Il dubbio (2008)

Adoro la lentezza quando è necessaria. In questo film non solo è essenziale, ma diventa indispensabile. La trama è talmente esigua che va dilatata al massimo, l’azione, praticamente inesistente, viene rallentata all’infinito per coglierne tutti i particolari, per goderne tutte le sfumature. E qui la lentezza non annoia mai, perché non è vuota attesa fine a se stessa, ma arricchisce ogni immagine di dettagli preziosi e significativi, e usa le parole al pari dei gesti e delle espressioni dei volti, dando un peso anche ai silenzi.

Il film è ambientato nel 1964, in una parrocchia del Bronx dove va in scena uno scontro di mentalità, prima ancora che di poteri, tra il parroco progressista padre Flynn e la madre superiora sorella Aloysius, che gestisce la scuola cattolica in maniera rigidamente tradizionalista, e vede quindi di malocchio i metodi innovativi del parroco. Questa differenza nell’impostazione dell’insegnamento non tarda ad avere conseguenze tragiche.

Un giorno sorella James, un’innocente e ingenua giovane suora, apre candidamente il suo cuore alla superiora, confidandole un suo vago sospetto sulle attenzioni particolari che padre Flynn sembra riservare a Donald, un giovane alunno di colore con problemi familiari: nessuna prova, nessun segnale controverso, nessun indizio, solo un sospetto espresso ingenuamente con le migliori intenzioni. Per sorella Aloysius sarà il pretesto perfetto per lanciarsi in una crociata allo scopo di scoprire la verità (o magari inventarla), allo scopo di allontanare dalla scuola lo scomodo padre Flynn e i suoi sistemi tutt’altro che tradizionali. Nella direttrice non c’è traccia né delle buone intenzioni della giovane consorella, né della sua timida esitazione, e neppure di una sincera preoccupazione per le potenziali vittime.

La trama in sostanza è tutta qui, perché l’intransigente suora non riuscirà mai a placare le sue incertezze, e per tutto il film non farà altro che rimuginare su prove che non ha, e di cui ha disperatamente bisogno, per dimostrare di aver ragione sul rapporto morboso di padre Flynn e del piccolo Donald. L’unica cosa certa è la sua volontà di distruggerlo, a torto o a ragione non ha importanza. Per tutta la durata del film il dubbio aleggerà tra i personaggi, e non solo tra sorella Aloysius e padre Flynn. L’incertezza coinvolge anche sorella James, che a un certo punto comincerà a dubitare di essersi sbagliata, di aver frainteso le intenzioni del parroco, ma si renderà anche conto di aver dato alla superiora un’ottima scusa da sfruttare per i suoi scopi personali.

Lo spettatore può decidere da che parte stare, perché tutto si basa solo su un pettegolezzo, e in nessun momento del film vengono fornite prove di alcun genere, ma si ha solo un continuo oscillare tra quello che sembra e quello che è, o che potrebbe essere. Le conseguenze rovinose del pettegolezzo, che trasformano il venticello della calunnia nella raffica travolgente del dubbio, sono protagoniste di una scena fondamentale, quella della parabola del cuscino.

Il regista si avvale di un grande cast: Meryl Streep, Amy Adams e Philip Seymour Hoffman, oltre a Viola Davis in un ruolo di contorno, ma significativo. Seymour Hoffman affronta un ruolo complesso, per una volta non negativo, ma ambiguo: si muove circospetto tra dubbi velati e accuse esplicite, passando, quando può, al contrattacco, arricchendo il suo personaggio di ogni possibile sfumatura, sempre senza mai sbilanciarsi, e lasciando lo spettatore nel dubbio.

La Streep nasconde il suo luminoso sorriso sotto il velo della severità, sfoggiando tutti gli angoli più spigolosi del viso, e dando vita ad una figura perfida nella sua rettitudine, ed ambigua nella sua onestà. Nonostante sia sacrificata in un ruolo abbastanza prevedibile, anche la Adams riesce a brillare,  grazie a sguardi eloquenti e gesti nervosi che lasciano trapelare, in certi momenti, un pentimento tardivo e una rabbia mal celata, comunque un’insicurezza di fondo che non riesce mai a superare.

La regia racconta con stile asciutto e senza fronzoli, ma estremamente incisivo, una lunga riflessione sulla natura umana, che non è mai del tutto buona o del tutto cattiva, ma neppure del tutto decifrabile. La macchina da presa indaga con lunghi primi piani le emozioni dei protagonisti, cercando di scavare sotto la superficie, ma non è mai rivelatrice. Anche la sceneggiatura è granitica, fatta di dialoghi accurati e minuziosamente soppesati, in cui i protagonisti si affrontano a viso aperto, e ogni duello verbale è uno spettacolo di espressioni e di sguardi, sottolineati spesso da lunghi ed eloquenti silenzi. In tutto questo lo spettatore cerca di indagare in prima persona per interpretare un gesto, uno sguardo, una parola.

Ma niente trapela, se non la personalità dei personaggi. Il dubbio si insinua in ogni sequenza, lasciando celata la verità, ma seminando svariate vie d’interpretazione. Il film nasce  e muore nel dubbio ed è proprio questa la sua forza. Il finale, molto discusso, l’ho trovato superbo. Padre Flynn se ne va, forse per salvare il futuro del ragazzo o forse perché l’istinto paterno che prova non venga frainteso. Ad un certo punto il dubbio si insinua, apparentemente, anche in lui. Ma la vittoria della superiora si rivela un boccone amaro, che alla fine mette all’angolo soprattutto lei. La cosa più magica di questo film è il fatto di essere talmente coinvolgente da continuare a tenerti attanagliato dal dubbio anche quando  è finito.

Trailer

19 pensieri riguardo “Il dubbio (2008)

  1. Uno dei rari film di cui, ad anni di distanza dalla visione, mi ricordo abbastanza bene la trama. Forse proprio questa “esiguità dilatata”, come dici tu, fa in modo che la storia e i suoi personaggi ti restino impressi, più di tanti film che magari al momento ti piacciono, ti colpiscono ma poi finisci per non ricordare cosa succedeva…

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