Schindler’s List (1993)

Mette soggezione parlare di un capolavoro come questo, perché il valore del suo contenuto va di pari passo con il valore artistico dell’opera cinematografica, anzi forse lo supera. Spielberg non è il primo e sicuramente non sarà l’ultimo a cercare di rappresentare il dramma dell’Olocausto, ma dopo Schindler’s List qualunque altra pellicola sull’argomento sarà inevitabilmente paragonata a questa. Basato sul romanzo omonimo di Thomas Keneally, si ripropone di raccontare la storia di un personaggio realmente esistito, Oskar Schindler, che durante il nazismo salvò le vite di tantissimi ebrei, facendoli lavorare nella propria fabbrica e sottraendoli così ai campi di sterminio.

Il film intreccia la storia personale del protagonista con quella del popolo ebreo e dei suoi aguzzini, e la inserisce in un contesto storico tra i più drammatici di sempre. Schindler non viene però descritto come un eroe, ma anzi, fin dall’inizio Spielberg ci mette di fronte a un uomo dalla moralità dubbia, scaltro, profittatore, donnaiolo e truffatore. Assume gli ebrei, ma solo perché sono più economici dei lavoratori polacchi. E così trae profitto da una situazione inaspettata. Riesce a ottenere i contratti necessari con l’esercito corrompendo gli ufficiali tedeschi con inviti a cena, donne e regali.

La regia ci mostra la sua figura sempre in ombra, avvolta da un chiaroscuro che tende a celarne la personalità, perché il film vuole svelarla poco a poco. Forse anche perché vuole dirci che in lui ci sono tante sfaccettature nascoste e che il lato migliore emergerà solo dopo la sua progressiva trasformazione. Sempre mostrato in piena luce, invece, il capitano dell’esercito Amon Goeth, anche lui un disonesto, donnaiolo e opportunista. Ma mentre Schindler è essenzialmente una brava persona, nonostante tutti i suoi difetti caratteriali, Goeth è un sadico e un assassino. E’ esattamente come lo vediamo, non ci sono contorni da svelare.

Schindler invece è un personaggio contradittorio. Ha i contatti giusti, i soldi, e una buona dose di fortuna, ma ciò che lo rende davvero vincente è il suo coraggio, che spesso diventa temerarietà. Lo vediamo quando va personalmente ad Auschwitz per salvare le donne e i bambini della sua fabbrica, che sono stati portati nella destinazione sbagliata per errore. Con l’inganno e la corruzione riesce a farli uscire dal campo di sterminio; sarà l’unica volta, nella storia nera di Auschwitz, che un treno carico di ebrei ha lasciato il campo. Se non fosse successo davvero, non ci si crederebbe. Ma Schindler ci riuscì grazie alla sua spavalderia.

Il film alterna sequenze crude, di una violenza a tratti insopportabile, ad altre di un lirismo eccezionale, girate con una delicatezza che diventa quasi poesia. Quello che più preme al regista è raccontare la tragedia degli ebrei dal punto di vista di un osservatore esterno, non coinvolto nelle persecuzioni né come vittima, né come aguzzino, semplicemente come un essere umano che assiste agli orrori compiuti dai suoi simili e gradatamente prende coscienza del valore della vita. Ma nello stesso tempo Spielberg vuole anche mostrare la lenta trasformazione del protagonista dal momento in cui decide di agire in prima persona per fare la differenza.

La linea di demarcazione tra il prima e il dopo, è sottolineata a livello visivo, dall’unica macchia di colore nella malinconia del bianco e nero, il cappottino rosso della bambina che Schindler nota in mezzo alla folla, quando assiste, da una collina vicina, alla retata di ebrei nel ghetto di Cracovia. Questo particolare, semplice e grandioso al tempo stesso, rappresenta quella realtà che era sotto gli occhi di tutti, tanto da non poter essere ignorata se non di proposito. Da qui ha inizio il doloroso processo della sua presa di coscienza che continuerà per tutto il film, fino alla sequenza finale.

Accanto a Schindler, l’altro protagonista del film è il contabile ebreo Itzhak Stern, che si occupa di tutti gli aspetti pratici della fabbrica e rappresenta in qualche modo la sua coscienza: l’interazione tra i due eccelle in sottigliezza e sfumature. Non hanno mai bisogno di tante parole, perché si capiscono al volo, e c’è un rispetto reciproco tra loro che supera le differenze sociali. Una volta comprese le vere intenzioni del suo principale, sarà proprio lui a cercare di trattenerlo dal fare cose troppo pericolose e sconsiderate, anche se a fin di bene.

Dal punto di vista cinematografico nessun appunto si può fare né al regista, né agli attori, tutti straordinariamente misurati, eppure così coinvolti nelle loro interpretazioni da trasmettere emozioni che non si possono descrivere a parole. Non c’è alcuna ricerca di retorica e neppure di pietismo, anzi la maggior parte delle sequenze sono girate con la cinepresa a mano, con un taglio quasi documentaristico e senza l’uso di artifici di alcun tipo, che avrebbero potuto spettacolarizzare la vicenda.

La suggestiva fotografia in bianco e nero non ha solo lo scopo di contribuire al realismo della pellicola, ma simboleggia anche il buio di un periodo storico che ha rappresentato la morte della civiltà, e le musiche struggenti di John Williams sottolineano le immagini fornendo loro una degna cornice. Ma per confermare che quanto visto nel film è successo davvero, Spielberg conclude con la testimonianza vivente degli ebrei salvati da Schindler, che omaggiano la tomba di colui che li ha aiutati. La sequenza è a colori, ovviamente, perché rappresenta la vita che ha trionfato sulla morte.

Tutto contribuisce a farci partecipare direttamente all’avventura incredibile di quest’uomo, e attraverso la sua piccola storia personale, alla tragedia di un popolo che trova in questo film un vero e proprio monumento alla memoria.

28 pensieri riguardo “Schindler’s List (1993)

    1. Non l’ho scritto, ma Spielberg si battè per usare il bianco e nero, perché i produttori preferivano il colore, pensando che al pubblico sarebbe piaciuto di più. Ma Spielberg disse che il colore è vita, e la Shoah è morte.

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  1. Lo vidi ai tempi del liceo, e non mi sento di aggiungere nulla alle tue parole, perché hai espresso tutto il possibile. Non so se siano stati considerati altri attori per interpretare il ruolo dell’imprenditore, ma di certo Liam Neeson racchiude in sé tutti i vari stati d’animo che durante la trama, hanno (perché no?) ossessionato il personaggio. Encomiabile anche l’interpretazione dell’atore che ha interpretato il contabile Itzhak Stern. È un film che non lascia indifferenti, in parte per la sua bellezza, nonostante alcune scene crude, come giustamente fai notare tu; in parte per l’umanità che si trova all’interno di questa pellicola. Con l’età che nel frattempo è avanzata, non so se oggi lo rivedrei, ma di certo condivido il parere di low profile, dicendo che sa suscitare numerosi pensieri… Buona serata! 😉

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      1. Ciao Raffa, è davvero quello che sento; a suo tempo ho apprezzato molto quel film; mi azzardo a dire che di tutti quelli che hanno espresso quel brutto periodo storico, Schindler’s list sia stato quello che è riuscito a tirare fuori anche un lato umano della vicenda. Un abbraccio 🙂

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  2. È l’ultimo film che ho potuto vedere insieme alla mia mamma, che era un’amante del cinema.
    E fu il secondo film, dopo “L’attimo fuggente” in cui ho pianto.
    Mia mamma fu colpita perché non ero una incline alla “lacrima”… anzi

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