Quinto potere (1976)

Dopo Quel pomeriggio di un giorno da cani, Lumet torna a parlare dello straordinario potere che ha la televisione di manovrare il pubblico distorcendo la realtà, e trasformando anche l’orrore in spettacolo. Questa volta, però, la satira sul potere mediatico si fa ancora più pungente e amara, e mostra la progressiva disumanizzazione del mezzo televisivo, che per aumentare gli ascolti, travolge ogni valore, ed è disposto a mettere a tacere anche la morale più elementare che dovrebbe regolare il vivere civile. Si può considerare una commedia nera, ma nera come la pece, nera come il buio generato dal sonno della coscienza.

Howard Beale, l’anziano anchorman di una rete televisiva, i cui ascolti sono drammaticamente calati nell’ultimo periodo, è minacciato di licenziamento. Preso dalla disperazione, annuncia al suo pubblico che prossimamente si suiciderà in diretta televisiva. Il clamore destato dall’annuncio, che voleva essere una disarmante provocazione per far riflettere sull’assurdo meccanismo legato agli ascolti, ha un effetto dirompente, facendo schizzare alle stelle gli indici di ascolto della rete.

Una cinica produttrice televisiva decide di sfruttare la situazione, costruendo una specie di reality sulla figura dell’anchorman, trasformandolo in una sorta di profeta mediatico, a cui viene dato ampio spazio in diretta televisiva per i suoi sproloqui. Dopo un iniziale successo che porta alla rete un notevole ritorno economico, il conduttore finisce per chiamare in causa anche i vertici della rete televisiva nelle sue invettive; a questo punto gli viene chiesto di smorzare i toni apocalittici del suo programma, e questo subisce inevitabilmente un lento declino.

Preoccupata per le sorti del programma, e indirettamente anche per le sue, la produttrice decide che l’unico modo di salvare la situazione sia eliminare definitivamente il conduttore, ormai fuori controllo. L’epilogo del film è quanto di più folle e spietato si possa immaginare.

Tutta la pellicola è una satira spietatamente lucida di una realtà televisiva che, se allora apparteneva esclusivamente al mondo americano, è oggi più che mai diffusa ovunque. Il cinismo con cui si esibisce il dolore e si trasformano i drammi privati in spettacolo di intrattenimento, puntando agli ascolti del sabato sera come unico scopo, è diventato ormai il motivo conduttore del mezzo televisivo, e la cosa peggiore, su cui Lumet giustamente insiste, è la mancanza di un’etica che metta dei limiti oltre i quali non sia consentito spingersi.

Tutto si fa per gli ascolti, e se la notizia non è abbastanza interessante, la si modifica, la si stravolge, amplificandone i contorni e lasciando per strada la verità. Ma non è che il pubblico esca molto meglio dall’analisi di Lumet: i telespettatori amano lo scandalo e il sensazionalismo, hanno un’inspiegabile predilezione per immagini raccapriccianti, e sembrano riuscire a concentrarsi su qualcosa solo per un breve periodo, dopodiché perdono interesse. Il film di Lumet ha molto da dire, e lo fa in modo elegante ma diretto, senza filtri, grazie a una sceneggiatura pungente che non fa sconti a nessuno.

E’ una pellicola cruda, che di certo non rende un gran servizio alla televisione, ma ne dipinge un ritratto quanto mai realistico e spietato. Coadiuvato da un ottimo sceneggiatore, che ha curato in modo particolare l’approfondimento psicologico dei personaggi, e da un cast di grandi interpreti scelto, come suo solito, per essere perfetto, Lumet realizza un film coinvolgente, di un realismo spiazzante, che ha portato a casa 4 dei 10 Oscar a cui fu candidato.

L’intero cast è eccezionale: il veterano William Holden interpreta uno dei ruoli migliori della sua lunga carriera nei panni dell’onesto idealista Max Schumacher, amico di Beale, che sembra essere l’unico a preoccuparsi sinceramente per lui. Candidato come miglior attore non protagonista anche Ned Beatty, molto incisivo nel ruolo dell’avido presidente del network. La fredda e tenace manipolatrice Diane, è l’affascinante Faye Dunaway, che ha vinto qui il suo primo Oscar.

Peter Finch è delirante in modo sublime nei panni del disperato Beale, isterico, frustrato e capace di tutto. La sua interpretazione gli valse l’Oscar postumo, poiché l’attore morì qualche mese prima dell’assegnazione dei premi. Oscar da record, come miglior attrice non protagonista, anche a Beatrice Straight, per un’ interpretazione di poco più di 5 minuti, ma di un’intensità che commuove.

Anche l’eccellente sceneggiatura è stata premiata con l’Oscar, mentre la regia di Lumet è stata candidata ma non ha vinto. E considerando che quell’anno il premio per il miglior film andò a Rocky, viene da farsi qualche domanda sui criteri dell’Academy. A dispetto dell’Oscar mancato, il capolavoro di Lumet rimane comunque un film solido, amaramente profetico e, oggi più che mai, dolorosamente attuale.
Se non lo conoscete, prendetevi 3 minuti per guardare questo monologo, che sembra scritto oggi.

13 pensieri riguardo “Quinto potere (1976)

  1. Film potentissimo e purtroppo sempre attuale, dubito arriverà mai un’epoca in cui diventerà un film “datato”.
    L’ho scoperto tardi e quasi per caso – stavo studiando la carriera del caratterista Lance Henriksen, che qui giovanissimo fa un’apparizione in una scena (dopo essere apparso nel finale di “Quel pomeriggio…” nei panni dell’agente che scorta in auto i ladri) – rimanendone folgorato. Questo film andrebbe trasmesso molto più spesso, per dare un po’ una scrollata ai telespettatori 😛

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