Fronte del porto (1954)

Elia Kazan è stato uno dei membri più autorevoli dell’élite di Hollywood che è apparso davanti alla commissione McCarthy negli anni ’50, dietro la cui pressione fece numerosi nomi di attori, registi e sceneggiatori che avevano avuto un passato da simpatizzanti di sinistra.
A seguito della sua soffiata, molti dei colleghi si ritrovarono la carriera finita o addirittura la vita rovinata, e nell’ambiente cinematografico il suo comportamento fu fortemente criticato. Questo film, realizzato poco dopo, può essere visto come la risposta artistica più o meno velata di Kazan, emarginato dal mondo del cinema a causa delle sue denunce. E non per niente i temi principali sono la morale, la coscienza e il tradimento.

Tre i personaggi principali: John Friendly, potente boss mafioso che controlla, tra le altre cose, le banchine del porto di New York, facendo fuori senza remore chiunque gli si opponga; Terry Malloy, un ex pugile che ha distrutto la sua carriera, perdendo un incontro che avrebbe potuto facilmente vincere, su richiesta di Friendly, che aveva scommesso sul suo avversario; Charlie Malloy, fratello maggiore di Terry e fedele braccio destro del boss, che cerca di convincere Terry a lavorare per lui.

In tutto questo si inseriscono una ragazza, di cui Terry si innamora, e un prete che cerca di convincerlo a testimoniare in tribunale raccontando quello che sa su Friendly. Alla fine Terry seguirà la voce della sua coscienza anche se questo potrebbe costargli la vita: prende, infatti, la decisione di informare la polizia degli omicidi di cui è a conoscenza, dopo aver partecipato inconsapevolmente a molte di quelle stesse uccisioni. “Ho fatto la spia per anni, senza saperlo” dice a un certo punto il personaggio interpretato da Marlon Brando, quasi a voler giustificare il suo tradimento in tribunale per una giusta causa. Kazan sembra usare questa metafora per parlare del comunismo, secondo lui un ideale malvagio che lo aveva sedotto momentaneamente, ma che doveva essere distrutto in tutta la nazione. Voleva forse dimostrare che anche chi sta dalla parte sbagliata può ancora avere una coscienza, ed era in cerca di redenzione come il protagonista del suo film.

Al di là di queste disquisizioni, il film è una storia avvincente su giustizia, lealtà, e dubbi morali. La trama è basata su una serie di articoli, vincitrice del Premio Pulitzer e sceneggiata da Budd Schulberg. Il regista mise insieme un cast formidabile, e non a caso il film fu premiato con ben 8 premi Oscar, tra cui la miglior regia, il miglior attore protagonista a Marlon Brando e la miglior attrice non protagonista a Eva Marie Saint. Tutti gli interpreti diedero comunque il meglio di sé.

Lee J. Cobb, nel ruolo di Friendly, era violento e spietato, simbolo di una malvagità senza onore, che si approfitta vigliaccamente dei più deboli; Rod Steiger, nella parte di Charlie, dipinge con efficacia la debolezza di chi cede alla corruzione senza ribellarsi, mentre Karl Malden, che interpreta il prete, dà al suo personaggio tutta la forza morale di chi cerca di motivare le coscienze alla ribellione contro il male. Tutti e tre furono candidati all’Oscar come miglior attore non protagonista, e il film entrò nella storia del cinema.

Il ruolo di Brando in particolare è speciale, perché ha inventato un modo completamente nuovo di recitare per questo film. Ed è ideale nel ruolo dell’ex pugile, perché riesce ad esprimere sia l’irruenza di un carattere forte e orgoglioso, sia la debolezza di un animo sensibile. Nei suoi occhi si legge la sfida di chi non si piega, tranne quando si addolciscono, sorridendo alla ragazza. Brando dimostra di aver compreso e assimilato il metodo dell’Actor’s Studio: si cala nel personaggio e lo fa proprio, improvvisando più di una volta durante la lavorazione.

Nella scena in cui Terry cammina nel parco con Edie, ad esempio, quando la ragazza fa cadere accidentalmente un guanto, Brando lo prende, ci gioca e lo indossa persino. Solo alla fine della scena, glielo restituisce. Un gesto semplice di per sé, molto naturale, ma se si considera che Brando ha improvvisato tutto, lo rende ancora più notevole.

Anche la scena in cui Brando e Steiger sono nel taxi, verso la fine del film, e Steiger arriva a minacciare il fratello con la pistola per convincerlo a desistere dal testimoniare, è affidata all’improvvisazione dei due attori: Brando esprime l’infinita malinconia nel vedere a che punto è arrivato il fratello e lo rimprovera severamente, con un gesto di dolore che disarma (letteralmente) le sue intenzioni, mentre Steiger si accascia desolato sul sedile, esprimendo tutta la vergogna per quello che è diventato e la rassegnazione per la punizione che lo attende. Il dolore nella voce, nelle espressioni e nel linguaggio del corpo di Brando resta agghiacciante anche visto oggi. L’amarezza con cui Terry rinfaccia al fratello di avergli rovinato la vita, è il momento forse più famoso di tutto il film, un dialogo intensissimo fatto di sguardi e gesti significativi tra due grandissimi attori, e una lezione di cinema di altissimo livello.

Tutto il film si regge sugli attori e naturalmente sulla sceneggiatura. Kazan, uscito dal circuito hollywoodiano, gira quasi tutto in esterno, approfittando dell’atmosfera nebbiosa delle banchine del porto di New York e senza aggiungere troppe luci artificiali, aumentando così il realismo del risultato. Lo stesso Kazan racconterà che il vento e il freddo fecero molto per il volto dei protagonisti, facendoli sembrare persone vere e non attori. Il montaggio di Gene Milford, premiato con l’Oscar, fece il resto.
Molto altro si potrebbe e si dovrebbe dire di questo capolavoro crudelmente onesto, ma si rischia di ripetersi; la cosa migliore che si possa fare è guardarlo.

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