L’ultimo spettacolo (1971)

Primo grande successo di Bogdanovich, che non riuscirà mai più a replicare con la stessa intensità, e forse nemmeno ad avvicinarcisi. Adattamento del romanzo omonimo di Larry McMurtry, il film racchiude tutta la poetica del regista, il suo sguardo da cinefilo nostalgico su un mondo che non c’è più, rappresentato metaforicamente dalla piccola città texana teatro della vicenda.

Siamo ad Anarene, dove sta per chiudere l’unica, piccola, sala cinematografica, il solo lampo di vita rimasto nella desolazione generale: la strada principale è diventata deserta, i locali sono poco accoglienti, i jukebox trasmettono sempre le stesse canzoni. In mezzo a questa noia generalizzata, in cui il cinema era rimasto l’ultima esplosione di vita nel grigiore quotidiano, assistiamo alle storie di amore e di sesso di un gruppo di amici, nel delicato passaggio all’età adulta.

Non c’è un solo personaggio che non sogni di scappare da questa città: tutti cercano disperatamente di emanciparsi e di staccarsi dall’ambiente circostante, ma invano. Tutti i tentativi di fuga falliscono, o vengono vanificati, perciò ognuno cerca di trovare uno sbocco sul posto, in una logica del rapporto con l’altro condizionata dalla ricerca di una felicità impossibile. E’ un film crepuscolare, assimilabile a Gli spostati, con la differenza che qui i protagonisti sono per lo più giovani che vedono disilluse le loro speranze nel futuro.

Sonny, Duane, Jacy e Ruth saranno coinvolti in una girandola di infatuazioni, relazioni interrotte, sesso, amicizie, tradimenti, litigi e morte, e il regista rappresenta tutti questi avvenimenti in modo realistico, senza fronzoli né puntini di sospensione. I personaggi sono assolutamente veri, buoni o cattivi che siano. Tuttavia, Bogdanovich lascia anche molto spazio per l’immaginazione, perché non tutto è raccontato nei dettagli. E questo diventa un punto di forza del film, dove sguardi, silenzi e dialoghi vanno compresi e interpretati soggettivamente dallo spettatore.

L’ultimo spettacolo che dà il titolo al film, ovvero l’ultima rappresentazione prima della chiusura definitiva del cinema, è anch’esso una metafora e di certo non è stato scelto a caso. Si tratta infatti de Il fiume rosso, del 1948, un film di Howard Hawks con John Wayne, in cui si può vedere il quadro eroico del vecchio glorioso Texas. Questo contrasta magnificamente con la logora cittadina ormai morente, in cui si svolgono le vicende dei protagonisti.

Il film di Bogdanovich si trasforma in un tenero omaggio al cinema americano classico, di cui troviamo numerosi riferimenti esposti sulle vetrine del cinema locale, da Anthony Mann a James Stewart, e un ritratto estremamente amaro e malinconico di illusioni infrante e anime perse. Seguendo le vite dei protagonisti, il loro trascinarsi stancamente senza uno scopo, Bogdanovich è estremamente lucido e riflette l’idea che i giovani siano condannati a copiare le vite senza senso dei loro genitori, accrescendo così le proprie nevrosi.

Certamente è un film malinconico, ma non diventa mai patetico. Il bianco e nero, scelto da Bogdanovich su consiglio di Orson Welles, crea un’atmosfera nostalgica ma accresce anche il realismo della storia, accentuato dall’assenza quasi totale di una colonna sonora: le uniche musiche che si sentono sono quelle che provengono dai jukebox o dalle autoradio dei ragazzi, perciò i lunghi intervalli di silenzio tra un dialogo e l’altro riproducono quello che accade nella vita reale.

E’ lo spaccato di una generazione confusa che cerca il senso della vita, confrontandosi con le generazioni che l’hanno preceduta. Cast azzeccatissimo composto da attori allora molto giovani che avrebbero fatto strada: l’esordiente Cybill Shepherd, insieme a Jeff Bridges e Timothy Bottoms, Cloris Leachman e Ben Johnson, entrambi premiati con l’Oscar, un’intensa Ellen Burstyn, Eileen Brennan e Randy Quaid. Insieme tratteggiano una serie di ritratti accurati di tre diverse generazioni, tra le tempeste ormonali dei più giovani e le nostalgie cariche di rimpianto dei più anziani. Ma al di là della trama, il film è un vero capolavoro per le atmosfere che evoca, quasi un’elegia malinconica sulla fine di un’epoca: un ritratto nostalgico, struggente e appassionato della periferia della provincia americana, dove il confine tra noia e disperazione è quanto mai sottile.

9 pensieri riguardo “L’ultimo spettacolo (1971)

    1. Il film è molto interessante, ma forse a un giovane può sembrare un po’ lento. Riguardo ai villaggetti, ricordo vent’anni fa un paesino di montagna dove c’era una sola strada principale, e intorno 4 case, un bar, due alberghi e un cinema. La “vita” notturna era tutta nell’unica piazzetta dove i ragazzi del posto si ritrovavano dopo cena a “far casino”. Mi chiesi come poteva essere avere 17 anni in un posto così…. Il paese viveva solo d’inverno, con le piste da sci.

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