Grosso guaio a Chinatown (1986)

Film del geniale John Carpenter, che qui ha raggiunto i vertici dell’originalità, è una sapiente commistione di generi tra avventura, fantasy, action e arti marziali, tutto brillantemente insaporito da una dose abbondante di humour, che ne fa un’intelligente parodia. Perfetta l’ambientazione nel quartiere di Chinatown, dove aleggiano ad ogni angolo millenarie leggende tra magia e realtà, perfetta la scelta del protagonista, un Kurt Russell che sfoggia i soliti bicipiti da urlo, ma è spaventato in modo imbarazzante, alle prese con un mondo che non solo non conosce, ma non ha neanche alcuna voglia di conoscere.

La trama è più complicata da raccontare che da seguire, nonostante sia tutt’altro che banale. Vi basti sapere che un rozzo camionista, un po’ sempliciotto e abituato a ragionare più coi muscoli che col cervello, rimane coinvolto nel rapimento di una graziosa ragazza cinese, vittima di Lo Pan, un malvagio principe guerriero, che tenta di liberarsi di un’antica maledizione sposando un fanciulla dagli occhi verdi, per poi sacrificarla dopo le nozze. Guarda caso c’è un’altra fanciulla, questa volta americana, che ha gli occhi verdi, e Lo Pan non se la lascia certo sfuggire, così da sacrificarne una e tenere l’altra per sé.

Il rude camionista dovrà lottare insieme all’amico Wang per liberare entrambe le ragazze da un destino crudele. Nel corso del film si inseriranno altri curiosi personaggi e tanta magia, tra cui le potentissime Tre Bufere, mostri e signori della morte, ma con l’aiuto di un mago saggio e di una pozione magica che rende invincibili, i nostri eroi attraverseranno indenni l’Inferno dei Peccatori a testa in giù e alla fine riusciranno ad avere la meglio sui cattivi. E l’eroe buono, terminata la sua missione, ripartirà con il suo amato truck, lasciandosi alle spalle la follia di quel mondo popolato di mostri. O almeno così crede…

Nell’idea originale degli sceneggiatori, la storia doveva essere ambientata nel west e Kurt Russell avrebbe dovuto essere il classico cavaliere senza nome, che arriva, salva la situazione e riparte senza neppure aspettare un grazie. Non a caso la postura di Russell ricalca quella di John Wayne, a cui l’attore si è dichiaratamente ispirato. L’ambientazione ai giorni nostri e soprattutto la contaminazione con elementi tipici del cinema asiatico, non giovò al successo del film al botteghino. Solo successivamente, come succede spesso in questi casi, ha avuto una sorta di rivincita, trovando la sua giusta collocazione tra i cult degli anni ’80.

Il film utilizza arti marziali e mitologia cinese, miscelando i generi con grande equilibrio e soprattutto con una generosa dose d’ironia, di cui il personaggio del protagonista è l’incarnazione. Kurt Russell, reduce da 1997: Fuga da New York, sempre di Carpenter, fa il verso a se stesso e tolti i panni di Jena Plissken, dà vita ad un magnifico antieroe, un camionista tutt’altro che sveglio, che per caso si trova in una situazione più grande di lui, e di fronte a pericoli inimmaginabili e avversari quanto meno assurdi, continua a preoccuparsi soprattutto del suo camion. L’intento neanche troppo nascosto del regista è smitizzare gli eroi muscolosi, spuntati come funghi proprio nei film degli anni ’80, da Rambo al McClane di Die Hard, attraverso un eroe pompato e armato, ma con un atteggiamento goffo e imbranato, il più delle volte ridicolo.

Accanto a lui Kim Cattrall, ancora molto lontana dalle sofisticate atmosfere di Sex and the city, mette in mostra il suo talento comico e non solo. Intorno a loro ruota un numero notevole di personaggi diversissimi, tutti molto ben caratterizzati, grazie alla sceneggiatura accurata e alla regia di Carpenter che, come sempre nei suoi film, rivela le personalità dei protagonisti gradualmente, in tutte le loro sfaccettature. Rivisto oggi il film è ancora divertente grazie ad un ritmo incalzante e senza pause, in un frenetico susseguirsi di situazioni esilaranti e di battute a raffica. Forse a risentire dell’età sono più gli effetti speciali, molti dei quali oggi appaiono decisamente ingenui, ma nel contesto di un film con intenti parodistici, in fondo, non sfigurano più di tanto.

Notevoli invece le musiche elettroniche e martellanti, curate da Carpenter stesso, che riescono, come sempre, a creare quell’atmosfera inquietante che è il suo marchio di fabbrica.

Grosso guaio a Chinatown rimane un film divertente, scanzonato e sicuramente innovativo, direi unico nel suo genere, proprio perché è una geniale miscellanea di generi diversi, tanto che finisce per essere amato anche da chi di solito non apprezza Carpenter; una pellicola appassionante, dall’impianto solidissimo, che non presenta cali di tono né cadute di stile, e che regala poco più di un’ora e mezza di divertimento semplice, senza pretese, ma tutto sommato intelligente.

28 pensieri riguardo “Grosso guaio a Chinatown (1986)

  1. Che bei ricordi, di quando l’ho visto al cinema da ragazzino: pura gioia per gli occhi! ^_^
    Condivido, divertimento leggero ma non sciocco, per un film che forse all’epoca avrebbe meritato un po’ più di successo al botteghino, invece la maledizione di Carpenter è l’essere amato solo a decenni di distanza.

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