Vincitori e vinti (1961)

I processi di Norimberga si tennero nel 1945 e nel 1946 in un tribunale speciale istituito dagli Alleati, contro i capi della Germania nazista, accusati di crimini di guerra. Ma dopo la condanna dei vertici politici e militari, ci si pose il problema di perseguire anche i burocrati, che di fatto avevano attuato la politica tracciata da Hitler senza ribellarsi. Tra questi in particolare furono accusati i giudici, che condannavano a morte degli innocenti, solo per le loro opinioni politiche o religiose. La questione era se fossero anche loro colpevoli di crimini contro l’umanità, o se fossero invece da considerarsi innocenti perché avevano semplicemente compiuto il loro dovere, applicando la legge. E come doveva essere giudicato l’intero popolo tedesco, che sosteneva di non sapere nulla e guardava dall’altra parte mentre ebrei e altri indesiderabili venivano privati ​​dei loro diritti? In fondo era la questione più difficile da dirimere, perché non si parlava di militari che avevano obbedito agli ordini, ma di magistrati che avevano fatto il loro lavoro, applicando le regole imposte dal regime. Vincitori e vinti tratta di questo spinoso tema e cerca di dare una risposta. 

L’anziano giudice statunitense Dan Haywood è stato incaricato di presiedere il procedimento penale contro quattro giudici tedeschi che avevano operato sotto il regime nazista. Haywood è un uomo intelligente e rispettato, la cui integrità è indiscussa, per questo si ritiene che il suo giudizio sarà imparziale. Il colonnello Lawson, il pubblico ministero che sostiene l’accusa, è un americano determinato a far pagare agli imputati le atrocità che erano all’ordine del giorno durante il regime nazista. In tribunale si trova diametralmente opposto a Hans Rolfe, l’appassionato avvocato che difende i quattro imputati, fondando la loro difesa essenzialmente sul patriottismo degli accusati.

Dei quattro imputati, il più importante è l’amareggiato Ernst Janning, un giudice molto rispettato in patria e grande sostenitore della democrazia. Egli rimane convinto di aver fatto solo il suo dovere, applicando una legge che non aveva scritto, ma che era tenuto a rispettare e ad applicare. Sicuro del proprio operato, si trincera dietro un ostinato silenzio, rifiutando di difendersi e non riconoscendo alla corte il diritto di sottoporlo a giudizio.

Nella sua ricerca di giustizia, Haywood dovrà affrontare innumerevoli emozioni, comprese le drammatiche testimonianze di Rudolph Petersen, un giovane con problemi mentali sottoposto a sterilizzazione dai medici nazisti per sentenza di tribunale, e Irene Hoffman, una donna ariana che durante la guerra fu trascinata davanti al giudice Janning con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali con un ebreo.

Quello che Haywood non riesce a comprendere è come quattro uomini di legge, che avevano giurato di amministrare la giustizia in maniera equa e integerrima, abbiano potuto mettersi al servizio del nazismo, diventando responsabili di atroci sentenze. Lo aiuta anche l’incontro con la vedova di un ex ufficiale nazista, che cerca di spiegargli come la Germania e il suo popolo abbiano permesso la tortura di massa e il massacro degli ebrei, con il loro complice silenzio.

Ma il momento risolutivo per la conclusione del processo sarà una dichiarazione spontanea di Janning, sotto giuramento, in cui egli cerca comprensione per il proprio operato, sostenendo di non aver mai potuto immaginare cosa sarebbe successo. A lui Haywood risponderà in maniera tanto semplice quanto terribile, inchiodandolo alle sue responsabilità.

Pur spettacolare e ottimamente interpretato, il film non è senza difetti. Soprattutto la lunghezza, quasi tre ore, lascia un po’ perplessi; forse alcune parti si sarebbero potute evitare, perché alcune testimonianze non aggiungono nulla alla storia, se non una certa spettacolarizzazione del dolore che appare superflua. Tuttavia nelle mani di Kramer il film prende vita, dopo un inizio un po’ a rilento, e assume un ritmo incalzante che non lascia spazio alla noia. Il grande pregio di questa pellicola, però, è che Kramer riesce a presentare i punti di vista di ognuno, senza prendere posizione. In questo modo coinvolge lo spettatore nel giudizio di Haywood e lo costringe a una valutazione morale, ed è meraviglioso come riesca a sollevare la questione della colpa.

Tante le star che contribuiscono con la loro interpretazione al risultato finale e tra essi anche un giovane William Shatner: su tutti spiccano Spencer Tracy, che ritrae in modo convincente l’illustre giudice, attirando immediatamente la simpatia dello spettatore, e Maximilian Schell, travolgente come avvocato del diavolo, che nel profondo del suo cuore vuole che gli imputati siano puniti per le loro azioni, ma cerca comunque di fare il suo lavoro nel miglior modo possibile; va citato anche Montgomery Clift, che in un’apparizione di pochi minuti, riesce ad emozionare con la sua fragilità, e sicuramente Judy Garland, che sul banco dei testimoni è talmente intensa da meritare la candidatura all’Oscar. E poi Burt Lancaster, nel ruolo del giudice Janning, che interpreta con i suoi silenzi l’incredulità di chi è convinto di essere innocente e non comprende come possa essere finito sul banco degli imputati, per aver solo applicato la legge.

Splendido e potente il finale della pellicola, con una morale che condanna ognuno a rispondere in prima persona delle proprie azioni. Una sentenza che non è la vendetta del vincitore, ma un principio di giustizia che diventa un giudizio morale e un valore universale assoluto. Da non dimenticare.

15 pensieri riguardo “Vincitori e vinti (1961)

  1. come al solito, non lo conoscevo
    secondo me, questo è uno di quei film meno mainstream che dovrebbero essere trasmessi in tv durante la settimana della memoria perke nn mostra solo il genocidio ma anche le implicazioni filosofico-morali

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    1. Infatti, poi ci sono dei dialoghi durante le deposizioni, che fanno venire i brividi. E anche chi cerca di difendersi, lo fa adducendo motivazioni che all’apparenza possono sembrare quasi giuste, perché teoricamente erano solo persone che facevano il loro lavoro.

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      1. Mio zio “Scimunin” mi donò una delle sue perle quando ero bambino…

        Caro Zip, devi sapere che dopo la fine della guerra poliziotti e giudici andarono nello spogliatoio e cambiarono semplicemente l’insegna littoria con la stelletta repubblicana sui colletti. Fatto questo ripresero il servizio come tutti i giorni.

        Scimunin dixit.

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