The father – Nulla è come sembra (2020)

Raramente parlo di film molto recenti perché, non essendo un critico professionista, non mi piace giudicare un’opera nuova. Preferisco parlare di film che ho visto e rivisto nel tempo, in modo che il mio giudizio possa essere il più completo possibile. Per questo film faccio un’eccezione perché mi ha colpito come poche altre volte mi è capitato. Premetto che adoro Anthony Hopkins, anche nei suoi film meno riusciti, perciò è difficile per me essere imparziale nel mio giudizio. Se non amate questo attore e se non vi piacciono i film teatrali dai ritmi rallentati, lasciate perdere, non è il film per voi.

Se invece sapete apprezzare un film claustrofobico, girato nello spazio di un appartamento, dove non c’è un briciolo di azione, e dove l’unico effetto speciale è la superba interpretazione di un grandissimo attore, che vi commuoverà fino alle lacrime, allora The father è il film per voi. Si piange, va detto subito. Sia che il film vi tocchi in maniera diretta, come nel mio caso, sia che vi presenti una realtà che per vostra fortuna non conoscete, ci si commuove, perché la storia e i personaggi non possono lasciare indifferenti.

Io l’ho guardato a scatola chiusa, senza leggere recensioni, e senza sapere nulla della trama, perché mi bastavano i nomi di Hopkins e Olivia Colman per decidere di vederlo, e devo ammettere che un po’ mi ha trascinato anche il titolo italiano, che a The father aggiunge quel Nulla è come sembra che mi ha fatto pensare a un thriller o magari a un bel giallo. In questo senso le mie speranze sono andate deluse. Non è un giallo e neppure un thriller, ma piuttosto un viaggio allucinante nel luogo più misterioso che si possa immaginare: la mente umana.

Non provo nemmeno a tracciare una trama, perché non c’è. Lo spettatore si trova di fronte a diversi personaggi che compaiono, scompaiono, si confondono e riappaiono, sempre nello stesso luogo, un’abitazione che a volte sembra enorme e luminosa, a volte diventa piccola e buia, con un unico denominatore comune: un vecchio padre che passa le sue giornate guardando fuori dalla finestra e parlando da solo o discutendo a più riprese con i personaggi che si trovano a entrare in casa sua, tra i quali l’unica certezza, almeno per noi, è la figlia.

Tutti gli altri sembrano comparse, forse fantasmi, o almeno così ci appaiono, con il loro materializzarsi nelle stanze, spesso senza alcun riferimento temporale, come se non ci fosse un prima o un dopo, ma solo il presente. L’effetto che si ottiene è destabilizzante, lo spettatore non riesce a comprendere, a trovare un filo logico tra gli avvenimenti, un collegamento tra quanto viene detto e quanto accade, o si pensa che sia accaduto. Ed è proprio questa la grandezza del film, lo si capisce nelle sequenze conclusive, quando finalmente si riesce a capire, a mettere a fuoco tutto il film retroattivamente, a spiegare tutto quello che era rimasto nel dubbio, riannodando i fili pendenti.

Niente è come sembra, perché la spiegazione arriva solo alla fine, crudele, terribile e ingiusta, ma finalmente reale. Anthony Hopkins è sublime nell’ interpretazione di quest’uomo irrimediabilmente intrappolato in un labirinto da cui è consapevole di non poter uscire. Annaspa, cercando di trovare qualcosa a cui aggrapparsi, come il suo orologio, una costante che non può essere manomessa, ma che talvolta gli viene sottratta, o almeno così crede. Allora guarda fuori dalla finestra, per dare uno sguardo alla vita reale e assaporare una libertà che gli è negata.

Sembra sconfitto, ma improvvisamente si rianima in presenza dell’infermiera, perde ogni inibizione e ogni senso del limite, scherza, la corteggia come un ragazzo e poi subito dopo la offende senza pietà. A tutto questo assiste la figlia, interpretata magistralmente da Olivia Colman, che deve fare i conti con la sua difficoltà di riconoscerla, con le sue fissazioni e una testardaggine quasi infantile che non sa capire. Combattuta tra il proprio diritto alla felicità e i sensi di colpa, nonostante tutto lo ama. E lo difende contro ogni evidenza, anche dall’insensibilità di un marito egoista, che non sa esserle di nessun aiuto.

Gli effetti dell’Alzheimer visti da dentro, dagli occhi del malato, senza filtri: questo è quello che il film si propone di mostrarci. Still Alice aveva già mostrato i mutamenti che la demenza produce sul malato, visti dall’esterno; The father va oltre, ci fa entrare nella mente del malato e prova a mostrarci come si vede la realtà dal suo punto di vista, quando i volti cominciano a confondersi e i ricordi si annebbiano. E considerando che il regista è un esordiente, questa pellicola è un miracolo. Un film meraviglioso ma terribile, un promemoria spietato che non si dimentica.

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