accurato ritratto dell’epoca, e di un sistema carcerario concepito per distruggere, non certo per riabilitare. Pur riprendendo alcuni cliché di altri film di argomento simile, Papillon riesce ad essere migliore in tutti gli aspetti comparabili e a stupire dove i suoi simili non riescono.

Prima di tutto con i protagonisti. Dustin Hoffman è un personaggio secondario più memorabile di qualsiasi altro, sia perché è presente per un arco narrativo notevole, sia per la sua forte personalità, che arricchisce la caratterizzazione fisica con alcuni tratti psicologici molto significativi. McQueen offre una performance irreprensibile senza spazio per critiche di qualsiasi genere, anche se nel complesso il suo ruolo non è dei più impegnativi. A parte qualche momento un po’ più complesso, nella maggior parte delle sequenze McQueen disegna il personaggio sulla sua presenza fisica, su quel suo innato senso di resistenza alle avversità che è strettamente legato all’attore e ai ruoli da lui così spesso interpretati. Non c’è da stupirsi che questo sia uno dei film più spesso associati al suo nome.

Altro punto di forza del film è la fotografia realistica e cruda, che non cerca di abbellire o ammorbidire le immagini, ma conferisce all’opera una drammaticità quanto mai verosimile. Non meno importante è la colonna sonora di Jerry Goldsmith, che non cerca di attirare troppo l’attenzione su di sé, tanto che non è neppure una presenza costante: molti momenti sono accompagnati solo dai suoni naturali della scena, e anche quando sono presenti le melodie, tendono a mimetizzarsi nell’atmosfera che esse stesse contribuiscono a creare.

Due nomination: Oscar per la colonna sonora, e Golden Globe per Steve McQueen.
Nel complesso Papillon si distingue dalla maggior parte dei film dello stesso argomento, soprattutto perché è un bel film, ben realizzato sotto tutti i punti di vista, avvincente e spettacolare, e il fatto che si tratti di una storia vera lo rende sicuramente più emozionante.

17 pensieri riguardo “Papillon (1973)

  1. mio padre comprò il libro all’epoca e provai a leggerlo, ma non riuscii ad andare oltre una ventina di pagine, non so se ce la farei neppure ora, passati molti anni. Il film non l’ho visto, può darsi che si una buona alternativa al libro. Ciao Raffa

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  2. Classico film che rivedo sempre. Appartiene a quella (ventina…trentina…na cinquantina crepi l’avarissia. Facciamo centotrentacinque e mezzo…vai) lista di film che mi farò tumulare con video ultrapiatto (se no, non ci sta) dentro il mio cenotafio. Siccome l’attesa del nostro promesso risveglio dovrebbe essere una cosa lunghetta se è possibile mi doterebbi di qualche distrassione. Concluderei con:

    Bastardi, sono ancora vivo!*

    La Gdf mi ha dovuto dopo 11 anni restituire due server. E non ho finito. Non mollerò maiiiiiiiii !

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  3. Film angosciante, che ho visto da ragazzo e mi ha messo addosso una discreta ansia. Grandissimo Steve, che davvero regge tutto il film su di sé.
    Paradossalmente ho trovato più ispirata la parodia di Franco Franchi, “Farfallon”, che il remake con Charlie Hunnam.

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