Un mondo perfetto (1993)

Film difficilmente definibile, a parte l’abusato ma indispensabile attributo bellissimo. Teoricamente è un road movie, in qualche modo un poliziesco, ma anche una storia di formazione, con toni di dramma sociale e qualche sprazzo di delicato umorismo.

Siamo indiscutibilmente di fronte ad un road movie: la vicenda parte da un’evasione, con successiva fuga attraverso il Paese, e contemporaneo sequestro di ostaggi. Solo che Costner è l’evaso più buono della storia del cinema e il film è probabilmente il road movie meno adrenalinico che si sia mai visto. Ma è proprio il suo ritmo lento a conquistare, perché dà il tempo ai personaggi di rivelarsi gradatamente e di evolversi, arrivando a mostrare quello che nascondono sotto la superficie.

Siamo negli anni ’60: due galeotti evadono dal carcere e prendono in ostaggio un secondino, rubandogli anche l’auto, e successivamente, nella concitazione generale, si portano dietro un bambino che li accompagni nella fuga attraverso il Paese. Uno dei due evasi si dimostra subito particolarmente violento e quando diventa una minaccia per il bambino, l’altro lo uccide. Dunque almeno uno dei due evasi è dopo tutto una brava persona, che mostra di avere una sua morale.

La fuga prosegue poi tra vari inutili tentativi da parte della polizia di fermare il fuggiasco, che nel frattempo ha stretto con il bambino qualcosa di molto simile ad un’amicizia; un rapporto che progressivamente farà emergere l’umanità e la bontà d’animo del fuggitivo. E’ a questo punto che il film diventa anche una storia di formazione perché il bambino, che ha vissuto fino a quel momento fuori dal mondo, avrà modo di scoprire una realtà che non conosce attraverso gli occhi dell’evaso, che andrà a sostituirsi gradatamente ad un padre assente.

Il piccolo Philip viene da una famiglia molto religiosa, ed è stato cresciuto in modo estremamente severo, privato di tutti quei divertimenti innocenti (come mascherarsi per Halloween o mangiare lo zucchero filato) che rallegrano l’infanzia senza fare alcun male, ma che, non essendo citati nella Bibbia, gli sono stati vietati dalla madre. Il rapporto di amicizia e confidenza che si instaura tra il bambino e l’evaso darà al piccolo l’occasione di provare finalmente la gioia innocente del divertimento, e rinsalderà il legame che si è venuto a creare tra loro. Cresciuto senza padre, Phillip vede una figura paterna in Butch, e Butch, cresciuto anche lui senza padre, sa quanto fa male crescere da solo e ha un forte senso di responsabilità nei confronti di Phillip. Così, quando Phillip ha la possibilità di scappare, non lo fa, perché Butch gli piace davvero e vuole godersi questa emozionante avventura.

Alla fine, però, sarà proprio il bambino a fermare la sua fuga, perché, nonostante si sia affezionato all’uomo, percepisce che quello che lui fa è sbagliato. Il finale drammatico, però, non è sicuramente colpa del bambino, ma dell’ottusità di certi rappresentanti del genere umano, purtroppo sempre dotati di mira infallibile.

Costner si cala perfettamente nei panni dell’evaso, duro ma dal cuore tenero, violento ma solo quando è necessario, aggressivo ma solo per legittima difesa, e dona profondità a un personaggio complesso e pieno di contraddizioni. Eastwood, qui anche dietro la macchina da presa, dirige come sempre senza cercare guizzi particolari o virtuosismi, con una regia essenziale ma elegante. Tiene per sé il ruolo dello sceriffo federale, abile e intuitivo, anche se un po’ maschilista. Ma ci sta: visto il periodo storico, la criminologa Laura Dern, che pretende di inserirsi a forza in un mondo che trasuda testosterone, viene trattata anche troppo bene. A dispetto del titolo, il mondo descritto da Eastwood è tutt’altro che perfetto: è un mondo dominato dal cinismo e dall’ipocrisia, oltre che da profonde ingiustizie.

L’intero film è ambientato in Texas, e il vasto paesaggio verde di cui Eastwood ci regala meravigliose panoramiche, è lo sfondo perfetto per questa storia, così come lo sono i piccoli rustici centri abitati da cui Philip e Butch si trovano a passare. Anche il fatto che il film sia ambientato negli anni ’60 è stata una buona scelta. Senza tutte le moderne diavolerie teconologiche, viene data molta più enfasi alle relazioni umane, il che contribuisce al carattere intimo e un po’ languido di questo atipico road movie.

Nell’insieme è un film struggente e intenso che coinvolge lo spettatore attraverso un ritratto psicologico dei personaggi molto accurato, evitando volutamente facili luoghi-comuni, e cambiando continuamente la prospettiva del bene e del male, perché i buoni non sono poi così buoni, e i cattivi non sono mai cattivi come sembrano. Così, con questo alternante ribaltamento di ruoli, si arriva gradatamente all’inevitabile finale, prevedibile forse, ma non per questo meno commovente.

8 pensieri riguardo “Un mondo perfetto (1993)

  1. Uno dei miei film preferiti in assoluto. Il film con cui Eastwood fece capire a tutti che il suo, di girare film, non era solo un hobby. Il suo film più intenso, nonostante, come hai fatto bene a rilevare, non ci siano particolari “capriole” registiche. ❤

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