Lontano dal paradiso (2002)

La prima impressione che ho avuto da questo film è che fosse concepito come la rivisitazione, o meglio la traduzione moderna, di uno di quei bellissimi film degli anni ’50, quei melodrammi in technicolor che presentavano una società apparentemente perfetta, dove il perbenismo e l’inerzia dettavano legge. Sembra quasi che Todd Haynes abbia voluto citare quei film, indagando con curiosità moderna e sincera su quello che si nascondeva dietro il finto conformismo esteriore di quella società.

E lo fa affrontando con semplicità un argomento che all’epoca era tabù sia per il cinema che per la società: l’omosessualità di un marito e padre, che sconvolge la vita, all’apparenza perfetta, di una casalinga. Cathy è una moglie e madre soddisfatta e orgogliosa della sua famiglia, finché il suo mondo va in pezzi quando scopre il marito con un altro uomo. Nonostante lui prometta di seguire un trattamento per tornare sulla retta via (allora l’omosessualità era trattata come una malattia da curare), l’equilibrio emotivo della moglie resta sconvolto, anche perché non può confidare a nessuno il terribile segreto che ha scoperto.

Si crea quindi una frattura insanabile non solo tra Cathy e il marito, che non riesce quasi più a guardare negli occhi se non con un misto di pietà e di vergogna, ma anche tra Cathy e l’ambiente sociale in cui vive, fatto di amiche sciocche e maligne, che non chiedono di meglio che spettegolare. Così, l’unica persona con cui può confidarsi è il suo giardiniere nero Raymond, vedovo e padre di una figlia, che è completamente estraneo al mondo ovattato di Cathy. Nasce tra loro un’amicizia sincera, un legame profondo basato sulle confidenze reciproche, un rapporto su cui presto si addensano le ombre delle maldicenze.

Per colpa di questa relazione inappropriata, benché del tutto platonica, tra Cathy e il giardiniere, la reputazione della famiglia ne risente e così pure la carriera del marito, che le rinfaccia di averlo rovinato. Alla fine sarà lei a pagare il prezzo più alto, rimanendo completamente sola.
È un film che eccelle a tutti livelli, anche grazie all’impeccabile qualità delle interpretazioni, ma che contemporaneamente procede allo smantellamento sistematico di un’epoca, che odiava il disordine sopra ogni altra cosa.

Julianne Moore combina una bellezza volutamente spenta e composta, con una sensualità appena accennata, mentre Dennis Quaid sorprende piacevolmente, dimostrando di poter offrire molto più del suo enorme sorriso. A prima vista, tutto sembra artificiale in questo film: i colori estremamente saturi di un technicolor modernizzato, gli ampi movimenti della macchina da presa, la musica piacevolmente melodiosa di Elmer Bernstein, l’atteggiamento composto dei personaggi e il loro vocabolario formale. Tutta la messa in scena di Todd Haynes gioca sugli stereotipi sgargianti di un’età che sembra sospesa nel tempo.

Tuttavia, questa rilettura non è una parodia e tanto meno una farsa. Al contrario, rappresenta una prigione invisibile, fatta di luoghi comuni e routine ipocrite, in cui Cathy e la sua famiglia rimangono intrappolati. La vita vera, appassionata e imprevedibile, all’inizio è assente, tagliata fuori dalla quotidianità, finché piccoli granelli di sabbia iniziano a sconvolgere il meccanismo perfettamente oliato del perbenismo borghese. E tutto crolla miseramente, come un castello di carte.

Questa donna, che all’inizio del film si assoggetta anima e corpo al decoro piccolo-borghese, dovrà imparare a proprie spese come sopravvivere senza l’approvazione della società, in un mondo in cui l’appartenenza ad una comunità è essenziale; e la cosa più sconvolgente è proprio la reazione della piccola comunità che fino ad allora l’aveva sempre accolta. Cathy scoprirà che le amiche sono pronte ad accettare l’omosessualità del marito, offrendole conforto, ma le voltano le spalle nel momento in cui osa sfondare il muro invalicabile che separa i bianchi dai neri.

Un grande pregio del film di Haynes, comunque, è di non approfondire mai i dilemmi morali, ma di proporli semplicemente alla riflessione dello spettatore, attraverso una storia umana e sincera, vista da una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati. Una storia intensa e potente sulla natura umana, che è anche una gioia per gli occhi.

19 pensieri riguardo “Lontano dal paradiso (2002)

    1. Raffa é come sempre bravissima sia nella scelta che nel commentario del film. Un blog appassionato e competente. Certo rimangono alcune lacune abbastanza vistose come la mancata recensione a “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda” ma su cui passiamo sopra per amicizia.

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